Non sta a noi rifare il diario dell’assedio di Roma: basta al nostro
assunto disegnare i sommi contorni del quadro, soffermandoci soltanto a
lumeggiare qua e colà quei punti ne’ quali il nostro eroe campeggia.
Padroni di Villa Pamfili, i Francesi intraprendono, quasi fosse una
piazza forte di prim’ordine, l’assedio di Roma. Nella notte dal 4 al 5,
milleduecento uomini di fanteria inquadrati fra centoventi zappatori,
tracciano, a trecento metri, una prima parallela destinata a scrollar
con due batterie i bastioni sesto e settimo; dal canto loro, scoperta
al mattino vegnente l’opera nemica, le batterie romane del Testaccio,
di Sant’Alessio, del bastione sesto, aprono un fuoco vivissimo,
controbattono con tiri aggiustatissimi le batterie degli assedianti, le
conquassano e le sfiancano.
E da quell’istante incomincia la penosa, triste e monotona vicenda
dell’assedio. Di fuori i Francesi forti di numero, di disciplina, di
valore, guidati da uno de’ più valenti ingegneri militari del secolo
(poichè il vero vincitore di Roma fu il generale Vaillant), potenti
di artiglierie e di munizioni, ricchi di qualsivoglia stromento
di offesa e di difesa, riforniti di continuo dalla gran via del
mare, s’avanzano lenti e metodici, tracciano ogni giorno una nuova
parallela, s’accostano senza posa alla piazza, scavano ad ogni ora un
palmo di breccia; di dentro gl’Italiani, i quali, sebben costretti a
difendere da un vero e regolare assedio una città che non fu mai una
fortezza,[138] e condotti da un genio militare, ardito, infaticabile,
ingegnoso, ma scarso di cannoni, di braccia, di materiali d’ogni sorta,
contrappongono intrepidi offesa ad offesa, trincea a trincea, scavano
vie coperte, alzano cortine, restaurano senza sosta le cannoniere
smontate, tentano, a dir vero, con poca arte e minor fortuna le loro
sortite, molestano, come ponno e come sanno, il nemico vigile ed
agguerrito; suppliscono infine colla fortezza de’ petti alla debolezza
delle muraglie, e prolungano colla sola virtù la loro gloriosa agonia.
Qual parte toccò a Garibaldi in quel secondo periodo? La principale
ancora. Scelto per quartier generale il Casino Savorelli, che da
una costa del Gianicolo presso San Pancrazio dominava tutta la
stesa dell’assedio, e presa tutta per sè la torretta che sovrasta
al Casino, Garibaldi se ne fa insieme la sua specula e la sua stanza
prediletta, e tutte le poche ore di quiete che il nemico gli concede
le passa a frugar coll’occhio tutti i più ascosi avvolgimenti del
campo assediante. I Francesi, naturalmente, appena seppero che lassù
era il nido del famoso guerrillero, se lo presero per uno dei punti di
mira più favoriti; ed era una gara tra i cacciatori di Vincennes e i
cannonieri di Villa Corsini a chi meglio imberciava nel segno.
Non per questo egli aveva mutato una sola delle sue abitudini: come
al solito tornava ogni giorno ad osservare dalla sua specula le mosse
nemiche, come al solito andava nei brevi riposi a fumare il suo sigaro
a cavalcioni della terrazza che contornava la bersagliata torretta.
Pareva anzi che così per lui, come per i suoi ufficiali, quel saltellío
di bombe, quel ronzío di palle, quel rovinar di pietre e di travi
fossero una festa.
Perciò aneddoti a josa tragici e comici. Un giorno una palla
piombando nella stanza terrena dove Garibaldi teneva l’ufficio,
mutila mostruosamente la gamba del Dragone di guardia, e poco manca
che il Generale stesso non ne resti stroncato. Un altro il Manara,
dopo la morte del bravo Daverio assunto all’ufficio di capo di Stato
Maggiore ed abitante perciò presso il Generale, si porta seco al Casino
Savorelli certo Bergamasco, burattinaio famoso, non sappiamo se per
mestiere o per spasso, e lo conduce a dare una rappresentazione a
Garibaldi nella sala frescata da Salvator Rosa; e s’immagini con che
risate di tutta la brigata. Se non che a un certo punto quando occhi e
orecchi son tutti intenti alla rappresentazione, una bomba casca con
gran rombo nel Casino, una gragnuola di palle entra per le finestre,
e tutti sono a un punto d’averne rotte le ossa; ma tutti altresì, vero
miracolo, sani e salvi.
Tuttavia nemmeno le delizie del Casino Savorelli eran tali da distrarre
Garibaldi dalle maggiori e più urgenti cure del suo ufficio. Non
passava giorno che egli non visitasse il campo, intento a ispezionare
trinciere, a dirigere lavori, a ordire colpi di mano, a capitanare
sortite, tra le quali va ricordata quella del 9, contro le trincee
della fronte, dove fu ucciso, sfidando la morte, il prode capitano
Rozat; e quella del 10, guidata da Garibaldi in persona, e distinta
col nome d’incamiciata. Se essa fosse parte di quella grande sortita
escogitata dal generale Rosselli, di dodicimila uomini, o cinque
brigate, che dovevano «formarsi in battaglia e con movimenti a scaloni,
per la diritta,» piombare sui fianchi e alle spalle degli assedianti,
o una sortita parziale e indipendente da quella, non ci fu dato, nè
dai libri stampati, nè dalle memorie manoscritte, rischiarare.[139]
Certo è che Garibaldi, riuniti la sera del 10 in Piazza San Pietro
circa seimila uomini e ordinato che ciascuno, per riconoscersi nelle
tenebre, tirasse sopra le assise la camicia, esce colla Legione polacca
all’avanguardia; l’italiana, i Bersaglieri lombardi, il reggimento Pasi
al centro; il reggimento Masi alla retroguardia, da Porta Cavalleggieri
e s’avvia per le viottole del Monte Creta, alle spalle di Villa
Pamfili, mèta della spedizione.
Se non che, fatta breve strada, cominciano i guai. Sorta la luna,
batte in pieno sugl’_incamiciati_ e riga di bianchi fantasmi tutta la
campagna, onde il Generale è obbligato a comandare che siano nascoste
le camicie, divenute non più segno di riconoscimento agli amici, ma
pericolosa insegna denunziatrice ai nemici. Poco dopo la testa della
Legione italiana, che doveva girare per una via, s’abbatte nella coda
dell’avanguardia che le converge incontro per l’altra, onde a vicenda
si scambiano per nemici e a vicenda s’allarmano; mentre che in altro
punto una scala a piuoli adoperata da alcuni Legionari a perquisire una
casa sospetta, si scavezza, cadendo con grande fracasso coi soldati che
porta, e accresce, col misterioso rovinío, lo spavento e la confusione,
nei già spaventati e confusi, i quali certi oramai d’avere addosso
tutta l’oste francese, vanno sossopra, s’accavallano, si moschettano
l’un l’altro nel buio, rigurgitano fino al centro della colonna.
Indarno il Sacchi, il Manara, l’Hoffstetter, il Ferrari, tutti i più
valorosi, si sforzano colle preghiere, colle minacce, colle percosse di
sfatare quel pánico e di far argine al rigurgito; indarno il generale
Garibaldi menava, bestemmiando, il suo scudiscio sopra i fuggiaschi,
apostrofandoli di «canaglia;» fu necessario che i Bersaglieri facessero
barriera e incrociassero le baionette per farli risensare e contenerli.
Pertanto il colpo era fallito ed era prevedibile. Garibaldi passando
la notte stessa vicino al Manara gli disse: «Abbiamo avuto torto di
non destinare i bravi vostri Bersaglieri all’avanguardia;» ed erano
fiducia e lode meritate; ma se con quelle parole volle dire che la
colpa dell’abortita impresa dovesse cadere tutta, e soltanto sul capo
dei soldati, sicchè bastasse mutarli per mutare l’evento, errava, a
parer mio, di molto, o per lo meno diceva cosa da una grande pluralità
di casi contraddetta e smentita. Siffatte spedizioni notturne,
_incamiciate_ o no, rarissime volte riescono con truppe veterane ed
agguerrite; con giovani ed inesperte quasi mai; e basta sempre il più
lieve accidente: lo scalpitar d’un cavallo, lo scoppio involontario
d’una fucilata, un grido, un’ombra a trarle in rovina.
All’indomani i Legionari, saputo quant’era grande contro di loro
la collera del Generale, inviarono deputati a supplicarlo perchè
volesse perdonarli della svergognata fuga della notte precedente,
chiedendo, per riscatto, d’essere d’allora innanzi mandati pei primi
a qualsivoglia più arrischiato cimento. E il Generale, come padre
irritato contro gli scapati figliuoli, li accolse accigliato e nulla
volle promettere per allora; ma si capiva bene che il perdono era già
nel suo cuore, e che al primo tonar del cannone la grazia sarebbe stata
concessa.[140]