La mattina del 30 aprile le vedette di San Pietro annunziavano lo
spuntar d’una colonna francese sulla via di Civitavecchia. Non eran
più che ottomila uomini, partiti in due brigate sotto il comando
dei generali Molière e Lavaillant; traevano soltanto due batterie da
campagna; erano per numero, per armi affatto disuguali all’impresa
a cui s’incamminavano. Ma li guidava la nativa intrepidezza, li
incoraggiva la fiducia del loro Leblanc: «Gli Italiani non si battono;»
li rassicurava la pertinace lusinga che Roma li aspettasse a gloria,
e poichè in quell’ora le campane di Montecitorio e del Campidoglio
suonavano a furia l’allarme, se lo prendevano per un suono di festa e
marciavano anche più allegri e fidenti nell’immancabile trionfo.
Però tutto quel miscuglio di pregiudizi, di illusioni e di prosunzioni
che gorgogliava nelle file dell’esercito francese fin dalla sua discesa
in Italia, traspariva come in un’acqua chiara, nel piano d’attacco
del loro Generale. Esso non avrebbe potuto essere più semplice, più
primitivo e più ingenuo: spezzare a un certo punto il Corpo in due
colonne, l’una inviarla ad assalire Porta Cavalleggieri, l’altra Porta
Angelica; prender di mira entrambe la Cupola di San Pietro e andarsi a
dar la mano nella sua piazza. E qui in verità convien proprio dire che
l’Oudinot fosse ancor più dabbene che maligno; chè a nessun Generale,
per ammattito che fosse, sarebbe frullato pel capo di andare, senza
parco d’assedio, senza lavori d’approccio, senza una breccia, a dar
di cozzo contro le mura d’una città bastionata e quasi fortificata,
protetta da numerose artiglierie e difesa da forze pari alle sue;
se non avesse covato nell’animo uno di questi due profondi forse, ma
punto maliziosi convincimenti: o che le mura fossero di mota fresca e
i cannoni di cartone dipinto e i difensori comparse da teatro; o che
la maliarda eloquenza della sua parlata avesse gettato sul Governo,
sull’esercito, sul popolo romano un sortilegio sì potente da trovarseli
al suo arrivo disfatti d’amore a’ suoi piedi.
Due o tre colpi egregiamente aggiustati dal Calandrelli vennero a
rompergli l’alto sonno. Balenarono al saluto inaspettato le schiere
assalitrici; ma poichè erano pur sempre Francesi, vantatori cioè, ma
prodi, proseguirono, secondo l’ordine divisato, l’attacco. Avanzavano
da ogni parte, protetti dalle case, dai vigneti, dall’arte, i nemici;
non restavano dal fulminarli, colla mitraglia e coi moschetti, i
nostri. Nuocevano ai Romani e più agli artiglieri le carabine dei
Cacciatori di Vincennes; ma i nostri cannoni egregiamente serviti e
diretti facevano nelle file avversarie vuoti sanguinosi.
Un solo vantaggio avevano ottenuto dal principio i Francesi, ma
notevole; chè il generale Oudinot avendo ordinato alla brigata Molière
di occupar la Villa Pamfili (ordine ben pensato come quello che gli
levava dal fianco sinistro una punta minacciosa), il battaglione
Universitario della brigata Garibaldi, troppo scarso a contrastar la
preziosa posizione, l’aveva dovuto ben presto abbandonare, ritraendosi
al riparo dietro il Casino de’ Quattro-Venti.
Ma da quella parte, calmo, impassibile, attento a tutte le peripezie
della lotta stava Garibaldi, e il trionfar dei Francesi non poteva
esser lungo. Infatti il nostro Generale, scorta l’urgenza del pericolo,
chiama a sè la Legione italiana, e la lancia a baionetta in resta
contro il nemico. Questi non teme l’affronto, e da quell’istante
intorno a Villa Corsini, per le aiuole e i prati del parco Pamfili,
dietro ogni muro e ogni siepe, s’impegna una lotta petto a petto,
palmo a palmo, a vita ed a morte, dalla quale ogni occhio appena
esperto travede che pende l’esito della giornata. In entrambi i campi
il coraggio: ma nei Francesi il vantaggio delle armi, il favore della
posizione, il nerbo della disciplina, l’esperienza dell’arte; tra
gl’Italiani la coscienza della giusta causa, la religione della patria,
la rabbia dell’iniqua aggressione, la fede nella baionetta e il comando
di Garibaldi.
Oramai il terreno è già troppo a lungo contrastato, e Garibaldi sente
venuta l’ora del colpo decisivo.
Chiesto pertanto l’aiuto della mezza brigata Galletti, accorsa
prontamente a recarlo, fatta massa di tutte le sue forze, spuntata,
quasi trascurandone gli ultimi difensori, la Villa Pamfili, si rovescia
per la valle sul fianco destro francese; lo rompe, lo sfonda, lo
incalza colla punta alle reni, costringe in brev’ora tutto l’esercito
assalitore, già ributtato di fronte su tutta la linea e già minacciato
alle spalle, a cercare in una precipitosa ritirata, molto somigliante
ad una fuga, l’unico scampo.
La giornata del 30 aprile (amiamo lasciarlo dire al Sacchi,[118]
comandante quel giorno una coorte della Legione italiana) farà epoca
nella storia, ed è una delle più belle pagine militari della nostra
indipendenza. Il Generale francese tentò, come è costume dei piccoli
vinti, scusarla con sognati agguati e immaginari tradimenti; ma
egli cadde nel solo agguato della sua presunzione, e non patì altro
tradimento che quello della sua ignoranza.
Trecento morti, cinquecentotrenta feriti, dugentosessanta prigionieri,
per l’eroismo quasi temerario di Nino Bixio,[119] nelle nostre mani e
tradotti a coronar il trionfo in Roma, fecero pagar cara alla Francia
l’insana aggressione, e dimostrarono al mondo se gli Italiani si
battono.
Le perdite degl’Italiani furono, ragguagliate al numero, lievissime;
sessantanove morti e poco più che cento feriti; un solo prigioniero,
Ugo Bassi; ma le preziose vite de’ prodi rapite ai futuri cimenti della
patria, sempre lacrimabili e memorande.[120]
Dopo i morti però il primo onore della gloriosa giornata va reso
a Garibaldi. Fu questa la voce unanime di tutta Roma nella sera
stessa della battaglia; è questo il ponderato giudizio che la storia
conferma.[121]
L’eroe pugnò tutto il giorno alla testa de’ suoi; ferito, nascose la
piaga e non la confessò che a sera, quasi violentato, al dottor Ripari.
Capitano, mostrò, unico fra tutti, senso di militare iniziativa;
affrontò il nemico in aperta campagna, ne scoperse il lato debole,
lo assalì nel punto e nell’istante opportuni, decise della giornata.
E avrebbe fatto anche di più, se in quel giorno avesse comandato lui
solo e fosse stato ascoltato il suo consiglio di compiere con un pronto
inseguimento la disfatta francese.
Ma indarno egli lo suggerì; indarno egli pregò iteratamente il
Triumvirato perchè gli fosse consentito l’ardito, ma infallibile
colpo; il Triumvirato, e dicasi pure il Mazzini, sia che diffidasse
del successo dell’impresa, sia che temesse rendere irreconciliabile con
una percossa troppo sanguinosa l’inimicizia della Francia, glielo vietò
nettamente.
E fu errore notato da quanti storici leggemmo e militari e politici: la
Francia era stata ormai troppo ferita, non fosse in altro, nell’amor
proprio, per perdonarlo ai feritori; mentre non era abbastanza
castigata per trarre dalla sconfitta un salutare avvertimento ad andare
più guardinga prima d’impegnarsi in una guerra, oltrechè ingiusta nel
fine e perfida nei mezzi, difficile anche e probabilmente lunga pel
nemico gagliardo che s’era trovato improvvisamente di fronte.
Comunque sia, il giorno dopo il generale Garibaldi colla scusa d’una
ricognizione si spinse colla sua brigata così presso agli avamposti
a Castelguido, che per poco il Governo indugiasse a richiamarlo, o i
Francesi s’affrettassero ad andargli incontro, la seconda battaglia che
il generale Garibaldi aveva vagheggiata la sera del 30 aprile sarebbe
inevitabilmente, e con qual esito Dio solo lo sa, avvenuta la mattina
del 1º maggio. Ma Garibaldi fu arrestato in marcia; l’Oudinot dal canto
suo pensò a levare il campo, e tutto finì da una parte e dall’altra
coll’ansietà d’un combattimento che non avvenne.
Dei replicati divieti però Garibaldi serbò memoria non scevra di
rancore finchè visse, e noi stessi l’udimmo più d’una volta, parlando
del 30 aprile, mormorare con amarezza: «Quel Mazzini che ha sempre
avuto la smania di fare il Generale, e non ne capiva.......[122]»