S’era fatto notte. Il destino aveva detto per quel giorno l’ultima
sua parola. Garibaldi non aveva più un uomo valido intorno a sè. I
Francesi, occupato a tradimento il campo, l’avevano difeso coll’usato
valore, pagando di largo sangue la non dovuta conquista; ora la ragione
invincibile del numero l’assicurava a loro. Quattro furono gli assalti
ordinati da Garibaldi; ma quelli tentati da manipoli isolati, ad
arbitrio, a capriccio, per sfoggio di bravura, o a sfogo di rabbia,
innumerati, innumerevoli. Non conosciamo, nella storia delle guerre,
giornata, in cui il valore individuale abbia fatto tanta copia di sè
come nel 3 giugno. Non fu una battaglia; fu un grande duello, una
giostra della prodezza col numero, una sfida dei petti ignudi alle
muraglie armate, un palio d’eroi alla mèta della morte; per questo
sublime, pur non lodevole sempre. Taluno più che a combattente devoto
alla patria s’atteggiò a gladiatore nell’arena, tal’altro parve più
ambizioso della morte che della vittoria; laonde tra l’ammirazione e
la pietà s’insinua, non so quale senso di amarezza, quasi rampogna a
quei valorosi d’aver sfoggiato in vana mostra il non dubbio valore, e
sprecato il nobile sangue sacro all’Italia.
Di quella pagina d’eroico poema, Francesco Domenico Guerrazzi tentò
un abbozzo; ma nemmeno a lui, signore della prosa terribile, riuscì
ritrarne la immortale bellezza. Omero solo, forse, non tremerebbe
all’assunto. Noi, pedestri cronisti, possiamo per debito di reverenza
e d’amore ricordare; un grande poeta soltanto potrebbe glorificare.
Il Masina, ferito al primo assalto, fasciata in fretta la piaga, si
lancia a cavallo su pei gradini di Villa Corsini, e avvolto di nemici,
rotando il ferro terribile, squarciato il petto da una palla, procombe
ruinoso, formidabile. Il Mangiagalli a Villa Valentini mena strage di
Francesi; spezzata la spada, combatte col troncone e tiene la Villa
con pochissimi fino a tarda sera. Lo Scarcele, gentile vicentino,
lega morendo tutto il suo alla patria. Il Monfrini, sergente dei
Bersaglieri, quantunque gravemente ferito, vuol riprendere il suo posto
nelle file; e al Manara che gli dice: «Vattene, qui non servi a nulla;»
— «Lasciatemi stare, Colonnello, almeno faccio numero,» e alla prima
carica il valoroso è morto. Il Rozà, ferito due volte, torna due volte
alla pugna, e alla terza soccombe. Angelo Bassini s’avventa, quasi
solo, contro Villa Corsini e ne torna pesto, insanguinato, sereno.
Il milanese Dalla Longa raccoglie sulle spalle il caporale Fiorani,
mortogli allato, e mentre va ritraendosi lentamente col caro peso, una
palla lo trapassa, e cade in un fascio col carico suo. Emilio Dandolo
erra ferito per tutto il campo in cerca della spoglia del lagrimato
fratello. Narciso Bronzetti va, notturno, traverso le scolte francesi
per rapire ai nemici il corpo del suo servo fedele. I Legionari
del Medici, avvistisi che una delle case da essi difesa tutto quel
giorno è preda alle fiamme, d’onde il nome di Casa Bruciata,[133] si
rammentano dei cadaveri dei compagni, e affrontano di nuovo la grandine
dei _Vincennes_ per sottrarli al rogo inglorioso e dar loro onorata
sepoltura.
Memoranda e gloriosa giornata, scrisse l’Oudinot; ma poteva
soggiungere: meno per sè che per noi. I Francesi, che avevano
combattuto quasi sempre dai ripari, contarono dugentoquarantadue feriti
e quattordici morti; noi diciannove ufficiali uccisi, trentadue feriti,
e circa cinquecento soldati tra feriti e morti; e ci sdegna il pensiero
che in tanta foga d’erudizione spigolistra, in tanta smania di scavar
dagli archivi le più rancide e tarlate pergamene, i nomi dei caduti di
Roma non sieno ancora tutti scoperti, scritti e incisi ne’ marmi.
Però, lieti di aggiungere ai nomi già noti alcuno fino ad oggi coperto
dall’oblío, tutti ad uno ad uno religiosamente li raccomandiamo.
Morirono, oltre i nominati: il vecchio colonnello Pollini d’Ancona,
veterano di molte battaglie; l’aiutante maggiore Peralta, il capitano
Ramorino, Emanuele Cavallero, Canepa, Sivori, Pedevilla, Anceo,
Caroni, Minuto, Gnecco, Pegorini, Gruppi, Costa, Rodi, Coglioli, De
Maestri, tutti ufficiali della Legione di Montevideo, poscia della
italiana; i tenenti Cavalieri, Bonnet e Grossi; i sott’ufficiali
Savoia e Bonduri, della Legione italiana; il capitano Meloni di
Imola, del reggimento _Unione_; i tenenti conte Loreta di Ravenna e
Gazzaniga di Roma, del terzo Reggimento, e i tenenti Bacci d’Ancona e
Marzari di Macerata, del sesto; il tenente Covizzi, dell’artiglieria;
il carabiniere Battelloni e il dragone Rambaldi di Lugo, morto d’un
colpo di cannone col grido sulle labbra: «Viva la Repubblica!» Furono
più o meno lacerati da ferite: Nino Bixio all’inguinaia, Goffredo
Mameli al ginocchio, il capitano Strambio alla gamba, poi Alessandro
Duzelisiaux francese, Binda di Cremona, Bini di Nepi, Marocchetti,
Bassini, Frattini, Graffigna, Sartorio, Boldrini, Bignami, Mambrini,
Zanetti, Magni, Zanucchi, Tassoni, Grioli, Zuccala, Vigoni, Sanpieri,
Righi e Tressoldi, tutti della Legione italiana; Silva, Colombo,
Mancini, Signoroni e Scarani, dei Bersaglieri lombardi; Marcucci, della
Legione Medici; gli ufficiali d’artiglieria Pierani, Tiburzi e Viviani;
Visanetti di Cesena, capitano; Luzzi, Mazza, Castaldini, tenenti
dei Bersaglieri romani; il colonnello De Pasqualis e il capitano Del
Pozzo, del primo Reggimento; Lucci, del sesto; il sergente Giorgieri di
Massa, ch’ebbe sfracellata la mano dal moschetto d’un Francese, mentre
in lotta a corpo a corpo tentava strapparglielo; e se v’ha chi possa
aggiungerne ancora, venga e scriva a onore dei morti, a conforto dei
viventi, ad esempio dei venturi.[134]
E nulla diciamo di Garibaldi, che già non s’immagini. In balía al
pericolo, forato il _poncho_ da cento palle, impassibile, invulnerabile
in mezzo alla strage, come il Dio della Guerra, comparendo quasi
onnipresente in tutti i punti del campo, ora slanciandosi egli stesso
alla testa degli assalitori, ora ponendo il suo cavallo attraverso
l’onda dei fuggenti e gridando loro la classica rampogna: «Voi
sbagliate strada, il nemico non è qui;[135]» infiamma ed alimenta se
non guida la pugna, ne è davvero l’anima, se non vuol dirsene la mente.
Fu più soldato in quel giorno che capitano!; noi pure lo riconosciamo,
nè sapremmo dargliene intera lode; ma il suo esempio tenne luogo
d’arte, il suo bianco mantello svolazzante nel più folto della mischia,
di guida e di bandiera.