XX.

L’ora pertanto s’appressava. Dal 27 al 29 sette batterie francesi,

munite di trentuna grosse bocche da fuoco, avevano tirato con brevi

intervalli sopra tutte le posizioni romane, e malgrado la virtù de’

difensori fatto di esse mucchi di rottami e di sepolcri. Al mattino

del 29, il Casino Savorelli era distrutto, la Porta San Pancrazio

sfiancata, il bastione nono e la Villa Spada gravemente danneggiati,

la batteria del Pino conquassata, infine il bastione ottavo, punto di

mira dell’assediante, ridotto una maceria e la quarta breccia aperta

ne’ suoi fianchi. Quei tre giorni costarono ai difensori di Roma

centottantacinque uomini tra colpiti da morte e feriti; ma non per

questo smarrirono l’animo: la breccia era aperta; bisognava difenderla:

questo fu il giuramento, e fu tenuto.

La mattina del 30 due colonne francesi, sostenute da riserve, muovono

di fronte e da sinistra all’assalto della breccia; i Romani li

respingono disperati; assaliti e assalitori si trovano ben presto

corpo a corpo: un fiero combattimento _a ferro freddo_ s’impegna sul

terrapieno. Emilio Morosini, diciottenne eroe, gentil sangue ticinese,

fa colle sole armi sue eccidio di nemici, e sebben ferito due volte,

non resta dalla pugna: chè trasportato da’ suoi alle ambulanze, ma

abbandonato in cammino e sopraggiunto dai Francesi non s’arrende

ancora, e mena di sciabola finchè gli basta la lena; finchè una seconda

palla nel ventre gli trapassa il bel corpo e ne invola l’anima eroica.

Pure la breccia è salita, ma non vinta ancora; le batterie della

Montagnuola fanno strage degli assalitori: i Francesi pagano ogni

palmo di terreno col sangue de’ loro capitani; gli artiglieri si fanno

tagliare a pezzi sui loro cannoni, ma non s’arrendono;[146] esauste le

polveri, spezzate le baionette, fracassati anche i calci de’ fucili,

restano ancora a far barriera i petti dei superstiti e i cumuli dei

morti; fino a che, ahi gloriosa, ma vana ecatombe!, il numero ha

ragione un’altra volta; i Francesi irrompono da ogni lato; l’unica via

di ritirata è minacciata, e non resta ai sopravviventi altro riparo

che Villa Spada. E quivi Garibaldi, richiamata al Casino Savorelli la

Legione Medici, ormai dopo la perdita della seconda linea inutile al

Vascello, asserragliata Villa Spada, appoggiate le spalle a San Pietro

in Montorio, la sinistra a San Callisto, l’estrema destra al bastione

nono, tuttora in piedi, tenta improvvisare una terza linea di difesa.

La notte però sospende il combattimento; il dì vegnente sarà l’ultimo

di Roma repubblicana.

Preceduti e spalleggiati dal fuoco incrociato di tutte le batterie,

i Francesi montano da ogni parte all’assalto; ma il loro obbiettivo

è sempre Villa Spada. Colà si decide l’estrema sorte di Roma; colà

Garibaldi, il Manara, il Sacchi, i Legionari, i Bersaglieri, quanti

uomini son vivi e atti a impugnare un’arma, si preparano all’estrema

disfida. Il tetto, le mura, le porte della casa, bombardati come un

bastione, crollano da ogni lato sui difensori; e spesso le rovine

uccidono quelli che le palle risparmiano, ma nessuno parla di resa.

Il Manara infiammato d’ardore eroico, aspirando la strage e quasi

desiderando la morte, corre da un capo all’altro della casa, incoraggia

i combattenti, conforta i caduti, provvede dovunque alla difesa,

governa la lotta; ma nel punto in cui s’affaccia ad una finestra per

osservare le mosse d’un cannone nemico, una palla gli entra nelle

viscere, e lo stramazza agonizzante fra le braccia di Emilio Dandolo,

a cui poco dianzi aveva detto, come Ney a Waterloo: «Non ci sarà dunque

nessuna palla per me?»

Garibaldi, Vol. 1 (of 2) · 第 98 / 168 题