Questa veracemente la giornata di Velletri; questo il fatto d’arme,
nel quale Garibaldi fu accusato d’aver colla sua temerarietà
e indisciplinatezza guastato i disegni del suo Generale e resa
impossibile la totale disfatta del nemico.
Però qual conto meritino siffatte accuse, chiunque ha seguíto a passo
a passo la battaglia lo può attestare. E prima di tutto si disse che
Garibaldi mancò al suo dovere due volte: abbandonando arbitrariamente
il grosso dell’esercito; impegnandosi nel combattimento contro gli
ordini del suo Generale in capo. Certo in un esercito bene ordinato,
dove tutti stanno al loro posto, sanno il loro mestiere e fanno il
loro dovere, questo non sarebbe avvenuto. In quell’esercito si sarebbe
bensì osservata la regola, che chi comanda un corpo in marcia ne
comanda necessariamente tutte le sezioni; ma non sarebbe stata violata
l’altra norma non meno importante, che il Comandante in capo marcia
alla testa della colonna tra il grosso e l’avanguardia, ond’essere in
caso di governarne da un punto centrale tutte le parti. Ora dov’era il
Rosselli la mattina del 19? Noi lo vedemmo alla coda della riserva!
In tutt’altro luogo dunque che al suo posto; in luogo tale, dove,
checchè accadesse, non poteva dirigere nè il grosso nè l’avanguardia,
nè vedere quel che accadeva davanti o intorno a lui, nè formarsi un
concetto qualsiasi delle intenzioni del nemico e delle condizioni sue.
Ciò essendo, che doveva fare Garibaldi quando sentì che l’avanguardia
stava per essere attaccata, e che perciò tutto l’esercito poteva da un
istante all’altro essere forzato a combattere? Quello che ogni buono e
vero Generale avrebbe fatto nel caso suo: montare a cavallo, spedire
un avviso del fatto al Generale in capo, e correre all’avanguardia a
giudicare cogli occhi suoi dello stato delle cose.
Se non che al suo arrivare vede che il nemico è in procinto d’attacco,
e giudicando pericolosa, oltrechè disonorevole, la ritirata, prende
una posizione difensiva e sta ad attendere. Che vi è in tutto ciò di
scorretto, d’irregolare, di contrario alle norme dell’arte e della
disciplina militare? Forsechè il generale Garibaldi doveva lasciar
assalire e magari massacrare l’avanguardia senza nemmeno darsene per
inteso; forse che egli poteva informare il generale Rosselli di quello
che accadeva avanti, se non lo vedeva e non lo giudicava da sè stesso?
Ma si replica: egli non doveva attaccare; e il generale Rosselli
glielo mandò a vietare espressamente. Abbiamo tante volte ridetto
che il generale Garibaldi _fu attaccato, non attaccò_; che il
ripeterlo sarebbe sazievole. Circa però all’ordine del generale
Rosselli, anzitutto il general Garibaldi affermò sull’onore di non
averlo ricevuto che tardi, quando oramai la lotta era impegnata ed è
probabilissimo; in secondo luogo l’ordine, per confessione esplicita
dello stesso general Rosselli, non era già di evitare ad ogni costo lo
scontro e quasi fuggire davanti il fuoco, ma soltanto «di andar cauti,
di fermarsi a quattro o cinque miglia da Velletri,» e di non impegnarsi
prima ch’egli fosse giunto in tempo da spalleggiarlo.
E capisce ognuno che le quattro o cinque miglia non erano oltrepassate;
che le cautele dell’arte non erano state violate; che venne meno
soltanto la condizione di non impegnarsi prima che il Generale in capo
fosse giunto, per la ragione semplicissima che il Rosselli non giunse
mai.
Pure non è questo il più grosso fallo di Garibaldi. Il vero peccato
mortale, la imperdonabile colpa sua è d’aver sciupato, come dicono,
lo stupendo piano di guerra del suo Generalissimo, e per usar
l’espressione d’Alberto Mario, «perduto il Regno, rendendo impossibile
il precogitato movimento di circuizione del nemico.» Davvero
trasecoliamo! Il solo disegno buono, ma per nulla stupendo, che il
Rosselli abbia manifestato, fu quello di assalire i Napoletani sui
colli Latini, girandoli per la destra; e noi abbiamo già veduto che la
sera del 17 quel disegno, per la ritirata precipitosa dei Napoletani,
era già sventato. Altro disegno, nè buono nè cattivo, il Rosselli non
partecipò ad alcuno; l’avrà covato, ma nol partorì. Durante tutto il
giorno 19 se ne stette dove l’abbiamo veduto, e da dove certamente
nessun piano di guerra, per napoleonico che fosse, nè potevasi porre
in atto, nè governare. Finalmente alla sera del 19 il Rosselli viene,
vede e non capisce ancora: scambia i preparativi di ritirata del
nemico per manovre di assalto; risponde a Garibaldi, che gli propone
di rinnovar la battaglia, piombando sulle spalle dei nemici fuggenti: a
domani; e l’indomani non c’è su tutto l’orizzonte un solo Borbonico; e
l’indomani, di tutti i piani rosselliani non resta più che l’eco della
battaglia sotto Velletri, combattuta per sei ore dal solo Garibaldi
e vinta solo da lui; eppure ci sono ancora degli amici di Garibaldi,
de’ bravi soldati, delle menti elette, come il Vecchi, il Mario, il
Guerrazzi, che scrivono e ripetono: la vittoria di Velletri essere
stata sciupata da Garibaldi; egli aver lasciato scappar i Borbonici,
che il Rosselli avrebbe presi; egli perduto il Regno, che il Rosselli
col «precogitato movimento di circuizione» avrebbe conquistato!
E di più non aggiungiamo: il buon senso giudichi. Se Garibaldi sia
stato o no un grande capitano, non è quesito cui vogliamo rispondere
ora; la fine della sua vita e di questo libro lo chiariranno. Quello
che per ora ci importa assodare è questo solo: che nessun argomento
potrebbe essere meno idoneo a dimostrare la sua inettitudine alla
grossa guerra, della giornata di Velletri. Che se quella giornata
poteva essere una grande vittoria e restò una incompiuta fortuna, a
tutti poteva esserne attribuita la colpa, fuorchè a Garibaldi. E non
basta nemmeno, a parer nostro, cercarne le cagioni nell’inerzia del
Rosselli che non combattè, o nella vigliacchería del Re borbonico
che fuggì. Per avere in mano tutto il segreto della fallita impresa
conviene risalire ancora a quella causa vera e prima, che accennammo
dapprima: l’antagonismo dei due capitani che comandavano nel medesimo
campo.
Non si mandano alla stessa impresa due generali pari di grado,
disuguali di valore, diversi di origine, antipatici di carattere, senza
che o prima o poi il disaccordo della loro eterogenea natura scoppi
violentemente e danneggi l’opera stessa per cui sono associati. V’era
tra il Rosselli e Garibaldi una incompatibilità irreconciliabile: l’uno
pretendeva alla superiorità della scienza, l’altro alla superiorità
della esperienza; l’uno ostentava i suoi studii, l’altro citava le sue
campagne; l’uno parlava di guerra come un Vegezio o un Jomini; l’altro
non sapeva, come i grandi pittori, dare compiuta ragione di quello che
faceva, ma ogni pennellata era una vittoria. Create ora, se vi riesce,
da quel disaccordo l’armonia; fate nascere, se potete, da quella
antinomia l’unità, e suscitate da quella antipatia l’amore. Il Governo
romano non capì prima il suo grande errore; non lo capì a Velletri,
non lo volle capire dopo; Roma continuava ad avere due generali in
capo, l’uno di nome e l’altro di fatto; e i Francesi, aiutati da quel
dualismo, saliranno la breccia un mese prima del tempo.