X.

Ecco pertanto i fatti. All’alba del 19 l’avanguardia si era già messa

in moto; ma fatte poche centinaia di passi il Marocchetti mandava ad

avvertire Garibaldi che scorgeva verso Velletri un confuso moto di

truppe nemiche, onde temeva di essere da un istante all’altro assalito.

A tale annunzio Garibaldi monta immediatamente a cavallo, manda

avviso al Generale in capo così dell’allarme come della sua partenza,

raggiunge a spron battuto l’avanguardia, e raccolti dal Marocchetti

gli ultimi rapporti cavalca ancora innanzi per breve tratto, e va

a cercare, come è suo costume, un posto elevato d’onde speculare le

posizioni e le mosse del nemico.

«Giunto difatti (scrive il Cenni stesso che gli era compagno alle

Colonnelle ed all’altezza della vigna Rinaldi) smonta da cavallo;

coperto dai canneti e dalle macchie della vigna, s’inoltra fino ad un

dosso d’onde l’occhio può correre fin sotto le mura di Velletri; e vede

abbastanza chiaro che i Borbonici, se a difesa od attacco, è tuttavia

dubbioso; ma per fermo si preparano ad azione imminente.»

Frattanto anche l’avanguardia sopraggiungeva; e Garibaldi accertatosi

da un secondo e più prossimo osservatorio che il nemico manovrava

veramente per l’attacco, spiega a destra e a sinistra della strada, che

corre tutta incassata fra poggi e vigneti, la Legione italiana e alcune

compagnie del terzo di linea; e montato sul tetto d’una casa in vigna

Spalletti, si rimette a spiare gli andamenti del nemico.

I quali d’altronde più manifesti di così non potevano essere. I

Borbonici avanzavano su tre colonne: il secondo battaglione de’

Cacciatori pei vigneti, a destra ed a sinistra; uno squadrone di

Cacciatori appoggiato da un altro corpo di fanteria, e da artiglierie

al centro sulla strada. Garibaldi non fece un passo per muover loro

incontro; ma li aspettò di piè fermo. Trascorsi infatti pochi minuti,

il colpeggiar delle sentinelle presso alla salita di Vallefredda

avvertì che il primo scontro era avvenuto.

Potevano essere le undici del mattino. Gli avamposti s’eran già

ripiegati sulle Colonnelle, dove già dicemmo appostate le fanterie

romane; l’attacco era già imminente su tutta la linea; la fucilata era

vivissima da entrambe le parti, quando Garibaldi, vista spuntar sulla

strada la testa della cavalleria nemica, spicca il Masina, il Murat di

quella guerra, coi suoi quaranta Lancieri[127] ad arrestarla. E parte

il Masina; e lo seguono, incuorati dall’arguta parola e dall’esempio

eroico, i suoi compagni: ma o perchè sopraffatti dal torrente sei volte

più gagliardo, come dice il Sacchi; o perchè i loro cavalli fossero

nuovi a quel vertiginoso giuoco delle cariche, come vuole il Cenni; il

fatto è che al primo cozzo voltano briglia tutti quanti, e abbandonando

il loro comandante alle prese col colonnello nemico (che ne riportò per

altro la testa spaccata), vanno in fuga precipitosa.

Ma lo spettacolo accadeva troppo vicino a Garibaldi, perchè egli

potesse starsene inerte spettatore. Scorto il voltafaccia de’

suoi, si butta a cavallo, scortato dal solo moro Aghiar, traverso

la via, tentando, col gesto imperioso, colla voce tuonante, colla

stessa persona d’arrestare la rotta sfrenata. Tutto invano; chè egli

stesso sbalzato di sella, travolto dall’onda commista degli amici

e de’ nemici, impigliato il corpo sotto il proprio cavallo e pesto

dall’unghie di cento cavalli altrui, stava per cadere certamente morto

o vivo nelle mani borboniche, se in buon punto quella compagnia di

ragazzi, di cui già discorremmo, appostata lì vicino non avesse con

una scarica bene aggiustata fatto un buco nella siepe di cavalieri

nemici che già si serravano intorno al caduto, e investendoli poscia

alla baionetta non avesse salva la vita del suo Generale. E non

pareva tuttavia ch’egli fosse scampato a mortale periglio. Quantunque

ferito e ammaccato in più parti del corpo, e coll’impronta d’un ferro

da cavallo sulla mano destra, balza rattamente in piedi, rimonta in

sella, riprende sereno e imperturbabile, come sempre, la direzione del

combattimento.

Nel frattempo però gli Ussari borbonici, portati dalla foga de’

cavalli, erano andati a cascar nel fitto delle linee repubblicane e

fulminati di fronte e dai fianchi da un fuoco micidiale, forzati a

dar volta, lasciando sul terreno feriti e prigionieri, e trascinando

nella lor fuga ruinosa la stessa fanteria che li spalleggiava. Ne

approfittarono naturalmente i Garibaldini, i quali, slanciatisi tutti

insieme alla carica, accompagnarono i fuggenti colle baionette alle

spalle fin sotto le mura della città.

Colà però era d’uopo arrestarsi. Velletri non è munita dall’arte, ma

dalla natura; poggia in alto, ha porte, bastioni, fossati, e il colle

dei Cappuccini le fa da sinistra un contrafforte gagliardissimo. Oltre

a ciò, era evidente che i Napoletani non avevano esposta fin allora che

la minima parte delle loro forze, e poteva parer naturale, a chi ancora

non sospettava la pusillanimità de’ loro capi, che essi uscissero di

nuovo con milizie fresche a tentare un nuovo e più decisivo assalto.

Si tennero invece sulla difesa; munirono di cannoni i Cappuccini,

ne puntarono altri ad ogni porta, si stesero da diritta a manca per

i vigneti intorno alle mura della città, e stettero a lor volta ad

aspettare.

Garibaldi vide che il momento era critico. Un assalto a Velletri

con forze sì scarse era impossibile; una ritirata, con gente già

scompigliata dalla pugna e più atta a caricar con furore che a

ritirarsi con ordine, sarebbe stata una follía; altro non restava

dunque che sollecitare il Comandante supremo a venire subitamente in

suo soccorso, e tenere frattanto in iscacco il nemico con manovre e

scaramuccie. E così fece, e nel mentre che spediva a tutta carriera

il Padre Ugo Bassi[128] a dar notizie al Rosselli dell’accaduto ed a

pregarlo, se aveva cara, non che la vittoria, la salute de’ suoi, a

correre senz’altro indugio in suo aiuto; copriva alla meglio le sue

truppe dietro tutti i frastagli e gli scoscendimenti del terreno, e

attendeva gli invocati rinforzi.

Il Bassi intanto riusciva a scovare il Rosselli a Valmontone, donde

non s’era più mosso, e dove lo trovò affaccendato a sorvegliare la

distribuzione del rancio alla prima brigata. Gli fece l’ambasciata, di

cui era incaricato; usò di tutta la sua fervida eloquenza a dipingere

la situazione dell’avanguardia; ma il Rosselli, severo e imbronciato,

dopo una sfuriata di lagni verso Garibaldi che aveva impegnato

battaglia contro i suoi ordini (e vedremo come non fosse vero),

rispondeva: «Dover prima aspettare che la truppa avesse consumato

il rancio, poi si sarebbe mossa.» Fortuna volle che alcuni Corpi

della seconda brigata, tra cui i Bersaglieri lombardi, accorressero

da sè stessi al tuonar del cannone, onde Garibaldi a mano a mano

che sopravvenivano li poteva condurre a risarcire le file, sempre

più stremate, dell’avanguardia. Così entrarono successivamente in

linea i Bersaglieri lombardi, la Legione romana, un battaglione del

secondo Reggimento, e quel che più contava, parte dell’artiglieria del

Calandrelli, che controbattendo gagliardamente le numerose batterie

del nemico lo contennero lungo tempo e gli levarono la tentazione,

certamente infestissima ai nostri, di ripigliare l’offensiva.

Ma tutto ciò a nulla approdava: i nostri non retrocedono, ma si

diradano; i Borbonici non avanzavano, ma restavano sempre forti e

minacciosi, e ogni istante che fuggiva, andava a loro profitto. Solo

uno sforzo concorde di tutto l’esercito poteva assicurare e compiere

la vittoria; laonde Garibaldi preso il capitano David, un bergamasco

animoso, così aitante di persona come caldo di parola, lo mandò a spron

battuto a pregare e a scongiurare di nuovo il Rosselli, affinchè per

tutti i suoi santi affrettasse il soccorso.

E il David «sferza, sprona, divora la via,» e arriva a sua volta a

trovare poco lungi il Generale in capo, che seguíto da tutto il suo

stato maggiore se ne viene a passi misurati in perfetta ordinanza,

a capo dei quattro o cinquemila uomini che gli eran rimasti. Le

precise parole che il David diresse al Generalissimo romano, i nostri

cooperatori non le hanno registrate; ma dovettero essere assai

energiche e vibrate, se a udirle ufficiali e soldati si scuotono,

s’infiammano, rompono le file, brandiscono le armi, chiedono con

alte grida di marciare avanti, partono a tutta corsa a rifascio per

Velletri, lasciando solo col suo stato maggiore e con pochi seguaci il

Generale romano. E noi non batteremo le mani. Un esercito che rompe i

freni della disciplina e si ribella a’ capi, anche se la indisciplina

sia giustificata da generoso motivo, e la ribellione finisca col

fruttar la vittoria, è sempre spettacolo che attrista; ma poichè non

era quella l’ora di indagare le cagioni del male o di arrestarne gli

effetti, e d’altronde quei soldati comunque venissero, chiunque li

inviasse, eran pur sempre amici accorrenti al rinforzo, Garibaldi li

prese per quel che valevano, e a mano a mano che sopraggiungevano

li avventava a rinforzar la battaglia. La loro venuta anzi gli

diede opportunità di tentar qualche mossa, che dapprima la tenuità

delle forze gli vietava. Veduto infatti un via vai, sulla strada

di Terracina, di truppe nemiche e giustamente sospettando in quel

moto un preparativo di ritirata, manda il colonnello Marchetti[129]

con un centinaio di fanti e mezzo squadrone di Dragoni a imboscarsi

nella selva che fiancheggia spessissima quella via, affinchè piombi

di sorpresa sui fianchi e alle spalle del nemico appena gli giunga a

portata; e predispone simultaneamente un ultimo e più vigoroso assalto

contro il convento de’ Cappuccini, che formava, come dicemmo, la chiave

delle posizioni borboniche alla loro sinistra.

Intanto però che Garibaldi intendeva a ripigliare l’offensiva,

ecco a un tratto il fuoco de’ Napoletani rallentarsi, le loro linee

concentrarsi, la strada di Terracina nereggiare sempre più di carri e

di soldati, tutto accennare a prossima e totale ritirata.

In quel punto arrivava sul luogo dell’azione il generale Rosselli. Era

già sera. Garibaldi, dopo aver ragguagliato il Comandante in capo di

tutti gli eventi della giornata, lo condusse nella casa Blasi,[130]

che aveva servito di specula a lui stesso durante il combattimento,

e accennatogli col dito il crescente addensarsi del nemico sulla

strada di Terracina gli improvvisò, come suol dirsi, sul tamburo,

questo piano: «Egli, Garibaldi, si getterebbe ai fianchi del nemico

fuggente; il Rosselli coll’artiglieria, la linea e i Carabinieri della

riserva, resterebbe a difender la posizione espugnata e appoggerebbe

l’attacco di Velletri.» Ma non era al dotto Rosselli che il manesco

Garibaldi poteva darla ad intendere. Per la sua sapienza quei nemici

che sfilavano in confuso sulla strada di Terracina erano reggimenti e

brigate in moto a predisporre un nuovo assalto per l’indomani; per la

sua metafisica militare, la ritirata dell’esercito borbonico era una

manovra.

«Ma che manovra! (ribatte seccamente Garibaldi); non vedete che quello

è un esercito che fugge?» — e lasciando al Generale in capo passar

tranquillamente la notte nei soffici letti della casa Blasi, se n’andò

a dormire digiuno sotto una siepe.

Al nuovo mattino non c’era più in Velletri un solo Borbonico.

Garibaldi, Vol. 1 (of 2) · 第 88 / 168 题