Abbiamo voluto narrare l’episodio quasi colle parole stesse di Luigi
Carlo Farini, affinchè si vegga che nemmeno il caldo avversario di
Garibaldi potè accagionarlo d’aver mestato nell’insano complotto. Fu
tutto pensiero ed opera dello Sterbini, che il Garibaldi ripudiò. La
dittatura era forse la sola forma di Governo ch’egli intendesse, e
l’aveva perciò proposta all’Assemblea romana fin dai primordii della
Repubblica; ma nel giorno in cui lo Sterbini, che pur l’aveva la prima
volta combattuta, veniva a proporgliela in quel modo, egli l’aveva
giudicata, peggio che inutile, ruinosa e come tale rigettata.
Perduta la breccia e la speranza di riconquistarla, ai Romani non
resta fuori di Roma che il Vascello; solo, ma formidabile sempre; e
dentro Roma che il tratto dei bastioni di Porta San Pancrazio e Porta
Angelica, e come seconda difesa la linea tracciata meglio che formata
dai logori avanzi del Muro Aureliano. Questa linea era sostenuta al
centro dalle batterie così dette del Pino; ad occidente dal bastione
ottavo, e dalla Villa Spada; ad oriente dai conventi di San Callisto e
di San Cosmate sulle falde dell’Aventino.
Gli è perciò intorno a queste posizioni che sta per rinnovarsi la
lotta. I Francesi, gagliardemente trincerati nella breccia conquistata,
avviano una terza parallela e bersagliano le posizioni nemiche,
scatenando notte e giorno sulla città una pioggia di bombe, che vanno
spesso a danneggiare i monumenti e i capi d’arte più famosi: i Romani
afforzano Villa Spada, affidano al valore d’una compagnia di Legionari
del Medici la ripresa della casa Barberini (colà ebbe fracassato
un braccio il capitano Gorini, e il corpo lacerato da diciassette
ferite Gerolamo Induno, e la spalla forata di baionetta il giovinetto
Cadolini), e non lasciano al nemico che un monte di rovine; armano di
nuovi pezzi le batterie del Pino, afforzano Villa Spada, tempestano
di colpi bene assestati le batterie francesi, sopportano con invitta
costanza i disagi dei lavori notturni, i guasti del bombardamento, i
vuoti della morte.
Tutti ingrandisce la coscienza d’un alto dovere. Il Medici, fatta
del Vascello una fortezza, con un manipolo di prodi, d’approccio
in approccio, di piano in piano, di pietra in pietra, lo difende.
Bersagliato notte e giorno dalle artiglierie di Villa Corsini,
tormentato senza posa dalle carabine dei famosi Cacciatori d’Affrica,
sfabbricato in gran parte l’edificio che gli serviva insieme di asilo
e di rôcca, nulla basta a scrollar la sua fredda, impassibile fermezza.
Squarciato il secondo piano, scende al primo; crollato anche il primo,
passa al pian terreno; diroccato questo pure, ripara nella cantina;
minata anch’essa, s’accampa all’aperto; ma non cede un sasso della sua
ruina e la rende immortale.
Nè meno maravigliosi i difensori delle batterie; e innanzi a tutti i
cannonieri. Disuguali d’armi, mal coperti da terrapieni improvvisati,
costretti a combattere con pezzi di campagna contro pezzi d’assedio,
più d’una volta fan tacere le batterie nemiche, ne conquassano
o ne demoliscono le opere, strappano, per la giustezza dei tiri
e l’intrepidezza della difesa, grida d’ammirazione agli stessi
nemici.[144]
Pure v’era un uomo che compendiava in sè tutti gli eroismi, e pareva
abbellire colla calma la morte e render credibile coll’invulnerabilità
il miracolo: ancora Garibaldi. Lasciata pure Villa Spada, s’era fatto
costruire un capanno di stuoie presso la batteria del Pino, la sua
prediletta; e là, fra il rombo assordante delle bombe francesi, passava
i giorni e le notti speculando attento le mosse del nemico, dirigendo
il fuoco della batteria, spacciando i suoi ordini a ogni parte del
campo, e trovando ancora il tempo di accordare qualche udienza, persino
al bel sesso, e modo di dormire tranquillamente come in casa sua.[145]