A questo punto però il nostro eroe è chiamato a rispondere dell’opera
sua.
Presa la breccia, il Rosselli, divenuto audace a un tratto, propone
che ne sia tentata la ripresa, la notte stessa, immediatamente; il
Mazzini, che aveva in grande stima il dottrineggiare del Generalissimo,
creatura sua, lo seconda; l’Avezzana si mostra dello stesso parere,
e tutti insieme vanno da Garibaldi, il quale, smantellata e resa
inabitabile Villa Savorelli, s’era trapiantato pel momento al palazzo
Corsini, e gli propongono, quasi direbbesi lo pregano di mettersi
a capo dell’immaginata conquista, profferendogli, se acconsentisse,
quante forze gli fossero per occorrere. Garibaldi, cosa maravigliosa in
lui, dapprima si rifiuta alla prova, affermando stanche e scoraggiate
le truppe; poi, sollecitato di nuovo, promette di mala voglia di
cimentarsi per le cinque della sera; però, venuta anche quell’ora, si
disdice per la terza volta e dichiara ineseguibile l’impresa.
Il Mazzini se ne sdegna, vede nella risoluzione di Garibaldi la caduta
di Roma e ne scrive irritatissimo al Manara, quasi sperasse farsene
un alleato od un proselite. Pure Garibaldi, letta la lettera del
Triumviro, mormorò poche acerbe parole, ma non mutò divisamento. Egli
persisteva a credere che l’assalto alla breccia, specialmente notturno,
con truppe stanche, sfiduciate, insospettite dalle voci di tradimento,
orbate, pei ripetuti combattimenti, dei migliori loro ufficiali,
sarebbe inevitabilmente fallito; e che oramai la sola risoluzione
provvida e urgente da prendersi fosse quella di riparare dietro una
nuova linea, ch’egli aveva già ideato, e di ripigliare più ampiamente
dietro di essa la difesa.
Avesse torto o ragione, ci mancano i criterii per sentenziarne. Certo
chi consideri l’indole di Garibaldi e rammenti che tanto più un’impresa
lo allettava, quanto più gli appariva arrischiata, penserà come noi,
che se egli si arretrava dinanzi a quella, piena di tanta gloria,
doveva avere le sue buone e forti ragioni: nè si lascierà persuadere
sì di leggieri ch’egli volesse usare violenza alla propria natura,
e rischiare in un punto solo la sua popolarità e la sua fama per un
vano capriccio od un fanciullesco puntiglio. Ma la questione non è
qui: la questione è se Garibaldi disubbidì, siccome molti pretesero,
a ordini espressi, o rigettò puramente un consiglio, e contraddisse
una proposta. E posto in siffatti termini il quesito, la risposta non
è dubbia. Tutti gli storici parlano di _proposte_, di consigli, di
preghiere; nessuno di comandi precisi e categorici.[142] Il Rosselli
propone l’attacco e offre le truppe; l’Avezzana e il Mazzini appoggiano
la proposta; Garibaldi acconsente, poi dissente: ecco tutto quello che
ne dicono gli storici, anche i più avversi al Nizzardo. Ora non è così
che si procede in guerra; non è così che parlano i capitani d’esercito
e i governanti degli Stati. Il Rosselli, se era convinto del fatto suo,
doveva comandare, il Governo sancire coll’autorità sua il comando del
Generale in capo e il Generale subalterno ubbidire od essere deposto,
e l’impresa condotta a termine ugualmente. Ma per parlare e operare
così conveniva non avere nel cuore di Roma la piaga di due generali:
l’uno di nome, l’altro di fatto; conveniva che il Generale in capo
comparisse un po’ più di sovente sul campo di battaglia, e il Triumviro
si immischiasse un po’ meno di cose di guerra; conveniva sopra ogni
cosa che ognuno fosse al suo posto, che tutte le forze lavorassero
sotto l’impulso d’un solo motore; che una mente, una volontà sola
governassero e difendessero Roma, al fine di glorificarne la morte, se
più non era possibile salvarne la vita.
Ed eran questi i motivi che apparentemente scusavano, se non eran
quelli che in segreto animavano la mente di Pietro Sterbini la mattina
del 22. Dicendo «esser venuto il momento di concentrare nelle mani
d’un solo la somma delle cose,» e inetto il Rosselli e fiacco il
Triumvirato; va prima da Garibaldi a proporgli la dittatura; questi
disdegnosamente la ricusa; non per questo lo Sterbini si smarrisce, e
disceso presso Ponte Sisto arringa i soldati, acclamando dittatore il
generale Garibaldi; prosegue ripetendo il grido per Piazza Colonna,
applaudito dalle turbe e spalleggiato fin là dai facinorosi; quando un
ardito giovane fattosi incontro all’agitatore l’apostrofa acerbamente:
«Ai magistrati portasse le accuse e non sulle piazze, cessasse per
Dio dall’agitare la face della discordia anche in quelle ore supreme;
e perchè non cessava, gli appunta al petto un archibuso e lo pone
in fuga.» Ciò non ostante due o trecento sollevatori recaronsi alle
stanze dei Triumviri, ma il Mazzini ammonì severamente gli oratori
loro; e quando l’Assemblea ebbe a deliberare sulla proposta introdotta
in un’adunanza segreta per dare a Garibaldi la dittatura, ossia «il
Governo supremo della difesa» come lo Sterbini diceva, fu vinto il
partito contrario, «e fu meno male che Roma non saggiasse anche lo
Sterbiniano imperio.[143]»