XIV.

S’era fatto notte. Il destino aveva detto per quel giorno l’ultima

sua parola. Garibaldi non aveva più un uomo valido intorno a sè. I

Francesi, occupato a tradimento il campo, l’avevano difeso coll’usato

valore, pagando di largo sangue la non dovuta conquista; ora la ragione

invincibile del numero l’assicurava a loro. Quattro furono gli assalti

ordinati da Garibaldi; ma quelli tentati da manipoli isolati, ad

arbitrio, a capriccio, per sfoggio di bravura, o a sfogo di rabbia,

innumerati, innumerevoli. Non conosciamo, nella storia delle guerre,

giornata, in cui il valore individuale abbia fatto tanta copia di sè

come nel 3 giugno. Non fu una battaglia; fu un grande duello, una

giostra della prodezza col numero, una sfida dei petti ignudi alle

muraglie armate, un palio d’eroi alla mèta della morte; per questo

sublime, pur non lodevole sempre. Taluno più che a combattente devoto

alla patria s’atteggiò a gladiatore nell’arena, tal’altro parve più

ambizioso della morte che della vittoria; laonde tra l’ammirazione e

la pietà s’insinua, non so quale senso di amarezza, quasi rampogna a

quei valorosi d’aver sfoggiato in vana mostra il non dubbio valore, e

sprecato il nobile sangue sacro all’Italia.

Di quella pagina d’eroico poema, Francesco Domenico Guerrazzi tentò

un abbozzo; ma nemmeno a lui, signore della prosa terribile, riuscì

ritrarne la immortale bellezza. Omero solo, forse, non tremerebbe

all’assunto. Noi, pedestri cronisti, possiamo per debito di reverenza

e d’amore ricordare; un grande poeta soltanto potrebbe glorificare.

Il Masina, ferito al primo assalto, fasciata in fretta la piaga, si

lancia a cavallo su pei gradini di Villa Corsini, e avvolto di nemici,

rotando il ferro terribile, squarciato il petto da una palla, procombe

ruinoso, formidabile. Il Mangiagalli a Villa Valentini mena strage di

Francesi; spezzata la spada, combatte col troncone e tiene la Villa

con pochissimi fino a tarda sera. Lo Scarcele, gentile vicentino,

lega morendo tutto il suo alla patria. Il Monfrini, sergente dei

Bersaglieri, quantunque gravemente ferito, vuol riprendere il suo posto

nelle file; e al Manara che gli dice: «Vattene, qui non servi a nulla;»

— «Lasciatemi stare, Colonnello, almeno faccio numero,» e alla prima

carica il valoroso è morto. Il Rozà, ferito due volte, torna due volte

alla pugna, e alla terza soccombe. Angelo Bassini s’avventa, quasi

solo, contro Villa Corsini e ne torna pesto, insanguinato, sereno.

Il milanese Dalla Longa raccoglie sulle spalle il caporale Fiorani,

mortogli allato, e mentre va ritraendosi lentamente col caro peso, una

palla lo trapassa, e cade in un fascio col carico suo. Emilio Dandolo

erra ferito per tutto il campo in cerca della spoglia del lagrimato

fratello. Narciso Bronzetti va, notturno, traverso le scolte francesi

per rapire ai nemici il corpo del suo servo fedele. I Legionari

del Medici, avvistisi che una delle case da essi difesa tutto quel

giorno è preda alle fiamme, d’onde il nome di Casa Bruciata,[133] si

rammentano dei cadaveri dei compagni, e affrontano di nuovo la grandine

dei _Vincennes_ per sottrarli al rogo inglorioso e dar loro onorata

sepoltura.

Memoranda e gloriosa giornata, scrisse l’Oudinot; ma poteva

soggiungere: meno per sè che per noi. I Francesi, che avevano

combattuto quasi sempre dai ripari, contarono dugentoquarantadue feriti

e quattordici morti; noi diciannove ufficiali uccisi, trentadue feriti,

e circa cinquecento soldati tra feriti e morti; e ci sdegna il pensiero

che in tanta foga d’erudizione spigolistra, in tanta smania di scavar

dagli archivi le più rancide e tarlate pergamene, i nomi dei caduti di

Roma non sieno ancora tutti scoperti, scritti e incisi ne’ marmi.

Però, lieti di aggiungere ai nomi già noti alcuno fino ad oggi coperto

dall’oblío, tutti ad uno ad uno religiosamente li raccomandiamo.

Morirono, oltre i nominati: il vecchio colonnello Pollini d’Ancona,

veterano di molte battaglie; l’aiutante maggiore Peralta, il capitano

Ramorino, Emanuele Cavallero, Canepa, Sivori, Pedevilla, Anceo,

Caroni, Minuto, Gnecco, Pegorini, Gruppi, Costa, Rodi, Coglioli, De

Maestri, tutti ufficiali della Legione di Montevideo, poscia della

italiana; i tenenti Cavalieri, Bonnet e Grossi; i sott’ufficiali

Savoia e Bonduri, della Legione italiana; il capitano Meloni di

Imola, del reggimento _Unione_; i tenenti conte Loreta di Ravenna e

Gazzaniga di Roma, del terzo Reggimento, e i tenenti Bacci d’Ancona e

Marzari di Macerata, del sesto; il tenente Covizzi, dell’artiglieria;

il carabiniere Battelloni e il dragone Rambaldi di Lugo, morto d’un

colpo di cannone col grido sulle labbra: «Viva la Repubblica!» Furono

più o meno lacerati da ferite: Nino Bixio all’inguinaia, Goffredo

Mameli al ginocchio, il capitano Strambio alla gamba, poi Alessandro

Duzelisiaux francese, Binda di Cremona, Bini di Nepi, Marocchetti,

Bassini, Frattini, Graffigna, Sartorio, Boldrini, Bignami, Mambrini,

Zanetti, Magni, Zanucchi, Tassoni, Grioli, Zuccala, Vigoni, Sanpieri,

Righi e Tressoldi, tutti della Legione italiana; Silva, Colombo,

Mancini, Signoroni e Scarani, dei Bersaglieri lombardi; Marcucci, della

Legione Medici; gli ufficiali d’artiglieria Pierani, Tiburzi e Viviani;

Visanetti di Cesena, capitano; Luzzi, Mazza, Castaldini, tenenti

dei Bersaglieri romani; il colonnello De Pasqualis e il capitano Del

Pozzo, del primo Reggimento; Lucci, del sesto; il sergente Giorgieri di

Massa, ch’ebbe sfracellata la mano dal moschetto d’un Francese, mentre

in lotta a corpo a corpo tentava strapparglielo; e se v’ha chi possa

aggiungerne ancora, venga e scriva a onore dei morti, a conforto dei

viventi, ad esempio dei venturi.[134]

E nulla diciamo di Garibaldi, che già non s’immagini. In balía al

pericolo, forato il _poncho_ da cento palle, impassibile, invulnerabile

in mezzo alla strage, come il Dio della Guerra, comparendo quasi

onnipresente in tutti i punti del campo, ora slanciandosi egli stesso

alla testa degli assalitori, ora ponendo il suo cavallo attraverso

l’onda dei fuggenti e gridando loro la classica rampogna: «Voi

sbagliate strada, il nemico non è qui;[135]» infiamma ed alimenta se

non guida la pugna, ne è davvero l’anima, se non vuol dirsene la mente.

Fu più soldato in quel giorno che capitano!; noi pure lo riconosciamo,

nè sapremmo dargliene intera lode; ma il suo esempio tenne luogo

d’arte, il suo bianco mantello svolazzante nel più folto della mischia,

di guida e di bandiera.

Garibaldi, Vol. 1 (of 2) · 第 92 / 168 题