Il Rosselli pertanto s’accinse immediatamente all’impresa. Pensava
attaccare i Napoletani accampati da Porto d’Anzio a Valmontone sulla
loro destra, spuntarli da questo lato e tagliar loro la ritirata:
capitanava diecimila fanti, mille cavalli e dodici pezzi d’artiglieria,
che andavano così distribuiti e ordinati:
La prima brigata, sotto gli ordini del colonnello Marocchetti e la
direzione del colonnello di stato maggiore Haug, composta della Legione
italiana, del terzo Reggimento di linea, del piccolo squadrone dei
Lancieri Masina, d’una compagnia di Zappatori del genio e due pezzi
d’artiglieria (duemilacinquecento uomini circa), dava l’avanguardia.
Il corpo di battaglia componevasi di due brigate, a cui erano addetti
il reggimento de’ Bersaglieri lombardi, un battaglione del primo di
fanteria, il secondo e il quinto reggimento, la Legione romana, due
squadroni di Dragoni e sei pezzi di artiglieria; circa seimila uomini;
e lo capitanava il generale Garibaldi in persona, assistito dal polacco
colonnello Milbitz dello stato maggiore generale.
«La riserva e retroguardia era la brigata del generale Giuseppe
Galletti che marciava alla testa del sesto Reggimento di fanteria,
d’un battaglione di Carabinieri a piedi, del battaglione Zappatori del
genio, di due squadroni di Carabinieri a cavallo, e di quattro pezzi
d’artiglieria; in tutto duemila e cento uomini.
»Comandante l’artiglieria il colonnello Ludovico Calandrelli; quello
della cavalleria il generale Bartolucci; capo dello Stato Maggiore
generale il colonnello Pisacane, e principava da generale in capo
Pietro Rosselli.[124]»
Fermato così il disegno e l’ordine di marcia, escono la sera del 16
da Porta San Giovanni; marciano tutta la notte per la via Labicana;
arrivano la mattina del 17 a Zagarolo, dove soggiornano; ripartono
il giorno appresso per Valmontone, dove il grosso e la riserva
s’accampano, mentre l’avanguardia si spinge fino a Montefortino, forte
posizione a cavaliere delle due vie che da Valmontone conducono l’una
a Velletri, e l’altra a Terracina: val quanto dire sulla fronte e sul
fianco dell’esercito napoletano.
Questo però non era rimasto così immobile, come forse il Rosselli
aveva, nel silenzio del suo studio, escogitato; chè appena avuto vento
dell’avanzarsi dei nostri, aveva frettolosamente abbandonato la linea
de’ colli Latini e s’era da tutte le parti ripiegato su Velletri. Era
una notizia importante: il piano di campagna del generale Rosselli
poteva dirsi fallito prima che tentato; conveniva farne un altro e si
poteva, ma occorreva prontezza d’occhio e celerità d’esecuzione; il
Rosselli invece non affrettò d’un passo la sua marcia, non svelò ad
anima viva gli arcani della sua mente; s’accontentò solo d’ordinare
all’avanguardia di spingere il 19 mattina ricognizioni fin sotto
le mura di Velletri; «mentre (parole stampate dal suo capo di stato
maggiore Pisacane[125]) l’armata in ordine compatto, _fiancheggiata_ da
tali perlustrazioni, avrebbe secondato il movimento.»
 questo punto però il generale Rosselli scompare, per così dire,
dietro la coda del suo esercito; e se noi vogliamo seguire lo sviluppo
dell’azione, siamo costretti ad accompagnarci di nuovo al generale
Garibaldi, il solo che in quella giornata pensasse (se bene o male lo
vedremo), capisse e combattesse.
E qui, prima d’intraprendere la narrazione della giornata di Velletri,
ci occorre un’avvertenza. Noi scriviamo, per dir così, sotto la
dettatura del general Sacchi e del colonnello Cenni, i quali, non solo
per aver partecipato come testimoni ed attori ai fatti che narrano,
ma per aver seguíto e veduto davvicino durante tutto quel giorno il
generale Garibaldi, il primo come comandante in secondo la Legione
italiana, il secondo come aiutante di campo, ci sono parsi le più
sincere e autorevoli testimonianze che in siffatto caso si potessero
desiderare.
Nè ci trattiene dal chiamarli tali, la considerazione che il loro
racconto discordi in alcuni particolari da quello degli storici che
scrissero sul medesimo argomento; essendo per noi indubitabile che
nessuno meglio di loro abbia potuto conoscere la verità e nessuno meno
di loro avuto motivi per svisarla o tacerla.
Nè con ciò vogliamo scemar fede alla diligenza ed alla lealtà degli
scrittori che ci hanno preceduto; soltanto vedendo nelle loro
pagine regnare le più grandi contraddizioni miste talvolta alla
più ligia imitazione: e il Torre, per esempio, scostarsi in molti
particolari dall’Hoffstetter;[126] e il Del Vecchio rappresentar i
fatti diversamente dal Farini; e il Guerrazzi, che pur ebbe in mano
gli appunti del Sacchi e i Ricordi di Garibaldi, ricantare, come eco
ignara, i giudizi del Mario o del Vecchi che non li ebbero, e tutti
contraddirsi o copiarsi a vicenda, e nessuno presentar un documento o
una prova purchessia del loro asserto; allora il sospetto che a tutti
questi storici egregi sia mancato il tempo e l’opportunità per vagliare
le cose narrate nasce spontaneamente, e posti da un lato tra relazioni
contradittorie, incompiute, confuse, e dall’altro tra attestazioni
concordi, precise, particolareggiate di due ufficiali che hanno veduto
ed udito, non potevamo più dubitar nella scelta. E non abbiamo posto
nel conto le _Memorie_ del Rosselli e del Pisacane, non certo per
scortese oblío de’ loro autori, meritevoli entrambi, l’uno per la
vita illibata e studiosa, l’altro per la fine eroica ed infelice della
gratitudine e del rispetto degl’Italiani; ma perchè essi, giudici in
causa propria, non scrissero storie, ma apologie e filippiche; apologie
di sè, filippiche contro Garibaldi; e non si potrebbe giurar sulla
loro parola più che non si potrebbe in un processo dal piato d’una sola
parte giudicar del torto o della ragione dell’altra.
E poichè dicemmo processo, lo ripetiamo. La storia della battaglia di
Velletri non è più da oltre trent’anni che un processo male istruito,
in cui Garibaldi ha la parte di accusato, il Rosselli ed il Pisacane
quella d’accusatori, gli storici onesti, ma assai male informati,
quella di giudici, e che noi, sulla fede di due nuovi testimoni,
veniamo a riaprire, sperando che i posteri vorranno scrivere sulla
tomba dell’accusato più giusta sentenza.