Eravamo giunti così ai primi di marzo. Entrambi i contendenti,
l’Austria e il Piemonte, reiteravano proteste di pace, ed entrambi
gareggiavano in segreto a chi più s’armava e si premuniva. La gran
lite era apparentemente commessa all’arbitrato della Diplomazia, in
realtà stava tutta nelle mani del Cavour. Guai se in quell’armeggío
di proposte oblique, di concessioni ambigue, di transazioni capziose
egli avesse sbagliato una sola mossa: l’occasione d’Italia andava per
quell’anno certamente perduta.
Il soccorso francese era a condizione che l’Austria non fosse assalita
per la prima, onde al Cavour quest’arduo giuoco: alimentare co’ fatti
lo sdegno del grande nemico, e a parole chetarlo; provocare e aver
l’aria di essere provocato; accettare tutte le condizioni pacifiche che
le Potenze proponevano, sottomano congiurando perchè all’avversario
restasse tutto il torto di rifiutarle; far la parte della vittima
rassegnata, confidando che l’Austria si stancherebbe per la prima e gli
getterebbe quel guanto di sfida ch’egli era impaziente di raccogliere.
E il giuoco gli riuscì; ma per un istante fu tale lo spavento di
perderlo, che a guisa di tutti i giuocatori disperati pensò al
suicidio.
E poichè uno dei più efficaci mezzi di provocazione, la vera banderuola
rossa sugli occhi del toro infuriato, era la formazione dei Volontari
italiani, essa fu irrevocabilmente decisa, e proprio nei giorni stessi
in cui i Gabinetti di Torino e di Parigi accettavano la proposta del
Congresso europeo, Garibaldi fu richiamato da Caprera per capitanarli.
Ed egli venne, traendosi seco i suoi più fidi commilitoni; e senza
pretese, giova rammentarlo, senza riserve, senza condizioni di sorta,
proprio come un vecchio ufficiale richiamato in attività di servizio si
prese il posto che gli era assegnato, e si pose all’opera.
A lui tuttavia non fu lasciata nell’organizzazione grande balía;
non lo si credeva molto idoneo a quell’ufficio, si voleva che il
corpo ritraesse quanto più fosse possibile dell’ordinamento militare
piemontese, e parve conveniente che un Generale dell’esercito sardo
ne togliesse l’assunto. Però la scelta cadde su Enrico Cialdini,
che appunto tra i Generali di quell’esercito aveva caldeggiata più
d’ogni altro quella istituzione de’ Volontari, e per la mente larga
e spregiudicata, le origini rivoluzionarie, i vincoli d’amicizia con
parecchi tra i più eminenti uomini del partito d’azione, era additato a
maneggiare meglio di chicchessia quell’aspra e diversa materia e darle
la forma conveniente.
Nel primo pensiero i Volontari italiani dovevano chiamarsi, dal
fiume che bagna Cuneo, luogo del loro primo deposito, _Cacciatori
della Stura_; in appresso, pensando al teatro della loro probabile
azione, furono battezzati col fiero nome di _Cacciatori delle Alpi_.
Dovevano essere tre reggimenti; ma poichè non contarono mai più di due
battaglioni, restarono infatti mezzi reggimenti, forti tutt’al più
di mille cento uomini ciascuno. Ordinamento, disciplina, istruzione
rigorosamente piemontesi, quindi buone; i quadri scelti dagli avanzi di
Venezia, di Roma e del Tirolo, frammisti a pochi ufficiali licenziati
dall’esercito sardo, quindi eccellenti. Nello Stato Maggiore il
maggiore Carrano, dei difensori di Venezia; il capitano Corte, della
Legione anglo-italiana; il capitano Cenni, dei difensori di Roma. Al
comando del primo Reggimento, il tenente colonnello Enrico Cosenz,
allievo della Scuola d’artiglieria di Napoli, emulo di Rossarol a
Malghera; a quello del secondo, il tenente colonnello Giacomo Medici,
l’eroe del Vascello; a quello del terzo, il colonnello Arduino,
veterano del 21, soldato valoroso in Ispagna, comandante un reggimento
della brigata Fanti nel 49. Sotto di loro poi, a capi di battaglione,
Sacchi, Marocchetti, Bixio, Quintini; e ufficiali nelle compagnie,
Bronzetti, De Cristoforis, Ferrari, Gorini, Alfieri, Susini Millelire,
Chiassi, Cairoli, Migliavacca, Cadolini, Landi, Airoldi, Fanti, tutti
nomi noti, o che lo diverranno tra poco. Finalmente, disseminato nelle
file, un vivaio di studenti, di medici, di avvocati, di poeti, di
patrizi, di patriotti; il fiore dell’intelligenza, del cuore, e del
valore italiano.
Circa alle armi poi, mediocrissime, e circa all’assisa, sgraziatissima.
Prendete un bel giovanotto dalle spalle quadre, dalle membra snelle,
dal viso intelligente, insaccatelo nel cappottone turchino e nei
pantaloni grigi del fantaccino regolare infilati entro le ghette di
cuoio; calcategli sull’orecchio un gramo berrettuccio blù colla croce
sabauda proprio di fino; cingetegli sulla schiena uno zaino a pelo, e
attorno ai fianchi un cinturone nero colla sua brava giberna; girategli
a tracolla il sacco a pane, la boraccia e la gamella di munizione;
infine buttategli sulle spalle un vecchio fucilaccio a percussione che
diverrà ben presto nelle sue mani un catenaccio irriconoscibile, e, per
chiudere, se amaste i contrasti, mettetegli negli occhi l’allegria,
nel cuore l’entusiasmo, nello stomaco l’appetito, e sulle labbra la
perpetua canzone: _Addio, mia bella, addio_; e avrete il Cacciatore
delle Alpi.
Nel rimanente, punto Artiglieria, punto Genio, punto, fino a campagna
inoltrata, Intendenza. S’aggiunga un’ambulanza sceltissima, guidata
dal dottor Bertani; una squadra di cinquanta cavalieri decorati del
nome di Guide, capitanati da Francesco Simonetti, montati la più
parte su cavalli propri; un manipolo di quaranta Carabinieri genovesi,
tanto pochi quanto valenti, armati delle loro carabine svizzere, ed
ecco rassegnata tutta quanta la così detta brigata dei Cacciatori
delle Alpi: una brigata di tremila cinquecento uomini, quando fu
completissima, e che, senza cannoni, senza materiali, senza cavalleria,
male armata, male equipaggiata, doveva rappresentare la rivoluzione
italiana e precedere i grandi eserciti alleati sui fianchi del nemico;
o per usar l’espressione del conte di Cavour, «non ostante i difetti di
istruzione e di coesione, mercè l’esperienza e l’abilità del suo capo,
rendere utili servigi all’esercito, di cui sarà un aggregato.»