IV.

Il 24 aprile l’avanguardia, il dì appresso tutto il Corpo di spedizione

del generale Oudinot, portato da dieci navi, forte di ben diecimila

soldati di ogni arma, di sedici pezzi da campagna e di sei d’assedio,

gettava l’áncora nelle acque di Civitavecchia.[116]

Dei motivi, delle peripezie, del fine dell’intervento francese a Roma

son piene le storie; noi stessi ne toccammo in altre pagine;[117] e non

è tèma sì nuovo e sì gradito che ci invogli a riassumerlo.

Due verità però non saranno mai abbastanza ripetute: la prima, che

se la spedizione di Roma fu meditata e preparata dal Governo del

Cavaignac, come un mezzo per preservare il popolo romano dai pericoli

dell’anarchia, e di antivenire per tutela dell’Italia intera una più

pericolosa invasione straniera; essa fu poi immediatamente sviata dal

suo fine da Luigi Napoleone, il quale la voltò tosto in istrumento

della restaurazione del potere temporale ed in isgabello alle sue

lunghe ambizioni di regno.

La seconda verità poi più trista, ma anche più utile a ricordarsi è,

che se l’intervenzione della Francia nelle cose di Roma fu, comunque

interpretata e attenuata, un’aperta violazione del diritto delle

genti, pel modo subdolo e fraudolento con cui fu condotta ed effettuata

degenerò in proditoria aggressione ed in sfrontato misfatto. Perocchè

riesce sino ad un certo punto spiegabile, anco scusabile, che una

nazione cattolica, presunta erede del retaggio di Carlomagno e della

fede di Luigi IX, accecata dal malinteso interesse della religione e

della civiltà e forviata da un bugiardo concetto dell’ordine e della

libertà, mandi a restaurare colla forza un trono da lei reputato

necessario alla salute della Chiesa ed alla pace del mondo; ma non

si spiega nè si scusa che quella medesima nazione, sedicente grande,

assuma una siffatta impresa, mascherando il suo volto e celando le

sue armi come un malfattore, e strisciando tra le oblique ambagi

della vecchia diplomazia, cammuffata col vieto pretesto di instaurare

l’ordine nella libertà, mova a restaurare, fra un popolo confidente,

il perpetuo disordine d’una teocrazia aborrita, ed a strozzare, tra le

braccia d’una repubblica sorella, la nascente libertà. E fu soltanto

per queste sue sembianze oneste ed amiche che l’esercito francese potè

sorprendere la buona fede degli abitanti di Civitavecchia, e aiutato

dalla dabbenaggine del Governatore e del presidio, mettere impunemente

il piede sul suolo della Repubblica colla stolta lusinga di ricevere la

medesima accoglienza dovunque.

È ben vero che il Triumvirato romano non s’era lasciato cogliere

all’inganno, e fin dal primo apparire del naviglio straniero aveva

spediti ordini a Civitavecchia, affinchè lo sbarco fosse impedito, e

comunque l’aggressione respinta; ma sia che gli ordini arrivassero

tardi e dubitosi, sia che li svigorissero e fraintendessero la

dappocaggine delle Autorità e quella perplessità, non scevra di paura

e di egoismo, che aveva governato fin dal primo istante la condotta dei

Civitavecchiesi, la perdita della principale fortezza della Repubblica

fu irreparabile.

Oltredichè l’incanto era rotto. Indarno l’Oudinot si studiava di

larvare con nuove frodi e nuove frasi i suoi propositi; gli atti

suoi, le parole de’ suoi stessi oratori lo tradivano. E noi Italiani

dobbiamo essere grati a quel colonnello Leblanc, inviato a Roma dal

Generale francese, il quale, frivolo o millantatore che fosse, ebbe

il merito di parlar chiaro, apertamente confessando al Mazzini, scopo

della spedizione essere la restaurazione papale. Egli rese a Roma il

grande servigio di rischiararle tutta la gravità del pericolo che la

minacciava, ed uscendo in quella sua buffa, ma schietta guasconata:

_Les Italiens ne se battent pas_, fece risalire al cuore, anche de’ più

timidi, quel po’ di sangue caldo che stagnava nelle loro vene, e mise

gl’Italiani al cimento di provare che il Guascone aveva mentito per la

gola.

Garibaldi, Vol. 1 (of 2) · 第 82 / 168 题