Ma la terra non era più sicura del mare: squadre di Gendarmi e di
Croati la frugavano per ogni verso, intanto che gli incrociatori
austriaci ne battevano le coste; la natura stessa del suolo, vasto
padule intersecato da canali, attorniato da boscaglie, frastagliato
da canneti, sparso di rari casolari, ne rendeva del pari difficile al
forastiero l’entrata e l’uscita, la dimora e la traversata.
Importava dunque apparecchiarsi con virtù nuova alla nuova caccia che
cominciava, e per prima necessità, poichè i fuggiaschi eran pochi
per combattere e troppi per nascondersi, separarsi. Ugo Bassi e il
capitano Livraghi presero per una via; Ciceruacchio e i suoi figliuoli
per un’altra; i rimanenti si disseminano a caso per altre direzioni,
e Garibaldi restò solo con Anita e il capitano Leggiero. Ma ohimè! la
povera Anita non era più la robusta Amazzone che per settimane intere
poteva correre a cavallo, col figlio al seno, le foreste del Brasile,
e caricar a fianco del marito entro il fitto delle schiere nemiche!
Di lei viveva ancora lo spirito, ma il corpo era consunto. Gravida di
sei mesi, attrita dagli stenti e dagli affanni dell’ultima odissea,
assalita fin da San Marino da una febbre insidiosa che lentamente
la struggeva, straziata da atroci crampi di stomaco, arsa di sete,
priva da giorni d’ogni cibo riconfortante, scalza, lacera, seminuda,
la misera donna era all’estremo della sua possa; e se un pensiero
la sorreggeva ancora e le dava la forza di dissimulare il suo male,
era quello di non cagionare inciampi alla salvezza del marito e di
dividere in ogni caso fino all’ultimo il suo destino. E certo il marito
l’intendeva e ne soffriva di contraccolpo; ma poichè unico mezzo di
salute a entrambi era il lasciare all’istante quella spiaggia scoperta,
già presa di mira dal nemico, Garibaldi abbandona alla sua sorte la
barca che lo aveva portato senza nemmeno levarne i miseri cenci e i
pochi soldi che vi aveva riposti, prende sulle sue braccia Anita, e
scortato da Leggiero e guidato da un contadino che il caso gli aveva
condotto dinanzi, traverso macchie e canneti, più trepidante per il
caro peso che per sè, ma pur da esso traendo la lena a proseguire,
arriva finalmente a una deserta capanna, dove la comitiva trova almeno
un nascondiglio e Anita, sopra un giaciglio di frasche, un po’ di
riposo.
Non era però scorsa un’ora dacchè i fuggitivi se ne stavano in quel
ricovero, incerti ancora del dove avrebbero nuovamente diretti i
loro passi, che Garibaldi vide comparire all’improvviso sull’uscio
della capanna un giovanotto in vesti signorili, che lo salutava
rispettosamente e gli faceva de’ cenni misteriosi. Garibaldi
portentoso ritenitore delle fisionomie, senza sospettare un istante
solo d’ingannarsi, nè curarsi dell’incognito che pur gli giovava di
conservare, «Bonnet!» esclamò, e si gettò, come naufrago che abbia
trovato improvvisamente la sua tavola, tra le sue braccia.
E il giovanotto era infatti Giovacchino Bonnet di Comacchio,
primogenito di una famiglia di patriotti,[159] e patriotta ardentissimo
egli stesso, volontario in Lombardia ed a Bologna, conoscente di
Garibaldi fin dal di lui soggiorno a Ravenna, e che avendo dalle
finestre d’una sua casa di campagna veduto prima l’approdare dei
Garibaldini, poi la caccia degli Austriaci, veniva ora, sfidando rischi
non pochi, a cercar Garibaldi in quel suo asilo e ad offrirgli nella
terribile distretta il suo soccorso. Pochi istanti dopo infatti il
Bonnet conduceva la raminga brigata nella casa, non lontana, d’un suo
amico fidato, e Anita dopo tanti giorni potè essere adagiata sopra
un letto e ricevere i primi soccorsi che il suo stato aggravatissimo
richiedeva. E là, intanto che l’inferma riposava, Garibaldi e il suo
salvatore, sdraiati su un carro rovesciato entro un rustico capanno di
canne, rinfrescavano le labbra arse con un cocomero, e s’intrattenevano
a parlare delle sorti d’Italia, rammentando con pia memoria le gesta di
quei bravi, vittime del loro amore di patria e del loro eroismo.
Ma anche quel primo ricovero poteva, abitato troppo a lungo, divenire
pericoloso, e il Bonnet insistette perchè passassero nella giornata
stessa nella casa d’un suo parente, fratello d’un suo cognato, dove
avrebbero trovato la stessa sicurezza e le medesime cure, e potevano
aspettar più tranquillamente l’esito dei nuovi tentativi che il Bonnet
si preparava a fare per provvedere alla loro salvezza futura. L’opera
del Bonnet non poteva dirsi perfetta se non quando egli fosse riuscito
a condurre i suoi protetti fuori delle valli di Comacchio, dalle quali
però, chiunque abbia le buone ragioni di Garibaldi per cansare le
strade maestre non può uscire, se non traverso il labirinto dei canali,
e avendo perciò dalla sua i molti guardiani che li sorvegliano. Con
questo disegno pertanto il Bonnet partì difilato per Comacchio, ed ivi
dando ad intendere che si trattasse d’un suo fratello e promettendo
lauti compensi, induce alcuni guardiani di sua conoscenza a traghettare
il finto suo fratello ed altri suoi compagni dalla villa di suo cognato
al posto ch’egli stesso avrebbe loro indicato.
Sennonchè tornato il Bonnet in compagnia d’un amico all’asilo de’ suoi
profughi, ode e vede tutti i suoi piani minacciati di rovina ed ogni
cosa rimessa nuovamente in forse. La padrona della fattoria, indovinato
che gli ospiti fino allora ricoverati erano Garibaldi e sua moglie,
gridava e smaniava che non voleva più tenerli in casa; l’amico mandato
a sorvegliare i guardiani veniva a dirgli, che scoperto l’inganno del
supposto fratello e spaventati dalle minaccie delle molte pattuglie
che battevano i dintorni, si rifiutavano al promesso tragitto. Fu pel
bravo Bonnet un momento angoscioso, e non vide altra speranza che in
una disperata audacia. Corre dai guardiani, confessa loro che colui che
trattavasi di salvare era realmente Garibaldi, ma li ammonisce che se
nol faranno ne va della loro vita; che nessuno degl’Italiani avrebbe
lasciato impunito un tanto misfatto, che essi possono guadagnare, se
lo aiutano, una bella somma, ma quando si ostinino nel rifiuto egli
non rispondeva più di quel che poteva loro accadere. Il discorso fatto
da un uomo autorevolissimo fra i Comacchiesi, corroborato da quei due
argomenti sempre validi pel cuore umano: la paura e l’avidità, fece
istantaneamente l’effetto suo, e i guardiani ripromisero che avrebbero
fatto quanto il signor Bonnet richiedeva.
Allora questi ritorna al Generale, lo traveste dei suoi abiti, gli
dà il passaporto di suo fratello Gaetano morto in Roma;[160] fa
trasportare sulla barca Anita, le compone sotto alla persona materassi
e guanciali e ve l’adagia, coll’aiuto del marito, come in un letto, e
sparsa ad arte la voce che il Generale si fosse imbarcato con una mano
d’armati al Po di Volano diretto a Venezia, appena s’è assicurato che
tutte le pattuglie nemiche sono incamminate a quella volta, ordina ai
guardiani di prendere l’opposta direzione di Ravenna, fissando loro
per prima tappa la fattoria del marchese Guiccioli posta alle Mandriole
presso Sant’Alberto.