Tutto ciò però ampiamente concesso, importa restituire a ciascuno il
suo. Grande il merito del Piemonte, grandissimo quello di Vittorio
Emanuele e del Cavour; ma non spregevole, non dimenticabile, quello
degli uomini, i quali indovinarono per i primi il segreto della loro
politica e ne propagarono l’idea. E tanto più meritevole, in quanto
che essi medesimi, cresciuti in una fede diversa della monarchica,
dovevano troncare il filo della propria tradizione e rompere in visiera
coi partiti, ai quali erano sino a quel giorno appartenuti. Però la
difficoltà vera dell’impresa assunta da Daniele Manin e da Giorgio
Pallavicino era non tanto di dare una formola ad un concetto per sè
definito e palese, quanto di evangelizzarlo fra genti diverse; di
farlo accettare insieme dai repubblicani, dai rivoluzionari e dagli
autonomisti di tutti i colori, di scomporre i fasci de’ vecchi partiti,
e di ricomporre coi loro frammenti il fascio d’un nuovo grande partito
nazionale. Ed al compimento di questo disegno potrà essere dubbio se
più abbia cooperato il patrocinio onde li fiancheggiava il conte di
Cavour, o l’adesione aperta che gli aveva data Giuseppe Garibaldi;
ma infine, nella misura delle forze e delle influenze loro, tutti
concorsero all’opera, e Garibaldi, pel primo, li secondò, poi li
precorse e fin’anco li superò.
Di Garibaldi anzi conviene mettere in sodo un punto. Egli accettò il
programma «della Dittatura sabauda,» come egli lo chiamava, senza
riserva e restrizione di sorta. Avrà avuto in petto egli pure come
il Mazzini un giorno, o come il Manin in quell’anno, il suo: «se no,
no;» ma non lo espresse mai; e tutto quanto egli concesse, fu con
incondizionata fiducia. Diverso in questo dagli stessi componenti il
_Comitato dell’Associazione nazionale_, che litigavano se il laborioso
programma dovesse dire: «_finchè_, o _purchè_, o _perchè_, la Monarchia
di Savoia sarà fedele ai patti promessi;» diverso dallo stesso Giorgio
Pallavicino, che non sapendo guarire da’ suoi vecchi sospetti contro
il Cavour,[178] ricompariva ad ogni istante a mettere condizioni, a
esprimere diffidenze, a richiedere pegni che facevan, senza fallo,
testimonianza del suo geloso amor patrio; ma che non erano certo buone
prove del suo acume politico.
Garibaldi invece è come donna innamorata; una volta che si è dato,
s’abbandona interamente. Il 13 agosto visita per la prima volta il
conte di Cavour, e il Foresti, che l’accompagnava, così descrive
l’incontro:
«Il nostro Garibaldi era a Torino il 13 corrente, ed io ve lo
accompagnai. Cavour l’accolse con modi cortesi e famigliari ad un
tempo, gli fece sperar molto, e l’autorizzò ad insinuare speranza
nell’animo altrui. Pare ch’ei pensi seriamente al grande fatto della
redenzione politica della nostra Penisola.... Insomma Garibaldi si
congedò dal Ministro come da un amico, che promette e incoraggia ad
un’impresa vagheggiata.[179]»
Più tardi, apertasi dalla stampa governativa la sottoscrizione pei
cento cannoni d’Alessandria, e dalla democratica, quella per l’acquisto
de’ centomila fucili, Garibaldi sottoscrisse, con patriottica
neutralità, per entrambi; scontentando molti de’ suoi vecchi amici, ma
più ancora sforzandoli col suo esempio ad imitarlo.
Alcune settimane dopo, essendo ai bagni di Voltaggio, e volendo
ringraziare gli abitanti che l’avevano accolto con dimostrazioni di
simpatia, scriveva loro, tra l’altre, queste significantissime parole:
«Sì, giovani della crescente generazione, voi siete chiamati a
compire il sublime concetto di Dio, emanato nell’anima dei nostri
grandi di tutte le epoche: l’unificazione del gran popolo che
diede al mondo gli Archimedi, gli Scipioni, i Filiberti. A voi,
guardiani delle Alpi, vien commessa oggi la sacra missione; non vi
è un popolo della Penisola che non vi guardi, e che non palpiti
alla guerriera vostra tenuta, alle vostre prodezze sui campi
di battaglia. Campioni della redenzione italiana, il mondo vi
contempla con ammirazione, e lo straniero, che infesta l’abituro
dei vostri fratelli, ha la paura e la morte nell’anima.
»Gli Italiani di tutte le contrade sono pronti a rannodarsi al
glorioso vessillo che vi regge, ed io giubilante di compiere il mio
voto all’Italia, potrò, Dio ne sia benedetto!, darle questo resto
di vita.
»Dallo Stabilimento idroterapico
dei signori Ansaldo e Romanengo.
»GIUSEPPE GARIBALDI.[180]»
Finalmente quando nel maggio 1857 fu invitato, assieme al Pasi e
al Medici, ad aderire pubblicamente al programma dell’Associazione
nazionale, egli solo non esitò un istante a dare il suo consenso, e lo
espresse al Pallavicino così:[181]
«Caprera, 20 maggio 1857.
»Pregiatissimo amico,
»Io imparai a stimarvi ed amarvi dal nostro Foresti, e dalle
vicende dell’onorevole vostra vita. Le idee che voi manifestate
sono le mie, e vi fo padrone quindi della mia firma per la
dichiarazione vostra.
»Vogliate contraccambiare co’ miei affettuosi saluti Manin,
Ulloa e La Farina, ch’io vo superbo d’accompagnare in qualunque
manifestazione pubblica.
»Sono di cuore vostro
»GIUSEPPE GARIBALDI.»
Però il Pallavicino aveva ragione di chiamare la solenne adesione
di Garibaldi «un fatto immenso.» Esso scioglieva in due il vecchio
partito repubblicano, non lasciando al Mazzini che il manipolo dei
dottrinari; raccoglieva sotto i segni della Monarchia gli erranti delle
vecchie fazioni municipali; trascinava sotto le insegne della Dinastia
di Savoia tutta la gioventù operosa e militante d’Italia; poneva il
suggello al patto d’alleanza tra la rivoluzione e la Monarchia. Certo
non era in potere di Garibaldi impedire che questa alleanza si facesse;
ma nessuno negherà che fosse in sua mano il ritardarla. S’immagini
per un istante Garibaldi avverso alla Monarchia di Savoia, e serrato
intorno a lui, come a Capitano e Dittatore, tutto il vario stuolo
de’ repubblicani, ingrossato dagli autonomisti e dagli scontenti di
tutte le specie, e si dica quel che poteva accadere in Italia dopo
Villafranca? Probabilmente una discordia fratricida, ed un’anarchia
quarantottesca in metà della Penisola; certo la spedizione di Marsala
o fermata dal conte di Cavour, o annientata dal Borbone, o sfruttata
dal Mazzini; e in qualsivoglia caso, lo stupendo moto del nostro
risorgimento o sviato, o impedito, o funestato.