Tale la fine miseranda di Anita Ribeira Garibaldi. Essa fu una martire
dell’amore. Oscura figlia del Continente brasiliano, destinata a nozze
pacifiche, ella sarebbe probabilmente vissuta felice senza neppure
conoscere che esisteva un’Italia, se un giorno, nel breve tragitto
dalla sua casa alla fontana, non si fosse abbattuta in quella maliarda
figura d’eroe che l’affascinò coll’inesprimibile sortilegio della sua
leonina bellezza, e ghermitala nel suo pugno poderoso la trasportò seco
nel fortunoso ciclone della sua vita.
Ed ella, come sappiamo, non discusse, non vacillò, non resistette. Come
Ernani a Doña Sol, Garibaldi le offerse di
Dormir sur l’herbe, boire au torrent, et la nuit
Entendre, en allaitant quelque enfant qui s’éveille,
Les balles de mousquets siffler à votre oreille,
Être errante avec moi, proscrite, et s’il le faut
Me suivre............. à l’echafaud!
e come Doña Sol a Ernani, ella rispose semplicemente: _Je vous suivrai_.
Divenuta in un istante schiava felice di quel bello e terribile
Signore, la sua coscienza ammutì e la sua volontà s’infranse. Per
esso sostenne di lacerare il cuore del padre e di portarne sul capo
per tutta la vita la maledizione; per esso affrontò impavida la
tenebra d’un avvenire malfido, pieno di nembi e di procelle; per esso
si esiliò volontaria dalla sua contrada nativa e dal suo domestico
focolare, e con esso partì. Chiunque si fosse quell’angelico o satanico
sconosciuto, ella l’amava; dovunque la portasse, qual si fosse la sorte
ch’egli le preparava, ella s’era data a lui, non col sensuale capriccio
d’una ganza, ma col voto religioso e perpetuo d’una moglie, e si sentì
sua per sempre. Il fato d’amore,
D’amor che a nullo amato amar perdona,
l’aveva presa nelle sue spire, e come Francesca si lasciò turbinare,
beata, nella sua rapina.
E non appena ella fu tra le braccia del suo eroe, s’incarnò con esso e,
come Giovanna d’Arco, da fanciulla casalinga e romita si trasformò per
lui in amazzone ed in eroina.
Per non abbandonarlo mai, per trovarsi sempre al suo fianco, qualunque
fosse la ventura e il periglio; per esser pronta ad ogni istante a
coprirlo col suo petto nelle pugne, a medicarlo colle sue mani nelle
ferite, a premiarlo prima del suo amore nelle vittorie, imparò a
trattare un moschetto come un cacciatore, a bracciar una vela ed a
sfidare un fortunale come un marinaio, a cavalcare nelle marcie, a
caricare nelle mischie come un cavaliere, a serenare ne’ bivacchi,
a durar nelle vigilie come un veterano, a disprezzar le delicatezze,
dissimular le necessità, domar talvolta i tormenti del suo corpo di
donna e del suo seno di madre per tornar più utile e più cara all’uomo
che adorava.
Gravida di Menotti, lo portò nove mesi in seno tra stenti e perigli
mortali, lo partorì in una capanna, lo scaldò del suo fiato, lo vestì
co’ suoi cenci, lo allattò a cavallo combattendo e marciando, gli
diede per cuna i tronchi delle foreste, per giocattoli il fischio
delle palle, lo scrosciar de’ torrenti e il bramir delle fiere. Al
combattimento navale di Santa Caterina mette ella stessa la miccia
al cannone; alla fazione di Santa Vittoria durante la battaglia è la
provvidenza de’ feriti, che va a curare sotto il grandinar delle palle;
a Coritibani guida ella stessa la scorta delle munizioni. Avvolta da
una squadra di cavalli nemici, sdegna d’arrendersi; ma atterrato da
una palla il suo cavallo, e tradotta prigioniera davanti al capitano
nemico, ne rintuzza colla fiera parola i sarcasmi, come poco prima
aveva rintuzzato l’assalto de’ suoi soldati col virile ardimento.
Disgiunta però dal marito e sparsasi fra i nemici la voce della morte
di lui, l’amore la rende umile e la pietà eloquente, e impetra unica
grazia dal vincitore di andare ella stessa sul campo a cercare, vivo o
morto, il corpo del perduto consorte.
E il vincitore incauto consente; ond’eccola come Argia errare
una giornata per la funerea campagna, frugandone tutti i recessi,
interrogandone ogni cadavere, tremando ad ogni vaga somiglianza di
vesti o di persona, rivolgendo i corpi dei caduti boccone per leggere
nei loro volti la sentenza del suo destino. Invano; ma poichè ogni
delusione ravvivava in quel caso una speranza, decide di andare a
cercare tra i vivi colui che non aveva potuto trovare fra i morti, e
colta una notte in cui i suoi custodi giacevano assonnati dal vino,
fugge dal campo nemico e ripara nella capanna più vicina, nella
speranza d’un momentaneo rifugio e di un soccorso.
Era Erminia che andava alla cerca del suo Tancredi, ma col cuore di
Clorinda. Se non che appena entrata la prima cosa che le si offre alla
vista è un mantello.... il mantello di suo marito. Quale tremenda
sorpresa! Quel mantello è egli un testimonio di vita o di morte? Fu
egli perduto per caso nel campo o strappato da un predone nemico dal
corpo d’un caduto? Cresce a quella scoperta piena di paurosi problemi
l’ambascia della fuggitiva e delibera di troncare all’istante ogni
indugio; non vuol partire però lasciando in mani straniere la preziosa
reliquia, e non avendo con che riscattarla, offre in cambio alla donna
che l’ospitava il suo proprio mantello. E poichè l’ospite non aveva che
a guadagnare nel baratto, l’accetta prontamente; e Anita senz’altra
dimora avvolta in quella cara spoglia, che forse aveva raccolto gli
ultimi battiti del suo Garibaldi morente e che la sorte le inviava
forse come un augurio e un talismano, si lancia alla ventura nella
direzione di Layes, dove sapeva che i Repubblicani s’erano ritirati, e
al cader della notte s’inselva nel folto della foresta che lungheggia
quella contrada. E là sola, digiuna, senz’armi, senza guida, senza
viatico, comincia per essa una terribile prova. «Colui soltanto
(scriveva suo marito) che ha veduto le immense foreste che coprono
la Serra dell’Espinasso, co’ suoi colossali _taquari_ che sembrano
sostenere il cielo e formare le colonne di quel magnifico tempio della
natura; può formarsi un concetto della virtù occorsa, delle difficoltà
vinte dalla valorosa Brasiliana per arrivare, traverso venti leghe di
cammino, tante ne corrono da Coritibani a Layes, al termine del suo
pellegrinaggio.»
E non era soltanto la natura inanimata che le moveva guerra; ma la
viva e l’umana. Poichè gli abitanti stessi avversi alla repubblica
nel perseguitare gli sperperati avanzi degl’insorti perseguivano lei
pure, onde più d’una volta si trovò avviluppata dalla muta feroce
degl’Imperiali, salvata soltanto dal suo meraviglioso ardire e dalla
sua fortuna. Vinto un pericolo, ne sorgeva un altro; anzi pareva che
l’uno pullulasse dall’altro colla fecondità d’un’idra. Passata la
foresta, sorgeva il monte; delusa la furia degli uomini, si scatenava
quella degli elementi.
E fu allora che gli abitanti di Layes e di Vaccaria ebbero uno strano
spettacolo. Per due giorni un fantastico cavaliere, montato sopra un
nero cavallo, fu visto saltar al galoppo dirupi, tragittare a nuoto
torrenti, traversare a volo come uno spettro di Bürger la tenebra d’una
notte tempestosa, comparire, scomparire tra i tuoni e le folgori, or
sulla vetta de’ monti, or nel fondo delle valli, lasciando esterrefatti
sul suo passaggio abitatori e viandanti, mettendo in fuga col suo
sovrumano fantasma gli stessi cavalieri imperiali mandati alla sua
caccia.[163]
Era Anita, che, procacciatasi, colla facilità consueta a que’ paesi,
un generoso cavallo, e sorpresa, ma non atterrita, da un uragano,
continuava la sua corsa fortunosa, e già pianta dallo stesso marito,
per il medesimo inganno ond’ella aveva pianto lui, riusciva dopo otto
giorni di disperata separazione a trovarlo nei dintorni di Layes, ed a
cadere beata nelle sue braccia.