Un altro come lui aveva cercato, in quel baratro infocato di Villa
Spada, la morte; ma come se questa non osasse troncare a mezzo il
grande destino a cui era serbato, non volle ascoltarlo. Il Manara
in quel giorno fu grande; Garibaldi parve terribile. «Egli rivelava
(scrive, coll’autorevolezza di chi ha veduto, Augusto Vecchi) egli
rivelava in quel giorno qual’uomo si fosse. Ruotava d’ogni lato la
spada; faceva mordere la polvere ai mal venturosi che gli si spingevano
dinanzi. Pareva Leonida antico alle Termopili. Pareva Ferruccio nel
castello della Gavinana. Io tremava ch’egli avesse a cadere da un
istante all’altro; ma egli saldo ristette siccome il destino.»
A mezzogiorno tutto era finito: Villa Spada era perduta; Garibaldi
si ritirava coi laceri avanzi de’ suoi corpi per la Lungara,
sperando ancora di arrestare il nemico a Ponte Sant’Angelo; quando
un rappresentante del Popolo venne ad annunziargli che l’Assemblea
aveva bisogno d’interrogarlo sullo stato delle cose, e l’attendeva in
Campidoglio.
— Credete voi che in un’ora saremo di ritorno a Villa Corsini? — chiese
egli al Vecchi, che lo scortava.
— Lo credo....
— Allora partiamo, — e al galoppo, sordido di polvere, intriso di
sangue, fiammeggiante il volto per l’ardore della pugna recente,
salì il Campidoglio. Al suo apparire l’Assemblea ruppe in una salva
d’applausi. Informato che il Mazzini aveva proclamato: «Tre sole vie
rimaner aperte: capitolare; difendere la città a palmo a palmo; uscire
da Roma, Governo, Assemblea, Esercito, e portare la guerra altrove;» e
invitato a salire la tribuna onde esporre il parer suo, rispose:
«La difesa oltre Tevere impossibile: possibile ancora al di qua del
fiume la guerra di barricate; ma a patto che tutta la popolazione si
ritiri e s’interni nella città; e che tutto ciò sia effettuato entro
due ore. Dover suo soggiungere che anco siffatta difesa non avrebbe
potuto durare che pochi giorni. Solo la dittatura d’un uomo energico
(e tutti sentivano a chi egli alludeva) poteva salvar Roma. Egli la
propose fin dal 9 febbraio: non fu ascoltato; oramai era tardi. Quanto
a lui, null’altro restavagli che uscir di Roma col resto de’ suoi
prodi, e tener alta la bandiera della patria fino all’estremo.[147]»
Ciò detto laconicamente, tornò al suo campo; e l’Assemblea, respinta
ogni idea di resistenza, votò il Decreto ormai celebre:
«In nome di Dio e del Popolo
»L’Assemblea Costituente Romana cessa una difesa divenuta impossibile e
sta al suo posto.»
E poichè per effetto di questo Decreto il Triumvirato aveva rassegnato
l’ufficio, al Municipio romano, rimasta unica autorità legittima,
spettò negoziare col vincitore i patti della resa. Se non che avendo
il Generale francese rifiutate le più oneste condizioni, tra le altre
quella del rispetto delle persone e delle cose, Roma sdegnosamente
ruppe ogni negoziato, preferendo subire l’estremo arbitrio del
vincitore al disonore di sottoscrivere con lui una resa, che avrebbe
dato alla conquista brutale l’aspetto d’una vittoria civile; e tolto
a lei, vittima, di levare un’estrema protesta contro quella bugiarda
sorella, che dopo averla assalita con perfidia, combattuta talvolta
col tradimento, vinta colla sola virtù del numero, veniva a negarle in
faccia quel supremo diritto della incolumità delle vite e degli averi,
che persino l’austriaco Gorgowscky aveva riconosciuti a Bologna.