E noi crederemmo averne detto abbastanza, se anche in quel giorno, il
solo accusato, il solo responsabile della fallita vittoria non fosse
stato ancora Garibaldi. Egli sprecò in spicciolati assalti il sangue
più generoso; egli assalì di fronte posizioni trincerate con forze
disuguali, anzichè batterle di fianco e circuirle; egli non seppe
tentar un solo assalto con ampiezza di disegno e accordo di movimenti;
egli non usò altra arte che l’impeto e l’ardire; egli «si mostrò in
quel giorno tanto inetto generale di Divisione, quant’era apparso
contro i Napoletani esperto guerrillero.[136]» E tutto non contestiamo.
C’è in questa accusa molto di vero; e a rigor di scienza, posto il
problema a tavolino e a tavolino risolto, Garibaldi generale poteva e
doveva far meglio.
Ma si pongano, i ripetitori di quest’accusa, una mano sulla coscienza!
non resta alcuna scusa a questi errori; non v’è nessuna circostanza
attenuante per quel colpevole? E anzi tutto dov’erano quelle grandi
forze, colle quali Garibaldi poteva manovrare di fronte e di fianco,
assaltare i nemici, e via dicendo? Sul teatro dell’azione fino a metà
della giornata non vedemmo comparire che la Legione e i Bersaglieri,
e soltanto nel pomeriggio arrivano, sempre però uno dietro l’altro,
spicciolati e divisi, gli altri Corpi. Ora a chi se ne debba attribuire
la colpa, se a Garibaldi che non richiese in tempo debito tutti i
necessari soccorsi, o ai Comandanti supremi che non seppero inviarli
prontamente, nessuno l’ha finora chiarito; ma è più ragionevole
supporre che Garibaldi li abbia chiesti, e che da Roma, per il timore
d’altri assalti, non siano stati mandati, che sospettare il contrario.
In ogni caso Garibaldi nemmeno verso sera riuscì ad avere sotto mano
più di quattromila uomini; e con questi doveva guardare le porte e
i bastioni, munire il Vascello e le adiacenze, custodire i propri
fianchi e combattere di fronte, per lo meno due divisioni francesi,
che non stavan soltanto sulla difesa, ma da ogni lato sovrastavano e
irrompevano.
Ora ognuno vede che la situazione non era sì semplice, come a’ censori
sembrò. Se egli impegnava tutte le sue forze, si privava di ogni
riserva e si esponeva al primo rovescio ad essere aggirato a sua volta
e forse disfatto; se invece pensava soltanto a guardarsi i fianchi e
le spalle, non poteva spingere all’assalto che poche forze disuguali al
cimento; e in ambo i casi egli si trovava serrato da un dilemma, da cui
soltanto l’impetuosità dell’assalto, l’ardimento de’ colpi e l’eroismo
de’ combattenti potevano scamparlo. E v’ha di più: l’altipiano Pamfili,
cinto da alte muraglie, fiancheggiato da quattro massicci edificii,
come da quattro maschii di fortezza, protetto da siepi, da frane, da
scoscendimenti, da macchie, è una posizione, a forze uguali, quasi
imprendibile. Avviluppare, girare, son belle parole; ma chi conosce
quella posizione sa che senza truppe numerose, cui resti il tempo di
fare un lungo giro e di manovrare caute e coperte, sa, dico, che non si
gira, nè si avviluppa. Bisognava non perderla Villa Pamfili: una volta
perduta, il riconquisto ne diveniva, per chicchessia, qualunque ne
fosse l’arte o la forza, sanguinosissimo.
Infine, e per tagliar corto, dov’erano i Generali, i Ministri, i
Consiglieri, gli accusatori, gli strateghi in quel giorno? Per quanti
libri abbiam consultato, dove al 3 giugno fosse il generale Rosselli
non ci venne fatto scoprirlo. Perchè non comparve mai a Porta San
Pancrazio, o comparsovi non corresse gli errori del suo divisionario e
colla sua sapienza non li riparò? Perchè non gli mandò almeno le truppe
disponibili in soccorso? Non era egli evidente che le sorti di Roma
si decidevano in quel giorno fuori di Porta San Pancrazio? E perchè
non concentrò egli pure colà tutte le sue forze? I Francesi, è vero,
minacciavano da più parti; è vecchio strattagemma di guerra; ma non è
ella arte altrettanto vecchia di non lasciarsi cogliere alle finte, di
scernere tra i tanti punti minacciati il punto decisivo e di convergere
su quello tutti gli sforzi? Il generale Rosselli contava in Roma circa
tredicimila uomini: n’avesse anche lasciati la metà a guardare Porta
del Popolo, Porta San Giovanni, Ponte Molle e Monte Mario; gli restava
ancora tutta l’altra metà, colla quale spalleggiare Garibaldi a Porta
San Pancrazio, e forse guadagnar la giornata.
E ci basti. Garibaldi poteva e doveva far meglio; poteva e doveva ad
ogni assalto, anche fatto da pochi (tuttavia i Prussiani nell’ultima
loro guerra usarono questa tattica), tener pronte più grosse colonne
che accorressero a rincalzare gli assalitori e ad occupare le posizioni
espugnate; poteva e doveva essere più economo del sangue de’ suoi e
far costar più sanguinoso il trionfo ai nemici. Ma egli solo infine,
di tutti i generali di Roma, il 3 giugno, combattè; egli solo pagò
di persona, ispirò gli ardimenti, sorresse la costanza, capitanò
per dieci ore un combattimento contro un nemico tre volte superiore
formidabilmente trincierato; e non hanno diritto d’accusarlo e
condannarlo coloro che non seppero nè secondarlo, nè illuminarlo, nè
correggerlo.
Tanto più che converrebbe condannare con lui il prode de’ prodi di
quella giornata, il primo eroe, dopo Garibaldi, del 3 giugno; come lui
più gregario che capitano; come lui sprezzante della vita propria e
de’ soldati; come lui credente più nel «ferro freddo» della baionetta,
che nell’arti e negli accorgimenti della tattica, Luciano Manara.
E ne valga a documento questa lettera, inedita sin qui, scritta al
Triumvirato nel tumulto della pugna, e nella quale, tramezzo alle
ansietà, alle speranze, alle ebbrezze di quell’ora, traluce in tutta
la sua chiarezza la fiera anima lombarda del campione delle Cinque
Giornate, che non ha idoli di nomi e di sistemi; che combatte come
che sia, dovunque, per la patria e la libertà; che monarchico di
core e aristocratico di costumi, grida: «Viva la Repubblica,» se in
quell’istante la Repubblica è l’Italia.
«_Repubblica Romana._
»_Triumvirato._
»Roma, 3 giugno 1840.
»Cittadini,
»_Riceviamo in questo momento dal colonnello Manara le notizie che
qui trascriviamo._
»ALL’ASSEMBLEA.
»Dei nostri furono sensibili le perdite, perchè immenso lo slancio
con cui si sono gettati sul nemico.
»Più di dieci volte il nemico venne caricato alla baionetta.
Del mio solo Reggimento duecento fuori di combattimento, fra cui
dodici ufficiali, ma tutti morti da grandi, tutti spiranti col
santo nome di Patria, di Libertà in bocca. I celebri tiragliatori
d’Orléans dovettero fuggire più volte davanti a noi. I Francesi non
entreranno in Roma, per Dio! Oggi devono essersi persuasi che hanno
dinanzi a sè dei bravi che loro fanno pagar caro l’infame loro
progetto.
»Viva la Repubblica!
»SAN PANCRAZIO.
»Firmato MANARA.[137]»