Caduti pertanto gli ultimi veli, ormai certa l’aggressione,
inescusabile la violenza e manifesto il suo fine, alla Repubblica
romana non restava più che difendere, non tanto la vita, preda
designata al numero ed alla forza, quanto l’onore, che non era in
balía d’alcuna fortuna, e il cui seme, se inaffiato di sangue generoso,
rigenera sempre le nazioni. E la difesa di Roma fu pari al cimento e
degna de’ suoi giorni più gloriosi.
L’Assemblea commette al Triumvirato: «di respingere la forza colla
forza;» il popolo sancisce, correndo all’armi, il magnanimo decreto,
e i Triumviri sovraneggiati e quasi assorbiti dall’ardente spirito di
Giuseppe Mazzini, mirabili di concordia e di energia, e, quando mai,
colpevoli soltanto di soverchia generosità per gl’invasori, assumono
d’effettuarlo. Giuseppe Avezzana, forse più atto per cuore che per
mente all’arduo ufficio, è investito del Ministero della guerra e
del Comando supremo dell’esercito; la Guardia Civica viene armata e
mobilizzata; la linea di difesa tracciata, i principali punti muniti;
i Corpi stanziati di fuori richiamati, quindi da Anagni Garibaldi;
tutta infine quella massa eterogenea di truppe regolari ed irregolari,
di doganieri e di studenti, di emigrati e di reduci, di Romani e di
Italiani d’ogni provincia e colore, accoltasi a quei giorni in Roma,
ordinata in brigate attive e in corpi di riserva, così partita e
comandata.
La Legione Garibaldi, il battaglione dei Reduci, i quattrocento
Universitari, i trecento Finanzieri, i trecento emigrati, in totale
duemilacinquecento uomini, compongono la prima brigata, e ne riceve
il comando Garibaldi, giunto in Roma la sera del 28, riconosciuto
finalmente Generale.
Della seconda brigata, formata di mille uomini di Guardia Civica, e del
primo d’infanteria leggiero, è scelto comandante il colonnello Masi.
La Legione romana e il primo di linea, con due pezzi di campagna,
fanno, agli ordini del colonnello Bartolomeo Galletti, una colonna
di riserva; ottocento Carabinieri obbediscono al generale Giuseppe
Galletti; cinquecento Dragoni al colonnello Savini; le artiglierie
al Lopez ed ai fratelli Calandrelli; e si dovrebbero aggiungere
i Bersaglieri lombardi comandati dal Manara, i quali però, avendo
ottenuto dall’Oudinot di sbarcare a Porto d’Anzio, a condizione che
non avrebbero partecipato fino al 4 maggio ad alcuna fazione, erano
vincolati dalla promessa, data per loro dal Preside di Civitavecchia,
di serbare fino a quel giorno la neutralità.
Restava a fermare il piano di guerra; ma la topografia della città,
le condizioni dell’esercito difensore, le forze degli assalitori
chiaramente lo suggerivano.
Scartato il concetto di una offensiva in aperta campagna, e deliberato
quello d’una concentrata difensiva della Capitale, la difesa non
poteva essere stabilita che sulla destra del Tevere, e precisamente
lungo quell’arco esterno alle mura d’Urbano VIII, che da Porta Portese
per quelle di San Pancrazio e Cavalleggieri va a Porta Angelica; e
comprendente, come posizione avanzata, al centro la collina di Villa
Pamfili, come baluardo a settentrione il forte Vaticano, e come seconda
linea d’appoggio le alture del Gianicolo. Ciò posto, l’ordine di
collocazione delle truppe si porgeva da sè logico e naturale. La prima
brigata Garibaldi fu collocata tra Porta Portese e Porta San Pancrazio;
la brigata Masi distribuita tra Porta Cavalleggieri e Porta Angelica;
la riserva, composta della brigata Galletti, dei Dragoni Savini e dei
Bersaglieri Manara, schierata tra Piazza Navona, la Lungara e Borgo;
i bastioni furono coronati di nuovi pezzi, le batterie del Vaticano
rinforzate; e tutto ciò ben disposto ed apparecchiato, Roma si tenne
pronta a ributtare l’assalto.