IX.

Il Rosselli pertanto s’accinse immediatamente all’impresa. Pensava

attaccare i Napoletani accampati da Porto d’Anzio a Valmontone sulla

loro destra, spuntarli da questo lato e tagliar loro la ritirata:

capitanava diecimila fanti, mille cavalli e dodici pezzi d’artiglieria,

che andavano così distribuiti e ordinati:

La prima brigata, sotto gli ordini del colonnello Marocchetti e la

direzione del colonnello di stato maggiore Haug, composta della Legione

italiana, del terzo Reggimento di linea, del piccolo squadrone dei

Lancieri Masina, d’una compagnia di Zappatori del genio e due pezzi

d’artiglieria (duemilacinquecento uomini circa), dava l’avanguardia.

Il corpo di battaglia componevasi di due brigate, a cui erano addetti

il reggimento de’ Bersaglieri lombardi, un battaglione del primo di

fanteria, il secondo e il quinto reggimento, la Legione romana, due

squadroni di Dragoni e sei pezzi di artiglieria; circa seimila uomini;

e lo capitanava il generale Garibaldi in persona, assistito dal polacco

colonnello Milbitz dello stato maggiore generale.

«La riserva e retroguardia era la brigata del generale Giuseppe

Galletti che marciava alla testa del sesto Reggimento di fanteria,

d’un battaglione di Carabinieri a piedi, del battaglione Zappatori del

genio, di due squadroni di Carabinieri a cavallo, e di quattro pezzi

d’artiglieria; in tutto duemila e cento uomini.

»Comandante l’artiglieria il colonnello Ludovico Calandrelli; quello

della cavalleria il generale Bartolucci; capo dello Stato Maggiore

generale il colonnello Pisacane, e principava da generale in capo

Pietro Rosselli.[124]»

Fermato così il disegno e l’ordine di marcia, escono la sera del 16

da Porta San Giovanni; marciano tutta la notte per la via Labicana;

arrivano la mattina del 17 a Zagarolo, dove soggiornano; ripartono

il giorno appresso per Valmontone, dove il grosso e la riserva

s’accampano, mentre l’avanguardia si spinge fino a Montefortino, forte

posizione a cavaliere delle due vie che da Valmontone conducono l’una

a Velletri, e l’altra a Terracina: val quanto dire sulla fronte e sul

fianco dell’esercito napoletano.

Questo però non era rimasto così immobile, come forse il Rosselli

aveva, nel silenzio del suo studio, escogitato; chè appena avuto vento

dell’avanzarsi dei nostri, aveva frettolosamente abbandonato la linea

de’ colli Latini e s’era da tutte le parti ripiegato su Velletri. Era

una notizia importante: il piano di campagna del generale Rosselli

poteva dirsi fallito prima che tentato; conveniva farne un altro e si

poteva, ma occorreva prontezza d’occhio e celerità d’esecuzione; il

Rosselli invece non affrettò d’un passo la sua marcia, non svelò ad

anima viva gli arcani della sua mente; s’accontentò solo d’ordinare

all’avanguardia di spingere il 19 mattina ricognizioni fin sotto

le mura di Velletri; «mentre (parole stampate dal suo capo di stato

maggiore Pisacane[125]) l’armata in ordine compatto, _fiancheggiata_ da

tali perlustrazioni, avrebbe secondato il movimento.»

 questo punto però il generale Rosselli scompare, per così dire,

dietro la coda del suo esercito; e se noi vogliamo seguire lo sviluppo

dell’azione, siamo costretti ad accompagnarci di nuovo al generale

Garibaldi, il solo che in quella giornata pensasse (se bene o male lo

vedremo), capisse e combattesse.

E qui, prima d’intraprendere la narrazione della giornata di Velletri,

ci occorre un’avvertenza. Noi scriviamo, per dir così, sotto la

dettatura del general Sacchi e del colonnello Cenni, i quali, non solo

per aver partecipato come testimoni ed attori ai fatti che narrano,

ma per aver seguíto e veduto davvicino durante tutto quel giorno il

generale Garibaldi, il primo come comandante in secondo la Legione

italiana, il secondo come aiutante di campo, ci sono parsi le più

sincere e autorevoli testimonianze che in siffatto caso si potessero

desiderare.

Nè ci trattiene dal chiamarli tali, la considerazione che il loro

racconto discordi in alcuni particolari da quello degli storici che

scrissero sul medesimo argomento; essendo per noi indubitabile che

nessuno meglio di loro abbia potuto conoscere la verità e nessuno meno

di loro avuto motivi per svisarla o tacerla.

Nè con ciò vogliamo scemar fede alla diligenza ed alla lealtà degli

scrittori che ci hanno preceduto; soltanto vedendo nelle loro

pagine regnare le più grandi contraddizioni miste talvolta alla

più ligia imitazione: e il Torre, per esempio, scostarsi in molti

particolari dall’Hoffstetter;[126] e il Del Vecchio rappresentar i

fatti diversamente dal Farini; e il Guerrazzi, che pur ebbe in mano

gli appunti del Sacchi e i Ricordi di Garibaldi, ricantare, come eco

ignara, i giudizi del Mario o del Vecchi che non li ebbero, e tutti

contraddirsi o copiarsi a vicenda, e nessuno presentar un documento o

una prova purchessia del loro asserto; allora il sospetto che a tutti

questi storici egregi sia mancato il tempo e l’opportunità per vagliare

le cose narrate nasce spontaneamente, e posti da un lato tra relazioni

contradittorie, incompiute, confuse, e dall’altro tra attestazioni

concordi, precise, particolareggiate di due ufficiali che hanno veduto

ed udito, non potevamo più dubitar nella scelta. E non abbiamo posto

nel conto le _Memorie_ del Rosselli e del Pisacane, non certo per

scortese oblío de’ loro autori, meritevoli entrambi, l’uno per la

vita illibata e studiosa, l’altro per la fine eroica ed infelice della

gratitudine e del rispetto degl’Italiani; ma perchè essi, giudici in

causa propria, non scrissero storie, ma apologie e filippiche; apologie

di sè, filippiche contro Garibaldi; e non si potrebbe giurar sulla

loro parola più che non si potrebbe in un processo dal piato d’una sola

parte giudicar del torto o della ragione dell’altra.

E poichè dicemmo processo, lo ripetiamo. La storia della battaglia di

Velletri non è più da oltre trent’anni che un processo male istruito,

in cui Garibaldi ha la parte di accusato, il Rosselli ed il Pisacane

quella d’accusatori, gli storici onesti, ma assai male informati,

quella di giudici, e che noi, sulla fede di due nuovi testimoni,

veniamo a riaprire, sperando che i posteri vorranno scrivere sulla

tomba dell’accusato più giusta sentenza.

Garibaldi, Vol. 1 (of 2) · 第 87 / 168 题