Fin dallo scorcio di dicembre del 1858 il conte di Cavour faceva
chiamare a segreto convegno il general Garibaldi, e questi, lasciata
in tutta fretta la Caprera, giungeva a insaputa di tutti a Torino,
e strettosi a conferenza col Conte riceveva da lui la confidenza di
questo disegno.[182] Una insurrezione era predisposta ne’ Ducati:
verso il 1º d’aprile Massa e Carrara darebbero la mossa; due bande di
volontari irromperebbero contemporaneamente da Lerici e da Sarzana a
spalleggiare la rivolta e Garibaldi stesso le capitanerebbe. Frattanto
una compagnia di Bersaglieri, composta de’ più validi e attuosi
elementi della Guardia Nazionale di Genova, si doveva organizzare in
quella città, e sarebbe il primo nucleo delle forze popolari destinate
a fiancheggiar colla rivoluzione l’esercito regolare. Giubilò Garibaldi
alla proposta e diede senza ritegno tutto sè stesso; e lieto di portar
seco la certezza che ormai la guerra d’Italia fosse imminente, si
ridusse di nuovo alla sua Isola, da dove non rifiniva di lodare il
gran Ministro, che chiamava «suo amico,» di predicare a tutti i suoi la
necessità della Dittatura regia, di patrocinare l’armamento nazionale,
e soprattutto di raccomandarsi perchè al primo segnale s’affrettassero
a chiamarlo, inviandogli, se occorreva, un apposito piroscafo per
levarlo da Caprera.
Ma la nuova piega degli avvenimenti e l’accalcarsi crescente dei
volontari in Piemonte consigliarono il conte di Cavour, se non ad
abbandonare, a porre in seconda linea quel disegno, ed a pensare un
mezzo, a parer suo più efficace ed espediente, per trar profitto di
Garibaldi e de’ suoi seguaci. Infatti il 2 marzo 1859 (quella volta
chiamato dal Re stesso) Garibaldi tornava in Torino, e il suo arrivo
improvviso parve a tutti indizio di prossime novità.[185]
Di quel dialogo tra il Re Galantuomo e l’eroe popolare, le parole
testuali andarono perdute; almeno a noi non fu dato scoprirle; ma il
senso ne fu ben presto palese. Tornato a Genova, Garibaldi convocò i
suoi più intimi, Medici, Sacchi, Bixio, e nell’usato suo stile diede
loro quest’annunzio: Ho veduto Vittorio Emanuele; credo che il giorno
di ripigliare le armi per l’Italia non sia lontano; state pronti; io
spero di poter fare ancora qualcosa con voi!
E le parole furono decisive. Dicemmo come molti de’ più radicali
si fossero rifiutati di ascriversi all’_Associazione nazionale_ del
Pallavicino, non per avversione all’idea, ma perchè preferivano tenersi
sciolti da ogni impegno, pronti sempre a gettarsi nelle fila del
primo partito che combattesse. Ora però la condizione da essi posta
s’adempiva; e poichè non un partito, ma un governo, un popolo intero
si metteva a capo di quell’impresa, per la quale essi medesimi s’eran
serbati, ogni ragione di esitanza o di dubbiezza scompariva, ed essi
promettevano a Garibaldi tutto il loro concorso, come Garibaldi l’aveva
promesso a Vittorio Emanuele ed al Cavour.
Ed era quella, tra le molte, una delle più preziose conquiste del conte
di Cavour. Che l’Italia fosse con lui, nessun dubbio; ma era mestieri
che tutti lo sapessero e lo credessero del pari; che lo credesse
e sapesse prima di tutti la vecchia Europa conservatrice, la quale
probabilmente non avrebbe tardato a domandargli con qual diritto egli,
piemontese, si arrogava di parlare in nome di tutti gli Italiani. Ora
la risposta a questa domanda egli voleva averla pronta; e l’aveva già
nel fatto. Tutti quei giovani d’ogni classe e condizione, che traverso
a rischi e travagli infiniti convenivano da ogni regione della Penisola
in Piemonte, impazienti di combattere e di morire sotto le insegne
di quel che che s’era fatto campione della causa nazionale, erano
l’Italia, e facevano anche agli occhi della più cieca diplomazia tale
un plebiscito unitario, che nessun altro più eloquente. Tuttavia v’era
un modo per rendere ancora più fruttuoso quel soccorso e più espressivo
quel suffragio: ordinare quella valorosa gioventù in corpi speciali,
che stessero a fianco dell’esercito come rappresentanti distinti di
quell’elemento popolare e di quell’Italia rivoluzionaria, che il conte
di Cavour s’era assunto di dimostrare metamorfosata, mercè la sua
politica, in una pacifica e ordinata milizia, giurata alla sua impresa,
obbediente al suo freno e soggetta al suo comando.
Nacquero da questo concetto i _Cacciatori delle Alpi_. L’idea d’un
corpo ausiliario dell’esercito, che operando alla partigiana suscitasse
o spalleggiasse l’insurrezione delle popolazioni, non fu indubbiamente
estranea alla loro istituzione; ma importa assodare che quell’idea non
ne fu nè la causa generatrice, nè il fine principale.
Certo il merito d’averli istituiti resta sempre; e foss’anche vero che
il conte di Cavour se ne sia fatto uno stromento della sua politica, fu
uno stromento utile e una politica patriottica, e nessuno ha diritto di
biasimarlo.
Solo conviene esaminare il fatto in tutti i suoi aspetti, e, nemmeno
per ammirazione dovuta ad un grand’uomo, alterarne il senso, o
magnificarne la proporzione. Dei Cacciatori delle Alpi doveva essere
più l’apparenza che la sostanza; più l’effetto morale che il vantaggio
materiale, e più il significato politico che l’importanza militare.
Simboleggiare la rivoluzione alleata alla Monarchia, offrire un pegno
prudente ai radicali e un trattenimento gradito a Garibaldi, dare una
mano, occorrendo, al grand’esercito italo-franco, questo l’ufficio e lo
scopo dei Cacciatori delle Alpi: tutto il di più fortuito ed eventuale,
come le sorti della guerra.