XXI.

Il 6 agosto 1856 Garibaldi era in Genova; e tra lui e Felice Foresti,

il compagno di Spielberg di Giorgio Pallavicino, succedeva questo

dialogo:[176]

_Garibaldi._ — Tieni tu un assiduo carteggio col marchese Pallavicino?

_Foresti._ — Ci scriviamo di quando in quando.

_G._ — Ma dunque scrivigli, Foresti mio, che io sono importunato e

messo continuamente alle strette da molti bravi giovinotti, che pur

vorrebbero ch’io mi mettessi alla loro testa per incominciare un ardito

movimento nazionale.

_F._ — D’onde vengono costoro?

_G._ — Dall’Italia centrale e dalla Sicilia; e parecchi appartengono

all’Emigrazione italiana qui stanziata.

_F._ — Ma cosa rispondi tu alle loro inchieste insistenti?

_G._ — Che perseverino nel loro divisamento nobile e patriottico; ma

in quanto ad attuarlo è forza che abbiano pazienza ancora un poco.

Perchè, a dirti il vero, io reputo che sarebbe mal fatto di mettersi in

campagna, o sull’Appennino con bande, prima della vegnente primavera.

_F._ — Ma io non comprendo come non si debba poter combattere anche

d’inverno. Napoleone ha ripetutamente provato che lo si può fare.

_G._ — Io ho anche delle ragioni particolari per indugiare fino alla

primavera: oggi non posso dirtele, ma te ne dirò una, e forse la

principale. Io veggo che dobbiamo fare tesoro delle forze piemontesi

regolari e volontarie: quindi la spinta al movimento, almeno indiretta,

dovrebbe venirci dal Governo. Ma io non so.... non capisco. Mi pare

che vi sia un’inerzia, un ritegno, un’indifferenza. Infine che cosa fa

questo Partito Nazionale?

_F._ — Davvero non lo so propriamente: congetturo che s’adoperi per la

causa italiana.

_G._ — Consenziente il Re?

_F._ — Non lo so.

_G._ — Ma, santo Dio, dovremmo pur saperlo! io offro il mio braccio, la

mia vita all’Italia, e per essa alla Corona sabauda; ma vorrei vedere

preparativi, udire assicurazioni d’appoggio, maneggi, movimento, vita.

_F._ — Lo desidero anch’io, ma non è che un desiderio.

_G._ — Giorgio Pallavicino e gli altri, che più facilmente avvicinano

il Re ed i Ministri, si dieno le mani attorno; che mettano insieme de’

mezzi; che non mi lascino così sull’arena.

_F._ — Sì, te lo prometto.

E ciò, superfluo a dirsi, non perchè nell’animo dell’eroe si fosse

intiepidita la fiducia nella rivoluzione e nelle armi popolari;

ma per quella ragione già espressa al Foresti: che vedeva ormai la

necessità di far tesoro delle forze piemontesi regolari e volontarie,

e di attendere dal Governo la spinta. Era in sostanza l’idea che

Daniele Manin e Giorgio Pallavicino si studiavano in quei giorni

d’incarnare nel nuovo partito nazionale da essi immaginato: sottoporre

ogni ragione di parte ed ogni questione di forma all’intento

supremo dell’indipendenza e dell’unificazione d’Italia; accettare

la Monarchia di Savoia, se essa accettava di fare l’Italia; fidare

al Governo di Vittorio Emanuele l’arbitrato e l’imperio dell’impresa

nazionale, spingendolo coll’agitazione, secondandolo, se era d’uopo,

coll’insurrezione, ma lasciando a lui solo la scelta del modo e

dell’istante.

Ora nessun documento, a parer nostro, rispecchia più fedelmente le idee

e le opinioni del nostro Garibaldi in quell’anno, del dialogo da noi

riferito. Era il momento in cui i conati d’insurrezione e i progetti

di spedizioni pullulavano da ogni parte. Il Mazzini apparecchiava

una delle sue solite scorrerie nell’Appennino apuano; il siciliano

Francesco Bentivegna chiamava alla riscossa, con ardimento infelice,

l’Isola natía; i patriotti napoletani, capitanati principalmente da

Enrico Cosenz, tramavano, colla Legione anglo-italiana, uno sbarco nel

Regno,[177] e tutti questi, e quanti altri com’essi covavano progetti

di sommossa o di congiure, mettevano capo a Garibaldi; e quali per

capitano, quali per iniziatore, quali per ausiliare, tutti facevano

assegnamento sulla virtù del suo braccio e sulla magía del suo nome.

E Garibaldi non si rifiutava, non poteva rinnegare la propria natura,

ma non incoraggiava nemmeno; prometteva di seguire, ma rifuggiva

dall’iniziare; suggeriva, stile insolito, cautele e temporeggiamenti, e

si teneva sciolto da ogni impegno. E qui si conviene esser giusti. Il

programma dell’egemonia piemontese, o come altri lo dice, dell’unità

sotto Casa Savoia, non fu un trovato esclusivo e privilegiato di

chicchessia; scaturì per virtù propria dalle viscere stesse della

nostra storia, si svolse naturalmente da tutte quelle serie di

avvenimenti che dal Quarantotto in poi corressero, se non mutarono,

l’indirizzo della rivoluzione italiana e ne apparecchiarono il trionfo.

La impotenza sempre più manifesta dei partiti puramente rivoluzionari,

la sfacciata complicità dei Principati domestici colle signorie

straniere, l’uso sapientemente moderato della libertà fatto dal popolo

subalpino, la politica schiettamente nazionale del suo Parlamento

e del suo Governo, e infine, più possente di tutte, la proverbiale

lealtà di Vittorio Emanuele ai patti giurati; queste furono le prime

e vere cagioni di quel grande e provvido primato della Monarchia

piemontese, d’onde sorse l’Italia. Senza l’accordo provvidenziale di

questi tre grandi fatti; senza la condotta antinazionale e liberticida

degli altri Principi d’Italia, che spegnesse nelle collere popolari le

ultime reliquie delle fazioni municipali; senza il fallimento ripetuto

della parte repubblicana, che faceva parer accettabile anche a’ più

radicali la Dittatura regia, certo l’assorbimento dei vecchi partiti

rivoluzionari in un grande partito nazionale, monarchico ed unitario

sarebbe stato assai più lento; e il risorgimento italiano, tra martirii

e strazi novelli, differito a un giorno imprevedibile.

E certo l’ultimo tratto alla bilancia lo diede la spedizione di Crimea.

Invano s’ostinavano a negarlo gl’increduli, a fraintenderlo i ciechi,

a schernirlo e ripudiarlo i settarii; l’alto fatto parlava da sè.

Quella schiera di prodi che il conte di Cavour spediva col vessillo

tricolore in pugno a combattere fra i primi eserciti d’Europa, portava

nelle pieghe del suo vessillo, l’Italia; quella modesta, ma onorata

vittoria di Traktir, era vittoria italiana; quelle alleanze, o quelle

amicizie, onde il grand’uomo di Stato afforzava e muniva il Piemonte,

erano forza e scudo d’Italia; quella voce ardita ch’egli faceva suonare

ne’ Consigli europei era per l’Italia; tutta, insomma, quella breve,

ma gloriosa pagina di storia del piccolo paese a piè dell’Alpi, era

storia ormai di tutta Italia; e la nazione in suo segreto non esitava

più a commettere le sue sorti a quel Re e a quel Ministro, che l’avevan

difesa a viso aperto e fatta rivivere fra le genti civili.

Garibaldi, Vol. 1 (of 2) · 第 122 / 168 题