Nel frattempo importanti avvenimenti militari e politici eransi,
in Roma e fuori, maturati. Bologna dopo quattro giorni di disperata
resistenza aveva gloriosamente capitolato nelle mani del bombardatore
Gorkowsky: Ancona, dove teneva il comando militare quel Livio
Zambeccari che già incontrammo a Rio Grande, minacciata della medesima
sorte, si preparava ad imitare il medesimo eroismo: a Fiumicino
s’ancorava, Sancio Panza che annuncia Don Chisciotte, l’avanguardia
della spedizione spagnuola: da Gaeta l’Antonelli s’affannava a
metter d’accordo i suoi quattro alleati, senza riuscirvi; la Francia
finalmente continuava la sua politica a due rovesci: quella delle
parole, favorevole a Roma; quella de’ fatti, favorevole al Papa.
Diguisachè, mentre l’Assemblea Nazionale, istruita, malgrado le
bugiarderíe dell’Oudinot, del vero successo del 30 aprile, decretava
che la spedizione francese fosse _ramenée à son premier but_; Luigi
Napoleone prima e l’Odillon Barrot dopo inviavano lettere e dispacci
occulti all’Oudinot, lodandolo dell’operato, promettendogli rinforzi,
ripetendogli l’ordine di entrare per qualunque via, fosse pur quella
della forza, in Roma.
Infine, come se tanto tessuto di perfidie non bastasse, inventava
quella maggiore di tutte, la missione Lesseps. Come un uomo
chiaritosi e allora e dopo acuto di mente, retto d’animo ed esperto
di pubblici negozi potesse accettare il mandato che il Drouyn de
Lhuys gli affidava, un mandato oscuro nella forma, obliquo nel
fine, ineffettuabile nella sostanza, nessuno ancora è arrivato a
comprenderlo. In apparenza l’Inviato francese doveva procacciare
un accomodamento e conciliare insieme la libertà del popolo romano,
i diritti della sovranità pontificia, e la dignità dell’intervento
francese (quadratura del circolo); in realtà doveva carpire ai Romani
la promessa di aprire fraternamente ai suoi le porte di Roma, affinchè
dietro ai loro passi potesse rientrar più comodamente il Papato
temporale. Missione nella quale un furfante sarebbe riuscito; un
galantuomo come il signor Lesseps doveva necessariamente fallire!
Ora come entrasse in Roma, con quali speranze vi fosse accolto, con
quali lusinghe egli esordisse, è materia diplomatica, e non sapremmo
dire quanto ci sia grato non averla a rimestare. Rammenteremo soltanto
una cosa che più direttamente si connette all’opera nostra, che il
primo effetto dell’arrivo del Lesseps fu una tregua di trenta giorni,
tregua verbale, male promessa, male definita, e come al solito
slealmente osservata dal Generale francese; ma che alla peggio porse il
destro al Governo romano di levarsi dal fianco quella punta fastidiosa
dell’esercito borbonico, e di finirla con uno almeno de’ tanti suoi
nemici.
Nè alla non ardua impresa difettavano le forze; chè l’esercito romano
tra il 1º e il 16 maggio s’era venuto via via ingrossando di tanti
piccoli corpi, che tuttavia componevano nel loro insieme un non
spregevole rinforzo. L’Oudinot aveva restituito, sebbene senz’armi, il
battaglione Melara prepotentemente catturato a Civitavecchia; i Corpi
distaccati nell’Ascolano erano rientrati; una Legione straniera, di
Francesi principalmente, si veniva organizzando; la Legione trentina
ed una compagnia del 22mo Reggimento, scappata dagli accantonamenti
forzati della Spezia, erano riuscite a penetrare tra l’8 e il 9
in Roma, e fuse insieme andavano a formare un altro battaglione di
Bersaglieri lombardi, che aggiunto al 1º, sotto il comando del Manara
promosso colonnello, prendeva e corpo e nome di reggimento. Finalmente,
venuta fin da Bologna, dopo quindici giorni di marce forzate entrava da
Porta del Popolo la divisione Mezzacapo forte di quattromila uomini,
e preceduta da quella compagnia di Studenti lombardi e toscani, che
il Medici aveva reclutato a Firenze e che formerà il nerbo dei futuri
difensori del Vascello.
Ora chi sommi queste nuove forze all’esercito già esistente il
30 aprile, vede che Roma poteva disporre di circa diciottomila
combattenti;[123] non certo bastevoli a far la guerra alla Santa
Alleanza accanitasi contro di lei e nemmeno a vincere la Francia; ma,
finchè durava l’armistizio, più che sufficiente a rivedere le spalle
al Re di Napoli e a proteggere Roma da qualsivoglia disordine interno o
sorpresa esterna.
Restava la scelta del Generale supremo, problema perpetuamente insoluto
di tutte le nostre guerre. Anche Roma contava falangi d’eroi e manipoli
di ufficiali d’ogni grado valentissimi, destinati certamente come i
Medici, i Bixio, i Sacchi, e se non fosser soccombuti anzi tempo, come
i Manara, i Daverio, i Pisacane, i Bronzetti, i Gorini, a divenire un
giorno eccellenti generali; ma un Generale in capo capace di comandare
un esercito in campo e di dirigere la difesa d’una città assediata,
atto a farsi amare, ma soprattutto a farsi ubbidire, pari insomma
all’ufficio suo, e quel che più monta, reputato tale e di cui tutti
riconoscessero senza competizione la perizia, il valore e la fortuna,
un Generale simile o non esisteva o si nascondeva, o non si sapeva
trovarlo. L’Avezzana s’era chiarito tanto inesperto capitano, quanto
il tempo andava manifestandolo inabile ministro; il generale Galletti,
bravo, ma vecchio, non era raccomandato da alcuna di quelle azioni
di grido che impongono la fiducia; il Calandrelli era un ammirabile
comandante d’artiglieria, ma non prometteva di più; sicchè al tirar de’
conti restava, unico e solo candidato, Giuseppe Garibaldi.
Malauguratamente su di lui pesava quella riputazione di valente
condottiero e di inetto generale che gli era stata buttata addosso
come una camicia di forza fin dal primo ritorno in Italia, e da cui
nemmeno la gloria del 30 aprile era valso a liberarlo. Oltre di che,
gli uni per apprensione della sua audacia, gli altri per invidia
della sua fortuna; questi per saccenteria, quelli per grettezza; il
Governo stesso per timore della sua indisciplinatezza e fors’anco per
gelosia della sua popolarità; tutti, qual più qual meno, se ne eccettui
qualche giovane entusiasta, qualche popolano ingenuo, e i suoi fedeli
d’America, tutti, diciamo, cospiravano a negargli quel bastone del
comando che evidentemente egli solo, non per eccellenza assoluta, ma
per superiorità relativa era capace di reggere.
Siccome però dall’un canto questa superiorità era innegabile, e
dall’altro un Generalissimo conveniva pur nominarlo, il Triumvirato
fece questa pensata: promosse Garibaldi generale di divisione,
componendogliela colla vecchia sua brigata, la brigata Galletti e
il reggimento Bersaglieri lombardi, ed elesse Generale in capo il
colonnello Pietro Rosselli; quel desso che vedemmo scaramucciare contro
il brigantaggio dell’Ascolano; uomo, a dir vero, che aveva studiato
la guerra più sui libri che sui campi, ma in voce di grande stratega
presso i dotti dell’esercito, beneviso al Mazzini, caro ai Romani e di
cui tutti pronosticavano mirabilia.
Ora se egli era il Generalissimo, a chi se non a lui commettere
il comando della spedizione contro il Borbone? E quale miglior
luogotenente e cooperatore gli si poteva dare che Garibaldi? Quello la
mente, questi il cuore: il Rosselli, la dottrina, diriga; Garibaldi, la
mano, eseguisca e la vittoria è infallibile. Trovato stupendo, a cui
non mancavano che due cose semplicissime; l’accordo simpatico della
mente e del cuore, e la superiorità reale della dottrina sulla mano.