Intanto la cinta d’assedio era venuta d’ora in ora serrandosi, e il
duello tra le mura e il cannone, se così fosse lecito chiamarlo, si
andava facendo sempre più accanito. Gli assedianti in meno d’otto
giorni avevano rizzato sei batterie, compiuta la prima e aggiunta una
seconda parallela, e collegate tutte le trincee a’ loro _Depositi_:
gli assediati, a lor volta, afforzate le batterie sesta e settima,
bersaglio fisso del nemico; poi condotte due vie coperte, una al
Vascello, l’altra rasente i bastioni; indi restaurate cannoniere;
risposto, colpo per colpo, al nemico; difesa più d’una volta la
propria, assalita talora la trincea avversaria; pagato ogni giorno
nuovo e largo tributo di sangue generoso; operato tutto ciò che l’arte,
l’ardire, il santo sdegno dell’ingiusta aggressione suggerivano.
La mattina del 13 però i Francesi smascherano tutte le loro batterie
e con trenta bocche da fuoco battono per sette giorni e sette notti
i bastioni sesto e settimo, e la sera del 21 vi spianano in tre punti
la breccia. Ora non restava più ai Francesi che di salirla; ai Romani
di difenderla; e forse con maggior vigilanza lo potevano. Ma la notte
tra il 21 e il 22 i Francesi, taciturni, rapidi, ordinati, tentano
l’assalto; il battaglione del reggimento _Unione_, che vi stava di
guardia, si lascia prima sorprendere, poi intimidire, poi voltare in
fuga; e gli assalitori, solleciti a trar profitto del pánico, checchè
n’abbia novellato l’Oudinot,[141] son padroni quasi senza combattimento
delle mura di Roma.