E qui il cronista s’inganna; e l’Hoffstetter, che ci riferì i
pensieri del Generale nell’ultima ora, ce ne fa fede. Temeva,
bensì, che tutto quel temporeggiamento fosse un agguato; dubitava,
è vero, che il Gorzkowsky non fosse per ratificare la Convenzione;
ma il sentimento che sopra tutto lo dominava, era la ripugnanza di
scendere a patti collo straniero. Gli eroi son fatti così: è sempre
un affetto, spesso una chimera dell’anima loro che li muove; la
considerazione dei pericoli, dei danni, dei vantaggi non entra che
dopo, spesso assai tardi, nei loro giudizi, ma non ne è mai il primo
e precipuo movente. Però Garibaldi ha risoluto: verso le undici della
sera chiama i migliori suoi ufficiali e i pochi suoi fidi, e svela
loro l’incrollabile suo proposito di sottrarsi ancora una volta ai
patti dello straniero. «A chi vuol seguirmi, soggiunge, io offro
nuove battaglie, patimenti, esiglio; patti collo straniero mai.» Le
parole cadono come stille roventi sull’animo degli ascoltanti; ma a
pochi, ed è naturale, bastarono l’animo e le forze di ascoltare il
nuovo appello. Non sono più di duecento quelli che paiono disposti a
seguirlo; ma Garibaldi non li conta; lo segue inseparabile, indomita,
pronta a tutti i rischi, la sua Anita; l’accompagnano ancora Ugo Bassi,
Ciceruacchio, Forbes, Ceccaldi, Liveriero e Livraghi; ed egli allo
scoccar della mezzanotte, preceduto da tre guide paesane per l’unico
sentiero di montagna che ancora rimanga aperto, scende il Titano;
guizza non visto tra le scolte nemiche; traversa la Marecchia; passa
Montebello; e camminando tutta la giornata del 1º agosto, verso le
dieci di sera penetra improvviso a Cesenatico, sulla spiaggia di quel
mare che era da dieci giorni la mèta del suo cammino. E ben s’intende
che colà non perde tempo. Fatti prigionieri i Carabinieri e i pochi
soldati austriaci colà sorpresi, s’impadronisce di tredici bragozzi
chiozzotti, vi imbarca durante la notte la sua gente e i prigionieri,
e allo scoccar delle sei con vento in poppa veleggia arditamente verso
Venezia.[157]
La sorpresa, l’affaccendamento, l’affanno degl’Imperiali all’annunzio
della sparizione di Garibaldi da San Marino sono indescrivibili. Il
generale Hahne di Rimini ne accusa il Governo sanmarinese, che a stento
riesce a farsi riconoscere innocente. Il Gorzkowski dirama da Bologna
un bando selvaggio, in cui era minacciato di fucilazione immediata
chiunque soccorresse quei «masnadieri fuggiti alla galera ed alla
corda;» e aggiungevasi tra gli altri contrassegni per iscoprirli, «che
v’era con Garibaldi una donna incinta da sei mesi.[158]»
I Governatori di Cesenatico e di Rimini mandano rapporti su rapporti
in cui vedono il fantasma di Garibaldi dappertutto, ingrossano colla
fantasia il numero de’ suoi seguaci, narrano in suono lamentoso i
particolari della sua fuga e del suo imbarco; mentre nuove truppe sono
in moto da Rimini per riacchiapparlo a Cesenatico (vi arrivarono,
ahimè! un’ora troppo tardi), da Ferrara per impedirgli lo sbarco
nell’Estuario, da Forlì per vietargli la Romagna; infine da Brondolo
una squadra di quattro legni da guerra per affrontarlo in mare, e
averlo nelle mani o vivo o morto.
In sulle prime al fuggitivo arrise col vento la fortuna; ma verso
sera, rinfrescato il vento e ingrossando il mare, il navigare con più
battelli da pesca diventava arduo e cimentoso. Pure si va; quando le
vedette segnalano all’orizzonte la flottiglia austriaca che s’avanza a
vele spiegate e a tutto vapore contro i bragozzi. Ma per Garibaldi il
pericolo non ha più sorprese. Rinato a un tratto uomo di mare, ritto
sulla poppa del suo barco, concepito con rapidità fulminea il suo
piano, comanda ai bragozzi di sparpagliarsi per poco onde confondere
sul loro numero e la loro mèta le navi nemiche; e ciò fatto di orzare
rapidi, e con tutto il vento correre verso Punta di Maestra, dove le
basse acque li avrebbero protetti dall’inseguimento e le batterie di
Venezia dal cannone nemico. Ma i Carniglia ed i Griggs non sono più là
ad ascoltarlo: egli comanda a timidi pescatori ed a marinai forzati,
e alle prime bordate, alla prima minaccia delle scialuppe nemiche
che vengono loro incontro a voga arrancata, i bragozzi si sbandano,
si scompigliano, vanno in precipitosa rotta. Ripete, urla il comando
Garibaldi; prega, bestemmia, maledice: invano; otto barche scontano
tosto la paura cadendo prigioniere nelle mani degli inseguenti; e a
Garibaldi non resta che buttarsi sulle coste di Magnavacca, dove fu un
altro miracolo d’arte e di fortuna se potè afferrare.