Era la notte del 3 agosto, e quando il Bonnet vide in moto la barca
fatale partì per Comacchio, onde addormentare colla sua presenza i
sospetti della Polizia e prendere egli stesso un po’ di riposo. Ma
quale sorpresa! quale colpo di fulmine per lui nel vedere il mattino
dopo entrare in camera la sorella tutta conturbata e udirla dire: «I
guardiani essersi rifiutati a proseguire il cammino e aver gettato
Garibaldi sulla Costa di Paviero.» Balzò dal letto, mandò un suo
fidato alla barca sì per guidar Garibaldi, come per mettere al dovere
i guardiani, ed egli stesso, quantunque zoppo, salta in biroccino per
correre alla fattoria Guiccioli a riconoscere lo stato delle cose.
E il pensiero fu ottimo, poichè là potè accertarsi di più fatti: che
Garibaldi non era ancor giunto; che la fattoressa in assenza del marito
era ben disposta a ricevere gli ospiti annunciati; che infine dovunque
si trovassero in quel momento non correva voce che fosse accaduta loro
alcuna disgrazia. Rassicurato di nuovo, l’infaticabile uomo parte a
carriera per Ravenna, sguscia con arte e felicità somma in mezzo ai
perlustratori tedeschi che scontra sul suo cammino: a Ravenna concerta
con un suo amico, il maggiore Montanaro, il modo con cui Garibaldi
potrà penetrare in città e di là passare in Toscana; e ciò fatto, nel
mattino del 5 agosto torna nuovamente alla fattoria Guiccioli, dove ode
dal fattore Ravaglia questa lugubre novella: Garibaldi, condotto dai
noti guardiani sin presso a Sant’Alberto, aveva potuto procacciarsi,
non sapremmo dire con qual mezzo, un biroccino e trasportatovi sopra
la moglie agonizzante era giunto con essa alla fattoria. Colà però
il dottore Nannini, che per caso vi si trovava, esaminata l’inferma
capì che le restavano pochi minuti di vita. Infatti appena adagiata
in letto, ella chiese con voce semispenta un po’ d’acqua fresca,
ne trangugiò alcuni sorsi e spirò, come di colpo, nelle braccia del
marito.
«Fu sepolta?» chiese il Bonnet. «Ah no! (rispose il Ravaglia). La
povera Anita era appena spirata, che gli Austriaci comparivano in
faccia alla casa; onde il Generale ebbe appena il tempo di fuggire,
lasciandomi per ultima preghiera che dassi io onorata sepoltura a sua
moglie, fino a che potesse tornare egli stesso in ora più propizia a
riprendere i sacri resti mortali!»
Così morì il 4 agosto 1849 verso le 4 di sera Anita Garibaldi. Della
sua agonia e della sua morte fu scritto sino ad ora con poesia,
non con verità; ed era naturale che fino al giorno in cui questa
fosse interamente scoperta, la fantasia impietosita intessesse di
poetiche invenzioni la luttuosa catastrofe, e coltivasse sulla tomba
della martire il gentil fiore della leggenda. Persino il romanzo di
Garibaldi, che prima di riprendere la sua fuga trangosciata scava colle
sue mani la fossa e dà sepoltura alla donna del suo cuore, non è più
credibile. Come vedemmo, Garibaldi non potè adempiere a quell’ultimo
ufficio, che pur avrebbe sparsa di qualche balsamo la grande piaga del
suo cuore; ciò non vieta che lo spettacolo di quell’uomo costretto a
staccarsi dalle spoglie della sua donna appena morta, ed a lasciarla
insepolta in balía d’estranei, non sia tragedia ancora più pietosa e
terribile.
Quindici giorni dopo, alcuni contadini videro una mano sbucare da un
monte di sabbia: chiamata l’Autorità e scavata la terra, fu trovato il
corpo di una donna sfigurata dalla incipiente putredine, colla lingua
schizzata fuori dai denti sprangati, la trachea rotta, il collo segnato
da un cerchio livido, un feto di sei mesi nelle viscere.