Quando la colonna di Garibaldi rientrava in Roma, le trattative Lesseps
erano già fallite. Nè poteva essere altrimenti. La missione di pace
dell’Inviato straordinario era apparente, gli ordini di guerra del
Generale in capo reali; il Governo romano agiva con lealtà più che
cavalleresca, il Governo francese con doppiezza peggio che volpina;
a Parigi come a Londra, a Gaeta come a Vienna, a Madrid come a
Napoli, si voleva la morte della libertà romana e la risurrezione del
Papato: impossibile che, esaurito l’ultimo sforzo delle armi, ciò non
avvenisse. Il 1º giugno l’Oudinot alla lettera ingenua del Rosselli,
il quale chiedevagli nientemeno che di prolungar l’armistizio fino a
che l’esercito romano avesse, con suo comodo, battuto gli Austriaci,
rispondeva: gli ordini del suo Governo prescrivergli di entrare in Roma
al più presto; aver già denunziato l’armistizio alle Autorità romane;
per solo riguardo ai Francesi residenti in Roma consentire a differire
l’attacco fino a lunedì mattina. Ciò voleva dire in tutte le lingue del
mondo fino al 4 giugno: nel calendario, non sappiamo se dire gesuitico,
del Generale francese, significò sino alla mattina del 3. E di questa
perfidia inaudita negli annali militari, la coscienza della storia
ha già gridato vendetta; e a noi parrebbe quasi femminile piagnisteo
ridirne di più. Sull’assisa dell’Oudinot, duca di Reggio, il figlio del
_Bajard de l’armée_, è stampato un marchio che nessuna acqua lustrale
di gloria potrà lavare; quanto al fosco riflesso che ne rimase sulla
bandiera francese, amiamo pensare anche noi che il sangue di Magenta e
di Solferino l’abbia deterso.
È noto adunque che all’alba del 3 giugno i Francesi, sorpreso quasi
nel sonno il sottile battaglione Melara, occupavano con due brigate la
Villa Pamfili, e ben presto, avviluppati da ogni parte i loro bravi,
ma pochi difensori, anche le posizioni adiacenti del convento di San
Pancrazio, e di Villa Corsini, chiamata pure Casino de’ Quattro-Venti,
e formanti colla Pamfili un solo altipiano, cadevano in loro potere.
Nessuno attendeva l’inopinato assalto; però il fragore della pugna
scosse la città intera come colpo di fulmine. Garibaldi stesso, così
vigile, dormiva nel suo modesto letto in Via delle Carrozze, e non
lo svegliò che il cannone. Ma non era sveglia sgradita. In un baleno
è in piedi, in pochi istanti è in sella; trae seco la coorte della
Legione italiana, acquartierata poco lontano; ordina alle rimanenti di
seguitarlo, parte al galoppo, arriva alla Porta San Pancrazio; misura
con un’occhiata tutta l’estensione del pericolo; distribuisce le truppe
man mano che gli giungono tra i bastioni, la Porta e il Vascello,
e slancia primi i Legionari alla riconquista di Villa Corsini. E la
Legione, comandata dal Sacchi, preceduta dal Masina, accompagnata dal
Bixio, va, traversa sotto una grandine di palle lo scoperto terreno
seminandolo de’ suoi migliori, e arriva sino al vestibolo della casa;
ma colà, fulminati di fronte e dai lati, dalle finestre, dalle siepi,
dalle muraglie, da migliaia di nemici appostati al coperto, e quasi
invisibili, son costretti a voltar le spalle ed a rifugiarsi nel
Vascello, che da quel momento diviene l’antemurale estremo e più tenace
dei difensori di Roma.
Le veci allora sono mutate. Gli assalitori di dianzi diventano
assaliti: i Francesi sboccano dai ripari, irrompono da ogni parte; ma
i Legionari, protetti dal massiccio edificio convertito in fortezza,
folgoravano da cento feritoie la morte: il Vascello è avvolto da una
bufera di fuoco, ma resiste impavidamente.
Ed ecco in quel punto, scoccavan le otto, giocondi, entusiasti,
impazienti di pugna, arrivare i Bersaglieri Manara. Era tempo:
Garibaldi appena li vede apparire ne prende la prima compagnia, e
la spinge ad arrestare l’avanguardia nemica. Ed anche i Bersaglieri,
capitano Ferrari, luogotenente Mangiagalli, preceduti dal loro stesso
Colonnello, si precipitano capofitti come i Legionari, rigano del loro
sangue il cammino mortale; onde i Francesi balenano, indietreggiano,
sono risospinti fino alla spianata della Villa. Ancora uno sforzo
ed il contrastato baluardo è nostro. Garibaldi lo vede (fu detto
non abbastanza in tempo), e manda la seconda compagnia di Enrico
Dandolo a spalleggiare i vittoriosi, mentre stacca parte del secondo
battaglione ad assalire, per il convento di San Pancrazio, l’estrema
destra del nemico. Ma era tardi. Il Dandolo tradito dalla voce, dal
gesto amichevole del capitano francese cade in un agguato, e trafitto
in mezzo al petto da piombo traditore soccombe; il giovinetto Morosini
lo assiste, lo difende, combatte disperato; ma sopraffatto dal numero,
anche la sua compagnia dà volta, mentre ai Quattro-Venti non restano
già più a fronteggiare i Francesi che il Manara, il Ferrari, il
Mangiagalli, capitani senza soldati.
Il secondo assalto era fallito: ripresa lena, bisognava ritentare il
terzo, il quarto, fino alla vittoria, fino alla morte. Le artiglierie
del Calandrelli non avevano mai cessato di battere le posizioni
nemiche, nè partiva colpo che non facesse breccia, e già San Pancrazio,
Villa Corsini, Villa Valentini erano foracchiate in più parti, quando
una granata cascò in mezzo alle stanze della Corsini e vi appiccò le
fiamme. Era quello il momento del terzo assalto, o nessun altro, e non
sfuggì a Garibaldi. Legionari, Bersaglieri, Studenti, fanti romani,
quanti erano venuti raccogliendosi via via tra Porta San Pancrazio e il
Vascello, fanno massa, si precipitano a rifascio, s’avventano furiosi
contro la Villa infernale, da tempio di delizie mutata in fucina di
morte, e ne ritentano la ripresa. E i Francesi per la terza volta
l’abbandonano, e per la terza volta tornano grossi e inferociti, e per
la terza volta la Villa è perduta. L’avreste detta l’ultima. Spento il
fiore dei prodi, decimate le file, stremate le forze, quasi consunte
le munizioni, i Francesi gagliardamente trincerati nelle riconquistate
posture, la giornata poteva dirsi perduta. Garibaldi solo non lo
volle credere, e verso sera fu udito ancora dire, come un sonnambulo,
a Emilio Dandolo: «Andate con una ventina de’ vostri più bravi a
riprendere Villa Corsini.» Il bravo ufficiale guardò trasognato l’uomo
che gli dava ordine sì strano; ma Garibaldi replicò: «Pochi colpi e
subito alla baionetta,» e il Dandolo prontamente: «Stia tranquillo,
Generale, m’han forse ucciso il fratello e farò bene.» E come gli fu
ingiunto, partì, e in men d’un ora, tornò con soli sei uomini, ferito
egli e il sottotenente Sartorio, ultimi combattenti di quella giornata.