XI.

Questa veracemente la giornata di Velletri; questo il fatto d’arme,

nel quale Garibaldi fu accusato d’aver colla sua temerarietà

e indisciplinatezza guastato i disegni del suo Generale e resa

impossibile la totale disfatta del nemico.

Però qual conto meritino siffatte accuse, chiunque ha seguíto a passo

a passo la battaglia lo può attestare. E prima di tutto si disse che

Garibaldi mancò al suo dovere due volte: abbandonando arbitrariamente

il grosso dell’esercito; impegnandosi nel combattimento contro gli

ordini del suo Generale in capo. Certo in un esercito bene ordinato,

dove tutti stanno al loro posto, sanno il loro mestiere e fanno il

loro dovere, questo non sarebbe avvenuto. In quell’esercito si sarebbe

bensì osservata la regola, che chi comanda un corpo in marcia ne

comanda necessariamente tutte le sezioni; ma non sarebbe stata violata

l’altra norma non meno importante, che il Comandante in capo marcia

alla testa della colonna tra il grosso e l’avanguardia, ond’essere in

caso di governarne da un punto centrale tutte le parti. Ora dov’era il

Rosselli la mattina del 19? Noi lo vedemmo alla coda della riserva!

In tutt’altro luogo dunque che al suo posto; in luogo tale, dove,

checchè accadesse, non poteva dirigere nè il grosso nè l’avanguardia,

nè vedere quel che accadeva davanti o intorno a lui, nè formarsi un

concetto qualsiasi delle intenzioni del nemico e delle condizioni sue.

Ciò essendo, che doveva fare Garibaldi quando sentì che l’avanguardia

stava per essere attaccata, e che perciò tutto l’esercito poteva da un

istante all’altro essere forzato a combattere? Quello che ogni buono e

vero Generale avrebbe fatto nel caso suo: montare a cavallo, spedire

un avviso del fatto al Generale in capo, e correre all’avanguardia a

giudicare cogli occhi suoi dello stato delle cose.

Se non che al suo arrivare vede che il nemico è in procinto d’attacco,

e giudicando pericolosa, oltrechè disonorevole, la ritirata, prende

una posizione difensiva e sta ad attendere. Che vi è in tutto ciò di

scorretto, d’irregolare, di contrario alle norme dell’arte e della

disciplina militare? Forsechè il generale Garibaldi doveva lasciar

assalire e magari massacrare l’avanguardia senza nemmeno darsene per

inteso; forse che egli poteva informare il generale Rosselli di quello

che accadeva avanti, se non lo vedeva e non lo giudicava da sè stesso?

Ma si replica: egli non doveva attaccare; e il generale Rosselli

glielo mandò a vietare espressamente. Abbiamo tante volte ridetto

che il generale Garibaldi _fu attaccato, non attaccò_; che il

ripeterlo sarebbe sazievole. Circa però all’ordine del generale

Rosselli, anzitutto il general Garibaldi affermò sull’onore di non

averlo ricevuto che tardi, quando oramai la lotta era impegnata ed è

probabilissimo; in secondo luogo l’ordine, per confessione esplicita

dello stesso general Rosselli, non era già di evitare ad ogni costo lo

scontro e quasi fuggire davanti il fuoco, ma soltanto «di andar cauti,

di fermarsi a quattro o cinque miglia da Velletri,» e di non impegnarsi

prima ch’egli fosse giunto in tempo da spalleggiarlo.

E capisce ognuno che le quattro o cinque miglia non erano oltrepassate;

che le cautele dell’arte non erano state violate; che venne meno

soltanto la condizione di non impegnarsi prima che il Generale in capo

fosse giunto, per la ragione semplicissima che il Rosselli non giunse

mai.

Pure non è questo il più grosso fallo di Garibaldi. Il vero peccato

mortale, la imperdonabile colpa sua è d’aver sciupato, come dicono,

lo stupendo piano di guerra del suo Generalissimo, e per usar

l’espressione d’Alberto Mario, «perduto il Regno, rendendo impossibile

il precogitato movimento di circuizione del nemico.» Davvero

trasecoliamo! Il solo disegno buono, ma per nulla stupendo, che il

Rosselli abbia manifestato, fu quello di assalire i Napoletani sui

colli Latini, girandoli per la destra; e noi abbiamo già veduto che la

sera del 17 quel disegno, per la ritirata precipitosa dei Napoletani,

era già sventato. Altro disegno, nè buono nè cattivo, il Rosselli non

partecipò ad alcuno; l’avrà covato, ma nol partorì. Durante tutto il

giorno 19 se ne stette dove l’abbiamo veduto, e da dove certamente

nessun piano di guerra, per napoleonico che fosse, nè potevasi porre

in atto, nè governare. Finalmente alla sera del 19 il Rosselli viene,

vede e non capisce ancora: scambia i preparativi di ritirata del

nemico per manovre di assalto; risponde a Garibaldi, che gli propone

di rinnovar la battaglia, piombando sulle spalle dei nemici fuggenti: a

domani; e l’indomani non c’è su tutto l’orizzonte un solo Borbonico; e

l’indomani, di tutti i piani rosselliani non resta più che l’eco della

battaglia sotto Velletri, combattuta per sei ore dal solo Garibaldi

e vinta solo da lui; eppure ci sono ancora degli amici di Garibaldi,

de’ bravi soldati, delle menti elette, come il Vecchi, il Mario, il

Guerrazzi, che scrivono e ripetono: la vittoria di Velletri essere

stata sciupata da Garibaldi; egli aver lasciato scappar i Borbonici,

che il Rosselli avrebbe presi; egli perduto il Regno, che il Rosselli

col «precogitato movimento di circuizione» avrebbe conquistato!

E di più non aggiungiamo: il buon senso giudichi. Se Garibaldi sia

stato o no un grande capitano, non è quesito cui vogliamo rispondere

ora; la fine della sua vita e di questo libro lo chiariranno. Quello

che per ora ci importa assodare è questo solo: che nessun argomento

potrebbe essere meno idoneo a dimostrare la sua inettitudine alla

grossa guerra, della giornata di Velletri. Che se quella giornata

poteva essere una grande vittoria e restò una incompiuta fortuna, a

tutti poteva esserne attribuita la colpa, fuorchè a Garibaldi. E non

basta nemmeno, a parer nostro, cercarne le cagioni nell’inerzia del

Rosselli che non combattè, o nella vigliacchería del Re borbonico

che fuggì. Per avere in mano tutto il segreto della fallita impresa

conviene risalire ancora a quella causa vera e prima, che accennammo

dapprima: l’antagonismo dei due capitani che comandavano nel medesimo

campo.

Non si mandano alla stessa impresa due generali pari di grado,

disuguali di valore, diversi di origine, antipatici di carattere, senza

che o prima o poi il disaccordo della loro eterogenea natura scoppi

violentemente e danneggi l’opera stessa per cui sono associati. V’era

tra il Rosselli e Garibaldi una incompatibilità irreconciliabile: l’uno

pretendeva alla superiorità della scienza, l’altro alla superiorità

della esperienza; l’uno ostentava i suoi studii, l’altro citava le sue

campagne; l’uno parlava di guerra come un Vegezio o un Jomini; l’altro

non sapeva, come i grandi pittori, dare compiuta ragione di quello che

faceva, ma ogni pennellata era una vittoria. Create ora, se vi riesce,

da quel disaccordo l’armonia; fate nascere, se potete, da quella

antinomia l’unità, e suscitate da quella antipatia l’amore. Il Governo

romano non capì prima il suo grande errore; non lo capì a Velletri,

non lo volle capire dopo; Roma continuava ad avere due generali in

capo, l’uno di nome e l’altro di fatto; e i Francesi, aiutati da quel

dualismo, saliranno la breccia un mese prima del tempo.

Garibaldi, Vol. 1 (of 2) · 第 89 / 168 题