E fu ancora in quell’anno ch’egli s’era tolta l’impresa della
liberazione dei prigionieri di Santo Stefano. Pochi anni or sono
il fatto era noto a pochissimi; le _Memorie_ del Settembrini e le
_Lettere_ al Panizzi, di recente pubblicate, l’hanno reso notorio.
Ventidue condannati politici, tra i quali Luigi Settembrini, Silvio
Spaventa, Gennaro Placco, Filippo Agresti, giacevano da quattro anni
nelle carceri di Santo Stefano; rei, come diceva la legge borbonica,
«del delitto di maestà;» rei d’amor patrio. Come è natura dei
prigionieri, degl’innocenti principalmente, il pensiero della fuga
era incessante; quindi i disegni, i conati, i tentativi innumerevoli,
arditi, strani talvolta, ma vani fino allora tutti. Sulla fine del 1854
però Antonio Panizzi, non mai dimentico della sua Italia e partecipe,
più che non paresse, d’ogni congiura diretta al suo bene, combina
col Settembrini a Santo Stefano e con Agostino Bertani a Genova un
nuovo e più arduo progetto. I prigionieri penseranno essi a scappare
dall’ergastolo forando con ferri, nascostamente introdotti, la vôlta
della loro camera, e calandosi di là per i tetti, e le muraglie
in una nascosta insenata a oriente dell’isola. Di fuori invece un
piroscafo noleggiato da amici, e «comandato da _un uomo unico_,»
passerà in una notte senza luna davanti a Santo Stefano, portando
per segnale all’albero, o agli alberi, _una fiamma bianca_, o _delle
fiamme bianche_, le quali s’abbasseranno per qualche momento, poi
giunto vicino all’ergastolo si rialzeranno; il bastimento di giorno
s’allontanerà, al tornar della notte s’avvicinerà di nuovo all’isola,
ed a mezza notte manderà una lancia o due al seno indicato; colà i
prigionieri porteranno una lanterna accesa rivolta alla parte della
lancia, questa s’accosterà pronunziando la parola d’ordine: _Panizzi_;
i prigionieri risponderanno colla parola: _Settembrini_; e ciò fatto
la lancia toccherà terra, imbarcherà i fuggitivi e il piroscafo li
rapirà con sè. E questo progetto tenne occupati, speranzosi, angosciati
per più d’un anno i poveri cattivi; finchè ai primi di settembre del
1856 fu scritta loro la notizia che il piroscafo destinato alla fuga
aveva naufragato sulle coste d’Inghilterra; e il disegno per allora
completamente fallito.
«L’uomo unico,» di cui parlava il Panizzi nella sua lettera al
Settembrini, era Giuseppe Garibaldi; e si converrà che se v’era uomo
adatto a rischiare e condurre alla fine quella nobile impresa era lui;
se non l’unico, il primo innegabilmente.