La Caprera, come è noto, sorge tra il lato orientale della Maddalena,
e il capo settentrionale della Sardegna, dalla quale è divisa soltanto
dal piccolo golfo d’Arsachena. All’aspetto è un masso granitico oblungo
che s’avvalla ad occidente, s’innalza al punto opposto e scende da
quella banda a picco sul Mediterraneo. Un monte, detto il Teggiolone,
alto non più che trecento metri sul livello del mare, lo corre da nord
a sud, e cominciando da Punta Galera, sua estremità settentrionale,
va a finire, traverso valloncelli e frane e scoscendimenti, alla così
detta Punta Rossa, che forma a mezzodì uno de’ corni del golfo di
Arsachena. Misura tre chilometri di larghezza e cinque di lunghezza;
la nuda roccia dominante su tutta l’Isola è spalmata a intervalli
da sottili strati di terra vegetale, su cui verdeggia a stento fra
folte macchie di lentischi e di arbusti qualche oasi erbosa. Il clima
vi è, come in tutte le nostre isole, temperato e l’aere salubre; ma
scarsissima l’acqua, incessante il giuoco de’ venti e turbinoso il
Maestro. Pescose le rive, ma irte di punte, di secche, di scogliere;
innumeri perciò le anse, i seni, le calanche, ma di veri porti nessuno;
unici punti d’approdo, per barche mezzane il porto dello Stagnarello a
settentrione e l’insenata d’Arsachena a mezzodì.
Nel 1855 Caprera era divisa tra due soli proprietari: il Demanio sardo,
che vi occupava il lato settentrionale e l’aveva già partito in piccoli
lotti per metterlo in vendita, ed i signori Collins, inglesi stanziati
alla Maddalena, che vi possedevano il meridionale più ad uso di caccia
che per speranza d’un frutto qualsiasi. Nel rimanente due famiglie di
pastori, di cui si perdevano tra gli anfratti della valle le povere
capanne; qualche branco di capre e di pecore erranti tra gli scogli
in cerca d’una magra pastura; qualche volo di pernici e di beccaccie
migrate dalla vicina Sardegna annidiate tra le macchie; poche coppie di
caproni selvatici inerpicati su pei greppi del Teggiolone: ecco i soli
esseri viventi del luogo.
Nessuna amenità di sito adunque, nessuna feracità di suolo, nessuna
varietà di flora e di fauna; ma in cambio il mare profondo, la
solitudine immensa, la libertà imperturbata: tutto quanto bastava
agli occhi di Garibaldi per trasformare l’orrido scoglio in un orto
d’Esperia. Oltre di che l’aveva preso la passione dell’agricoltura,
cosa meno strana di quel che appaia, poichè l’amor de’ campi e l’amore
del mare sono fratelli e nascono entrambi dal bisogno della vita
libera, solitaria, e dal profondo sentimento della natura infinita.
Alleandosi pertanto le illusioni dell’agricoltore alla misantropia
dell’uomo ed alla fantasia del poeta, Garibaldi decise comperare la
maggior parte di que’ lotti vendibili, e di trapiantarvi stabilmente le
nomadi tende della sua vita.
Ma per far tutto ciò, una prima cosa era necessaria: rendere l’Isola
abitabile, costruirvi cioè una casa. E a questo pure Garibaldi aveva
pensato; ma a modo suo, quanto dire primitivo e singolare sempre.
E punto primo, la casa dovrà essere una riproduzione perfetta di
quelle di Montevideo: un semplice quadrato di quattro camere poste su
d’un piano solo, coperto da una terrazza bianca e liscia che serva
insieme di tetto e di vasca alle acque piovane, che vengono poi
raccolte per via d’un canale in un serbatoio interno, ecco la reggia
fastosa che Garibaldi edificherà da sè stesso nel suo nuovo regno di
Caprera. Quanto poi ai lavoratori, egli e quattro o cinque amici,
Basso, Menotti, Gusmaroli, Froscianti, si spartiranno le faccende
ed i mestieri, e coll’aiuto e la guida di qualche maestro muratore e
falegname basteranno alla bisogna. Di necessità, durante i lavori, si
vivrà accampati sotto le tende, alla militare; la caccia e la pesca
dei dintorni provvederanno al vitto quotidiano, e al difetto di pratica
supplirà l’ingegno, la lena e l’allegria.