VIII.

Nel frattempo importanti avvenimenti militari e politici eransi,

in Roma e fuori, maturati. Bologna dopo quattro giorni di disperata

resistenza aveva gloriosamente capitolato nelle mani del bombardatore

Gorkowsky: Ancona, dove teneva il comando militare quel Livio

Zambeccari che già incontrammo a Rio Grande, minacciata della medesima

sorte, si preparava ad imitare il medesimo eroismo: a Fiumicino

s’ancorava, Sancio Panza che annuncia Don Chisciotte, l’avanguardia

della spedizione spagnuola: da Gaeta l’Antonelli s’affannava a

metter d’accordo i suoi quattro alleati, senza riuscirvi; la Francia

finalmente continuava la sua politica a due rovesci: quella delle

parole, favorevole a Roma; quella de’ fatti, favorevole al Papa.

Diguisachè, mentre l’Assemblea Nazionale, istruita, malgrado le

bugiarderíe dell’Oudinot, del vero successo del 30 aprile, decretava

che la spedizione francese fosse _ramenée à son premier but_; Luigi

Napoleone prima e l’Odillon Barrot dopo inviavano lettere e dispacci

occulti all’Oudinot, lodandolo dell’operato, promettendogli rinforzi,

ripetendogli l’ordine di entrare per qualunque via, fosse pur quella

della forza, in Roma.

Infine, come se tanto tessuto di perfidie non bastasse, inventava

quella maggiore di tutte, la missione Lesseps. Come un uomo

chiaritosi e allora e dopo acuto di mente, retto d’animo ed esperto

di pubblici negozi potesse accettare il mandato che il Drouyn de

Lhuys gli affidava, un mandato oscuro nella forma, obliquo nel

fine, ineffettuabile nella sostanza, nessuno ancora è arrivato a

comprenderlo. In apparenza l’Inviato francese doveva procacciare

un accomodamento e conciliare insieme la libertà del popolo romano,

i diritti della sovranità pontificia, e la dignità dell’intervento

francese (quadratura del circolo); in realtà doveva carpire ai Romani

la promessa di aprire fraternamente ai suoi le porte di Roma, affinchè

dietro ai loro passi potesse rientrar più comodamente il Papato

temporale. Missione nella quale un furfante sarebbe riuscito; un

galantuomo come il signor Lesseps doveva necessariamente fallire!

Ora come entrasse in Roma, con quali speranze vi fosse accolto, con

quali lusinghe egli esordisse, è materia diplomatica, e non sapremmo

dire quanto ci sia grato non averla a rimestare. Rammenteremo soltanto

una cosa che più direttamente si connette all’opera nostra, che il

primo effetto dell’arrivo del Lesseps fu una tregua di trenta giorni,

tregua verbale, male promessa, male definita, e come al solito

slealmente osservata dal Generale francese; ma che alla peggio porse il

destro al Governo romano di levarsi dal fianco quella punta fastidiosa

dell’esercito borbonico, e di finirla con uno almeno de’ tanti suoi

nemici.

Nè alla non ardua impresa difettavano le forze; chè l’esercito romano

tra il 1º e il 16 maggio s’era venuto via via ingrossando di tanti

piccoli corpi, che tuttavia componevano nel loro insieme un non

spregevole rinforzo. L’Oudinot aveva restituito, sebbene senz’armi, il

battaglione Melara prepotentemente catturato a Civitavecchia; i Corpi

distaccati nell’Ascolano erano rientrati; una Legione straniera, di

Francesi principalmente, si veniva organizzando; la Legione trentina

ed una compagnia del 22mo Reggimento, scappata dagli accantonamenti

forzati della Spezia, erano riuscite a penetrare tra l’8 e il 9

in Roma, e fuse insieme andavano a formare un altro battaglione di

Bersaglieri lombardi, che aggiunto al 1º, sotto il comando del Manara

promosso colonnello, prendeva e corpo e nome di reggimento. Finalmente,

venuta fin da Bologna, dopo quindici giorni di marce forzate entrava da

Porta del Popolo la divisione Mezzacapo forte di quattromila uomini,

e preceduta da quella compagnia di Studenti lombardi e toscani, che

il Medici aveva reclutato a Firenze e che formerà il nerbo dei futuri

difensori del Vascello.

Ora chi sommi queste nuove forze all’esercito già esistente il

30 aprile, vede che Roma poteva disporre di circa diciottomila

combattenti;[123] non certo bastevoli a far la guerra alla Santa

Alleanza accanitasi contro di lei e nemmeno a vincere la Francia; ma,

finchè durava l’armistizio, più che sufficiente a rivedere le spalle

al Re di Napoli e a proteggere Roma da qualsivoglia disordine interno o

sorpresa esterna.

Restava la scelta del Generale supremo, problema perpetuamente insoluto

di tutte le nostre guerre. Anche Roma contava falangi d’eroi e manipoli

di ufficiali d’ogni grado valentissimi, destinati certamente come i

Medici, i Bixio, i Sacchi, e se non fosser soccombuti anzi tempo, come

i Manara, i Daverio, i Pisacane, i Bronzetti, i Gorini, a divenire un

giorno eccellenti generali; ma un Generale in capo capace di comandare

un esercito in campo e di dirigere la difesa d’una città assediata,

atto a farsi amare, ma soprattutto a farsi ubbidire, pari insomma

all’ufficio suo, e quel che più monta, reputato tale e di cui tutti

riconoscessero senza competizione la perizia, il valore e la fortuna,

un Generale simile o non esisteva o si nascondeva, o non si sapeva

trovarlo. L’Avezzana s’era chiarito tanto inesperto capitano, quanto

il tempo andava manifestandolo inabile ministro; il generale Galletti,

bravo, ma vecchio, non era raccomandato da alcuna di quelle azioni

di grido che impongono la fiducia; il Calandrelli era un ammirabile

comandante d’artiglieria, ma non prometteva di più; sicchè al tirar de’

conti restava, unico e solo candidato, Giuseppe Garibaldi.

Malauguratamente su di lui pesava quella riputazione di valente

condottiero e di inetto generale che gli era stata buttata addosso

come una camicia di forza fin dal primo ritorno in Italia, e da cui

nemmeno la gloria del 30 aprile era valso a liberarlo. Oltre di che,

gli uni per apprensione della sua audacia, gli altri per invidia

della sua fortuna; questi per saccenteria, quelli per grettezza; il

Governo stesso per timore della sua indisciplinatezza e fors’anco per

gelosia della sua popolarità; tutti, qual più qual meno, se ne eccettui

qualche giovane entusiasta, qualche popolano ingenuo, e i suoi fedeli

d’America, tutti, diciamo, cospiravano a negargli quel bastone del

comando che evidentemente egli solo, non per eccellenza assoluta, ma

per superiorità relativa era capace di reggere.

Siccome però dall’un canto questa superiorità era innegabile, e

dall’altro un Generalissimo conveniva pur nominarlo, il Triumvirato

fece questa pensata: promosse Garibaldi generale di divisione,

componendogliela colla vecchia sua brigata, la brigata Galletti e

il reggimento Bersaglieri lombardi, ed elesse Generale in capo il

colonnello Pietro Rosselli; quel desso che vedemmo scaramucciare contro

il brigantaggio dell’Ascolano; uomo, a dir vero, che aveva studiato

la guerra più sui libri che sui campi, ma in voce di grande stratega

presso i dotti dell’esercito, beneviso al Mazzini, caro ai Romani e di

cui tutti pronosticavano mirabilia.

Ora se egli era il Generalissimo, a chi se non a lui commettere

il comando della spedizione contro il Borbone? E quale miglior

luogotenente e cooperatore gli si poteva dare che Garibaldi? Quello la

mente, questi il cuore: il Rosselli, la dottrina, diriga; Garibaldi, la

mano, eseguisca e la vittoria è infallibile. Trovato stupendo, a cui

non mancavano che due cose semplicissime; l’accordo simpatico della

mente e del cuore, e la superiorità reale della dottrina sulla mano.

Garibaldi, Vol. 1 (of 2) · 第 86 / 168 题