VIII.

Ma la terra non era più sicura del mare: squadre di Gendarmi e di

Croati la frugavano per ogni verso, intanto che gli incrociatori

austriaci ne battevano le coste; la natura stessa del suolo, vasto

padule intersecato da canali, attorniato da boscaglie, frastagliato

da canneti, sparso di rari casolari, ne rendeva del pari difficile al

forastiero l’entrata e l’uscita, la dimora e la traversata.

Importava dunque apparecchiarsi con virtù nuova alla nuova caccia che

cominciava, e per prima necessità, poichè i fuggiaschi eran pochi

per combattere e troppi per nascondersi, separarsi. Ugo Bassi e il

capitano Livraghi presero per una via; Ciceruacchio e i suoi figliuoli

per un’altra; i rimanenti si disseminano a caso per altre direzioni,

e Garibaldi restò solo con Anita e il capitano Leggiero. Ma ohimè! la

povera Anita non era più la robusta Amazzone che per settimane intere

poteva correre a cavallo, col figlio al seno, le foreste del Brasile,

e caricar a fianco del marito entro il fitto delle schiere nemiche!

Di lei viveva ancora lo spirito, ma il corpo era consunto. Gravida di

sei mesi, attrita dagli stenti e dagli affanni dell’ultima odissea,

assalita fin da San Marino da una febbre insidiosa che lentamente

la struggeva, straziata da atroci crampi di stomaco, arsa di sete,

priva da giorni d’ogni cibo riconfortante, scalza, lacera, seminuda,

la misera donna era all’estremo della sua possa; e se un pensiero

la sorreggeva ancora e le dava la forza di dissimulare il suo male,

era quello di non cagionare inciampi alla salvezza del marito e di

dividere in ogni caso fino all’ultimo il suo destino. E certo il marito

l’intendeva e ne soffriva di contraccolpo; ma poichè unico mezzo di

salute a entrambi era il lasciare all’istante quella spiaggia scoperta,

già presa di mira dal nemico, Garibaldi abbandona alla sua sorte la

barca che lo aveva portato senza nemmeno levarne i miseri cenci e i

pochi soldi che vi aveva riposti, prende sulle sue braccia Anita, e

scortato da Leggiero e guidato da un contadino che il caso gli aveva

condotto dinanzi, traverso macchie e canneti, più trepidante per il

caro peso che per sè, ma pur da esso traendo la lena a proseguire,

arriva finalmente a una deserta capanna, dove la comitiva trova almeno

un nascondiglio e Anita, sopra un giaciglio di frasche, un po’ di

riposo.

Non era però scorsa un’ora dacchè i fuggitivi se ne stavano in quel

ricovero, incerti ancora del dove avrebbero nuovamente diretti i

loro passi, che Garibaldi vide comparire all’improvviso sull’uscio

della capanna un giovanotto in vesti signorili, che lo salutava

rispettosamente e gli faceva de’ cenni misteriosi. Garibaldi

portentoso ritenitore delle fisionomie, senza sospettare un istante

solo d’ingannarsi, nè curarsi dell’incognito che pur gli giovava di

conservare, «Bonnet!» esclamò, e si gettò, come naufrago che abbia

trovato improvvisamente la sua tavola, tra le sue braccia.

E il giovanotto era infatti Giovacchino Bonnet di Comacchio,

primogenito di una famiglia di patriotti,[159] e patriotta ardentissimo

egli stesso, volontario in Lombardia ed a Bologna, conoscente di

Garibaldi fin dal di lui soggiorno a Ravenna, e che avendo dalle

finestre d’una sua casa di campagna veduto prima l’approdare dei

Garibaldini, poi la caccia degli Austriaci, veniva ora, sfidando rischi

non pochi, a cercar Garibaldi in quel suo asilo e ad offrirgli nella

terribile distretta il suo soccorso. Pochi istanti dopo infatti il

Bonnet conduceva la raminga brigata nella casa, non lontana, d’un suo

amico fidato, e Anita dopo tanti giorni potè essere adagiata sopra

un letto e ricevere i primi soccorsi che il suo stato aggravatissimo

richiedeva. E là, intanto che l’inferma riposava, Garibaldi e il suo

salvatore, sdraiati su un carro rovesciato entro un rustico capanno di

canne, rinfrescavano le labbra arse con un cocomero, e s’intrattenevano

a parlare delle sorti d’Italia, rammentando con pia memoria le gesta di

quei bravi, vittime del loro amore di patria e del loro eroismo.

Ma anche quel primo ricovero poteva, abitato troppo a lungo, divenire

pericoloso, e il Bonnet insistette perchè passassero nella giornata

stessa nella casa d’un suo parente, fratello d’un suo cognato, dove

avrebbero trovato la stessa sicurezza e le medesime cure, e potevano

aspettar più tranquillamente l’esito dei nuovi tentativi che il Bonnet

si preparava a fare per provvedere alla loro salvezza futura. L’opera

del Bonnet non poteva dirsi perfetta se non quando egli fosse riuscito

a condurre i suoi protetti fuori delle valli di Comacchio, dalle quali

però, chiunque abbia le buone ragioni di Garibaldi per cansare le

strade maestre non può uscire, se non traverso il labirinto dei canali,

e avendo perciò dalla sua i molti guardiani che li sorvegliano. Con

questo disegno pertanto il Bonnet partì difilato per Comacchio, ed ivi

dando ad intendere che si trattasse d’un suo fratello e promettendo

lauti compensi, induce alcuni guardiani di sua conoscenza a traghettare

il finto suo fratello ed altri suoi compagni dalla villa di suo cognato

al posto ch’egli stesso avrebbe loro indicato.

Sennonchè tornato il Bonnet in compagnia d’un amico all’asilo de’ suoi

profughi, ode e vede tutti i suoi piani minacciati di rovina ed ogni

cosa rimessa nuovamente in forse. La padrona della fattoria, indovinato

che gli ospiti fino allora ricoverati erano Garibaldi e sua moglie,

gridava e smaniava che non voleva più tenerli in casa; l’amico mandato

a sorvegliare i guardiani veniva a dirgli, che scoperto l’inganno del

supposto fratello e spaventati dalle minaccie delle molte pattuglie

che battevano i dintorni, si rifiutavano al promesso tragitto. Fu pel

bravo Bonnet un momento angoscioso, e non vide altra speranza che in

una disperata audacia. Corre dai guardiani, confessa loro che colui che

trattavasi di salvare era realmente Garibaldi, ma li ammonisce che se

nol faranno ne va della loro vita; che nessuno degl’Italiani avrebbe

lasciato impunito un tanto misfatto, che essi possono guadagnare, se

lo aiutano, una bella somma, ma quando si ostinino nel rifiuto egli

non rispondeva più di quel che poteva loro accadere. Il discorso fatto

da un uomo autorevolissimo fra i Comacchiesi, corroborato da quei due

argomenti sempre validi pel cuore umano: la paura e l’avidità, fece

istantaneamente l’effetto suo, e i guardiani ripromisero che avrebbero

fatto quanto il signor Bonnet richiedeva.

Allora questi ritorna al Generale, lo traveste dei suoi abiti, gli

dà il passaporto di suo fratello Gaetano morto in Roma;[160] fa

trasportare sulla barca Anita, le compone sotto alla persona materassi

e guanciali e ve l’adagia, coll’aiuto del marito, come in un letto, e

sparsa ad arte la voce che il Generale si fosse imbarcato con una mano

d’armati al Po di Volano diretto a Venezia, appena s’è assicurato che

tutte le pattuglie nemiche sono incamminate a quella volta, ordina ai

guardiani di prendere l’opposta direzione di Ravenna, fissando loro

per prima tappa la fattoria del marchese Guiccioli posta alle Mandriole

presso Sant’Alberto.

Garibaldi, Vol. 1 (of 2) · 第 109 / 168 题