Ecco pertanto i fatti. All’alba del 19 l’avanguardia si era già messa
in moto; ma fatte poche centinaia di passi il Marocchetti mandava ad
avvertire Garibaldi che scorgeva verso Velletri un confuso moto di
truppe nemiche, onde temeva di essere da un istante all’altro assalito.
A tale annunzio Garibaldi monta immediatamente a cavallo, manda
avviso al Generale in capo così dell’allarme come della sua partenza,
raggiunge a spron battuto l’avanguardia, e raccolti dal Marocchetti
gli ultimi rapporti cavalca ancora innanzi per breve tratto, e va
a cercare, come è suo costume, un posto elevato d’onde speculare le
posizioni e le mosse del nemico.
«Giunto difatti (scrive il Cenni stesso che gli era compagno alle
Colonnelle ed all’altezza della vigna Rinaldi) smonta da cavallo;
coperto dai canneti e dalle macchie della vigna, s’inoltra fino ad un
dosso d’onde l’occhio può correre fin sotto le mura di Velletri; e vede
abbastanza chiaro che i Borbonici, se a difesa od attacco, è tuttavia
dubbioso; ma per fermo si preparano ad azione imminente.»
Frattanto anche l’avanguardia sopraggiungeva; e Garibaldi accertatosi
da un secondo e più prossimo osservatorio che il nemico manovrava
veramente per l’attacco, spiega a destra e a sinistra della strada, che
corre tutta incassata fra poggi e vigneti, la Legione italiana e alcune
compagnie del terzo di linea; e montato sul tetto d’una casa in vigna
Spalletti, si rimette a spiare gli andamenti del nemico.
I quali d’altronde più manifesti di così non potevano essere. I
Borbonici avanzavano su tre colonne: il secondo battaglione de’
Cacciatori pei vigneti, a destra ed a sinistra; uno squadrone di
Cacciatori appoggiato da un altro corpo di fanteria, e da artiglierie
al centro sulla strada. Garibaldi non fece un passo per muover loro
incontro; ma li aspettò di piè fermo. Trascorsi infatti pochi minuti,
il colpeggiar delle sentinelle presso alla salita di Vallefredda
avvertì che il primo scontro era avvenuto.
Potevano essere le undici del mattino. Gli avamposti s’eran già
ripiegati sulle Colonnelle, dove già dicemmo appostate le fanterie
romane; l’attacco era già imminente su tutta la linea; la fucilata era
vivissima da entrambe le parti, quando Garibaldi, vista spuntar sulla
strada la testa della cavalleria nemica, spicca il Masina, il Murat di
quella guerra, coi suoi quaranta Lancieri[127] ad arrestarla. E parte
il Masina; e lo seguono, incuorati dall’arguta parola e dall’esempio
eroico, i suoi compagni: ma o perchè sopraffatti dal torrente sei volte
più gagliardo, come dice il Sacchi; o perchè i loro cavalli fossero
nuovi a quel vertiginoso giuoco delle cariche, come vuole il Cenni; il
fatto è che al primo cozzo voltano briglia tutti quanti, e abbandonando
il loro comandante alle prese col colonnello nemico (che ne riportò per
altro la testa spaccata), vanno in fuga precipitosa.
Ma lo spettacolo accadeva troppo vicino a Garibaldi, perchè egli
potesse starsene inerte spettatore. Scorto il voltafaccia de’
suoi, si butta a cavallo, scortato dal solo moro Aghiar, traverso
la via, tentando, col gesto imperioso, colla voce tuonante, colla
stessa persona d’arrestare la rotta sfrenata. Tutto invano; chè egli
stesso sbalzato di sella, travolto dall’onda commista degli amici
e de’ nemici, impigliato il corpo sotto il proprio cavallo e pesto
dall’unghie di cento cavalli altrui, stava per cadere certamente morto
o vivo nelle mani borboniche, se in buon punto quella compagnia di
ragazzi, di cui già discorremmo, appostata lì vicino non avesse con
una scarica bene aggiustata fatto un buco nella siepe di cavalieri
nemici che già si serravano intorno al caduto, e investendoli poscia
alla baionetta non avesse salva la vita del suo Generale. E non
pareva tuttavia ch’egli fosse scampato a mortale periglio. Quantunque
ferito e ammaccato in più parti del corpo, e coll’impronta d’un ferro
da cavallo sulla mano destra, balza rattamente in piedi, rimonta in
sella, riprende sereno e imperturbabile, come sempre, la direzione del
combattimento.
Nel frattempo però gli Ussari borbonici, portati dalla foga de’
cavalli, erano andati a cascar nel fitto delle linee repubblicane e
fulminati di fronte e dai fianchi da un fuoco micidiale, forzati a
dar volta, lasciando sul terreno feriti e prigionieri, e trascinando
nella lor fuga ruinosa la stessa fanteria che li spalleggiava. Ne
approfittarono naturalmente i Garibaldini, i quali, slanciatisi tutti
insieme alla carica, accompagnarono i fuggenti colle baionette alle
spalle fin sotto le mura della città.
Colà però era d’uopo arrestarsi. Velletri non è munita dall’arte, ma
dalla natura; poggia in alto, ha porte, bastioni, fossati, e il colle
dei Cappuccini le fa da sinistra un contrafforte gagliardissimo. Oltre
a ciò, era evidente che i Napoletani non avevano esposta fin allora che
la minima parte delle loro forze, e poteva parer naturale, a chi ancora
non sospettava la pusillanimità de’ loro capi, che essi uscissero di
nuovo con milizie fresche a tentare un nuovo e più decisivo assalto.
Si tennero invece sulla difesa; munirono di cannoni i Cappuccini,
ne puntarono altri ad ogni porta, si stesero da diritta a manca per
i vigneti intorno alle mura della città, e stettero a lor volta ad
aspettare.
Garibaldi vide che il momento era critico. Un assalto a Velletri
con forze sì scarse era impossibile; una ritirata, con gente già
scompigliata dalla pugna e più atta a caricar con furore che a
ritirarsi con ordine, sarebbe stata una follía; altro non restava
dunque che sollecitare il Comandante supremo a venire subitamente in
suo soccorso, e tenere frattanto in iscacco il nemico con manovre e
scaramuccie. E così fece, e nel mentre che spediva a tutta carriera
il Padre Ugo Bassi[128] a dar notizie al Rosselli dell’accaduto ed a
pregarlo, se aveva cara, non che la vittoria, la salute de’ suoi, a
correre senz’altro indugio in suo aiuto; copriva alla meglio le sue
truppe dietro tutti i frastagli e gli scoscendimenti del terreno, e
attendeva gli invocati rinforzi.
Il Bassi intanto riusciva a scovare il Rosselli a Valmontone, donde
non s’era più mosso, e dove lo trovò affaccendato a sorvegliare la
distribuzione del rancio alla prima brigata. Gli fece l’ambasciata, di
cui era incaricato; usò di tutta la sua fervida eloquenza a dipingere
la situazione dell’avanguardia; ma il Rosselli, severo e imbronciato,
dopo una sfuriata di lagni verso Garibaldi che aveva impegnato
battaglia contro i suoi ordini (e vedremo come non fosse vero),
rispondeva: «Dover prima aspettare che la truppa avesse consumato
il rancio, poi si sarebbe mossa.» Fortuna volle che alcuni Corpi
della seconda brigata, tra cui i Bersaglieri lombardi, accorressero
da sè stessi al tuonar del cannone, onde Garibaldi a mano a mano
che sopravvenivano li poteva condurre a risarcire le file, sempre
più stremate, dell’avanguardia. Così entrarono successivamente in
linea i Bersaglieri lombardi, la Legione romana, un battaglione del
secondo Reggimento, e quel che più contava, parte dell’artiglieria del
Calandrelli, che controbattendo gagliardamente le numerose batterie
del nemico lo contennero lungo tempo e gli levarono la tentazione,
certamente infestissima ai nostri, di ripigliare l’offensiva.
Ma tutto ciò a nulla approdava: i nostri non retrocedono, ma si
diradano; i Borbonici non avanzavano, ma restavano sempre forti e
minacciosi, e ogni istante che fuggiva, andava a loro profitto. Solo
uno sforzo concorde di tutto l’esercito poteva assicurare e compiere
la vittoria; laonde Garibaldi preso il capitano David, un bergamasco
animoso, così aitante di persona come caldo di parola, lo mandò a spron
battuto a pregare e a scongiurare di nuovo il Rosselli, affinchè per
tutti i suoi santi affrettasse il soccorso.
E il David «sferza, sprona, divora la via,» e arriva a sua volta a
trovare poco lungi il Generale in capo, che seguíto da tutto il suo
stato maggiore se ne viene a passi misurati in perfetta ordinanza,
a capo dei quattro o cinquemila uomini che gli eran rimasti. Le
precise parole che il David diresse al Generalissimo romano, i nostri
cooperatori non le hanno registrate; ma dovettero essere assai
energiche e vibrate, se a udirle ufficiali e soldati si scuotono,
s’infiammano, rompono le file, brandiscono le armi, chiedono con
alte grida di marciare avanti, partono a tutta corsa a rifascio per
Velletri, lasciando solo col suo stato maggiore e con pochi seguaci il
Generale romano. E noi non batteremo le mani. Un esercito che rompe i
freni della disciplina e si ribella a’ capi, anche se la indisciplina
sia giustificata da generoso motivo, e la ribellione finisca col
fruttar la vittoria, è sempre spettacolo che attrista; ma poichè non
era quella l’ora di indagare le cagioni del male o di arrestarne gli
effetti, e d’altronde quei soldati comunque venissero, chiunque li
inviasse, eran pur sempre amici accorrenti al rinforzo, Garibaldi li
prese per quel che valevano, e a mano a mano che sopraggiungevano
li avventava a rinforzar la battaglia. La loro venuta anzi gli
diede opportunità di tentar qualche mossa, che dapprima la tenuità
delle forze gli vietava. Veduto infatti un via vai, sulla strada
di Terracina, di truppe nemiche e giustamente sospettando in quel
moto un preparativo di ritirata, manda il colonnello Marchetti[129]
con un centinaio di fanti e mezzo squadrone di Dragoni a imboscarsi
nella selva che fiancheggia spessissima quella via, affinchè piombi
di sorpresa sui fianchi e alle spalle del nemico appena gli giunga a
portata; e predispone simultaneamente un ultimo e più vigoroso assalto
contro il convento de’ Cappuccini, che formava, come dicemmo, la chiave
delle posizioni borboniche alla loro sinistra.
Intanto però che Garibaldi intendeva a ripigliare l’offensiva,
ecco a un tratto il fuoco de’ Napoletani rallentarsi, le loro linee
concentrarsi, la strada di Terracina nereggiare sempre più di carri e
di soldati, tutto accennare a prossima e totale ritirata.
In quel punto arrivava sul luogo dell’azione il generale Rosselli. Era
già sera. Garibaldi, dopo aver ragguagliato il Comandante in capo di
tutti gli eventi della giornata, lo condusse nella casa Blasi,[130]
che aveva servito di specula a lui stesso durante il combattimento,
e accennatogli col dito il crescente addensarsi del nemico sulla
strada di Terracina gli improvvisò, come suol dirsi, sul tamburo,
questo piano: «Egli, Garibaldi, si getterebbe ai fianchi del nemico
fuggente; il Rosselli coll’artiglieria, la linea e i Carabinieri della
riserva, resterebbe a difender la posizione espugnata e appoggerebbe
l’attacco di Velletri.» Ma non era al dotto Rosselli che il manesco
Garibaldi poteva darla ad intendere. Per la sua sapienza quei nemici
che sfilavano in confuso sulla strada di Terracina erano reggimenti e
brigate in moto a predisporre un nuovo assalto per l’indomani; per la
sua metafisica militare, la ritirata dell’esercito borbonico era una
manovra.
«Ma che manovra! (ribatte seccamente Garibaldi); non vedete che quello
è un esercito che fugge?» — e lasciando al Generale in capo passar
tranquillamente la notte nei soffici letti della casa Blasi, se n’andò
a dormire digiuno sotto una siepe.
Al nuovo mattino non c’era più in Velletri un solo Borbonico.