XVIII.

A questo punto però il nostro eroe è chiamato a rispondere dell’opera

sua.

Presa la breccia, il Rosselli, divenuto audace a un tratto, propone

che ne sia tentata la ripresa, la notte stessa, immediatamente; il

Mazzini, che aveva in grande stima il dottrineggiare del Generalissimo,

creatura sua, lo seconda; l’Avezzana si mostra dello stesso parere,

e tutti insieme vanno da Garibaldi, il quale, smantellata e resa

inabitabile Villa Savorelli, s’era trapiantato pel momento al palazzo

Corsini, e gli propongono, quasi direbbesi lo pregano di mettersi

a capo dell’immaginata conquista, profferendogli, se acconsentisse,

quante forze gli fossero per occorrere. Garibaldi, cosa maravigliosa in

lui, dapprima si rifiuta alla prova, affermando stanche e scoraggiate

le truppe; poi, sollecitato di nuovo, promette di mala voglia di

cimentarsi per le cinque della sera; però, venuta anche quell’ora, si

disdice per la terza volta e dichiara ineseguibile l’impresa.

Il Mazzini se ne sdegna, vede nella risoluzione di Garibaldi la caduta

di Roma e ne scrive irritatissimo al Manara, quasi sperasse farsene

un alleato od un proselite. Pure Garibaldi, letta la lettera del

Triumviro, mormorò poche acerbe parole, ma non mutò divisamento. Egli

persisteva a credere che l’assalto alla breccia, specialmente notturno,

con truppe stanche, sfiduciate, insospettite dalle voci di tradimento,

orbate, pei ripetuti combattimenti, dei migliori loro ufficiali,

sarebbe inevitabilmente fallito; e che oramai la sola risoluzione

provvida e urgente da prendersi fosse quella di riparare dietro una

nuova linea, ch’egli aveva già ideato, e di ripigliare più ampiamente

dietro di essa la difesa.

Avesse torto o ragione, ci mancano i criterii per sentenziarne. Certo

chi consideri l’indole di Garibaldi e rammenti che tanto più un’impresa

lo allettava, quanto più gli appariva arrischiata, penserà come noi,

che se egli si arretrava dinanzi a quella, piena di tanta gloria,

doveva avere le sue buone e forti ragioni: nè si lascierà persuadere

sì di leggieri ch’egli volesse usare violenza alla propria natura,

e rischiare in un punto solo la sua popolarità e la sua fama per un

vano capriccio od un fanciullesco puntiglio. Ma la questione non è

qui: la questione è se Garibaldi disubbidì, siccome molti pretesero,

a ordini espressi, o rigettò puramente un consiglio, e contraddisse

una proposta. E posto in siffatti termini il quesito, la risposta non

è dubbia. Tutti gli storici parlano di _proposte_, di consigli, di

preghiere; nessuno di comandi precisi e categorici.[142] Il Rosselli

propone l’attacco e offre le truppe; l’Avezzana e il Mazzini appoggiano

la proposta; Garibaldi acconsente, poi dissente: ecco tutto quello che

ne dicono gli storici, anche i più avversi al Nizzardo. Ora non è così

che si procede in guerra; non è così che parlano i capitani d’esercito

e i governanti degli Stati. Il Rosselli, se era convinto del fatto suo,

doveva comandare, il Governo sancire coll’autorità sua il comando del

Generale in capo e il Generale subalterno ubbidire od essere deposto,

e l’impresa condotta a termine ugualmente. Ma per parlare e operare

così conveniva non avere nel cuore di Roma la piaga di due generali:

l’uno di nome, l’altro di fatto; conveniva che il Generale in capo

comparisse un po’ più di sovente sul campo di battaglia, e il Triumviro

si immischiasse un po’ meno di cose di guerra; conveniva sopra ogni

cosa che ognuno fosse al suo posto, che tutte le forze lavorassero

sotto l’impulso d’un solo motore; che una mente, una volontà sola

governassero e difendessero Roma, al fine di glorificarne la morte, se

più non era possibile salvarne la vita.

Ed eran questi i motivi che apparentemente scusavano, se non eran

quelli che in segreto animavano la mente di Pietro Sterbini la mattina

del 22. Dicendo «esser venuto il momento di concentrare nelle mani

d’un solo la somma delle cose,» e inetto il Rosselli e fiacco il

Triumvirato; va prima da Garibaldi a proporgli la dittatura; questi

disdegnosamente la ricusa; non per questo lo Sterbini si smarrisce, e

disceso presso Ponte Sisto arringa i soldati, acclamando dittatore il

generale Garibaldi; prosegue ripetendo il grido per Piazza Colonna,

applaudito dalle turbe e spalleggiato fin là dai facinorosi; quando un

ardito giovane fattosi incontro all’agitatore l’apostrofa acerbamente:

«Ai magistrati portasse le accuse e non sulle piazze, cessasse per

Dio dall’agitare la face della discordia anche in quelle ore supreme;

e perchè non cessava, gli appunta al petto un archibuso e lo pone

in fuga.» Ciò non ostante due o trecento sollevatori recaronsi alle

stanze dei Triumviri, ma il Mazzini ammonì severamente gli oratori

loro; e quando l’Assemblea ebbe a deliberare sulla proposta introdotta

in un’adunanza segreta per dare a Garibaldi la dittatura, ossia «il

Governo supremo della difesa» come lo Sterbini diceva, fu vinto il

partito contrario, «e fu meno male che Roma non saggiasse anche lo

Sterbiniano imperio.[143]»

Garibaldi, Vol. 1 (of 2) · 第 96 / 168 题