Naturale pertanto che appena uditi gli avvenimenti di Roma vi corresse
senza indugio, e profferisse al di lei nuovo Governo l’opera sua e de’
suoi compagni.
Ma alla spontaneità dell’offerta non fu pari la cordialità
dell’accoglienza. Il soldato di Montevideo era stato preceduto negli
Stati romani da una riputazione orribile. Colui che pei Piemontesi, pei
Lombardi, pei Siciliani era al postutto un condottiero di partigiani,
per la più parte dei popoli romani, effetto probabile di favole
fratesche, era un capo di banditi addirittura; un predone feroce e
sanguinario, atto soltanto a incendiare case e svaligiar persone;
poco meno, o poco più, che un Gasparone politico e un Mastrilli
rivoluzionario.
E quanto la rea fama mentisse, noi lo sappiamo. Molti esempi contava
la vita del soldato di Montevideo di umanità e di cortesia; di
ferocia e di cupidigia nessuno. Forse non si poteva dire altrettanto
di tutti i suoi commilitoni, e concediamo facilmente che in un corpo
ragunaticcio come il suo, razzolato marciando per la strada, sovente
fatto la mattina e disfatto la sera, più d’un vagabondo e più d’un
mariuolo vi sarà sgusciato dentro; ma che tutta la Legione fosse un
cibreo di galeotti e scampaforche e che il loro capo li proteggesse
o li tollerasse, qualche storico settario l’avrà detto, ma da nessun
scrittore onesto sarà ripetuto. Qualche requisizione un po’ forzata
sarà stata commessa; qualche siepe e qualche muraglia scavalcate;
qualche porta di convento scassinata; ma erano fatti isolati,
sconosciuti al Capitano, o appena noti tosto repressi e puniti.[111]
La guerra è la guerra, e il soldato in campagna, tanto più se lo sforzi
la stanchezza o la fame, è sempre disposto a guardare un po’ come
cosa sua il paese per cui o contro cui dà la vita, e se i legionari
garibaldini dovessero rispondere di qualche pollaio diradato e di
qualche vigneto vendemmiato, converrebbe chiamare a loro confronto
tutti gli eserciti del mondo.
Con tutto ciò la fama era quella, e l’offerta di Garibaldi aveva messo
la Giunta Suprema di Roma, composta d’uomini tutt’altro che temerari,
in un tremendo impiccio. Dall’un canto non volevano tirarsi in Roma
quel famigerato, il quale se proprio non era il masnadiero che la
contrada gridava, certamente per le sue idee rivoluzionarie era uomo
pericolosissimo; dall’altro temevano, respingendolo duramente, di
suscitar lo scontento de’ di lui amici e protettori, principalmente
dello Sterbini potente e del Ciceruacchio strapotente, e in quel
frangente pensarono uscirne con un compromesso e uno spediente:
favorirono al generale Garibaldi un brevetto di Tenente Colonnello, e
lo mandarono a svernare a Macerata.[112]
Il brevetto era una burla, e Macerata era un confino; ma Garibaldi non
vide in tutto ciò che il fatto certo d’essere ormai soldato di Roma,
e presa la sua Legione, già cresciuta fino a quattrocento uomini, se
n’andò quietamente anche a Macerata.
Colà invece, contro ogni aspettazione, l’accoglienza fu buona e
il soggiorno migliore. Garibaldi non si occupava quasi punto di
politica; badava ad ordinare, ad agguerrire e rinforzare la sua gente,
soprattutto a provvederla d’armi e vestiti; e tanto entrò nella stima e
nell’amicizia dei Maceratesi, che più tardi, quando furono convocati ad
eleggere un deputato alla Costituente, elessero lui.
Intanto la rivoluzione di novembre aveva cominciato a produrre i suoi
frutti. Da un canto la Giunta Suprema, sospinta e quasi sopraffatta
dall’onda dei demagoghi, lavorava ad apparecchiare il terreno alla
Costituente, dalla quale doveva uscire armata di tutto punto la
Repubblica; dall’altro Costituzionali e Clericali, quelli per orrore
all’assassinio, per timore dell’anarchia o per vaghezza di dottrina;
questi per odio alla libertà, per cupidigia di dominio, per tradizione
di sètta, si studiavano, con speranze e intenti diversi, a seminare
d’inciampi il cammino di quella rivoluzione, lorda bensì nella sua
culla da una macchia orrenda, ma il cui andare era necessario e fatale.
Tuttavia se i Costituzionali si limitavano a combattere colle parole e
col voto per la loro ubbía impenitente d’un Papa costituzionale, alla
reazione clericale ogni mezzo, giusta la vecchia teoria, era buono; e
in attesa che le Potenze cattoliche muovessero all’invito di Pio IX,
copriva di trame, solcava di mine tutto lo Stato romano; e in alcuni
luoghi, specie nell’Appennino Ascolano e nel confinante Abruzzo,
spalleggiata dal Borbone e alimentata dalla prossima fucina di Gaeta
aveva coronate le creste di quei monti, antico e famoso teatro del
Sanfedismo, di numerose bande brigantesche.
Importava quindi che la Giunta Suprema parasse, prima che ad ogni
altro, a quel vicino e più urgente pericolo; laonde in sui primi
di gennaio deliberò di mandare il colonnello Rosselli a combattere
d’accordo col preside Ugo Calindri il brigantaggio dell’Ascolano,
e di chiamare il colonnello Garibaldi a Rieti perchè guardasse
principalmente quel confine verso Napoli, e s’accordasse col Rosselli
e col Calindri per soffocare la rinascente reazione in tutto quel
territorio. E Garibaldi come gli fu ordinato partì; e per Tolentino,
Foligno, Spoleto arrivò in sullo scorcio di gennaio a Rieti, dove
s’accinse senz’altro all’opera prescrittagli.
In sulle prime i Rietini (narrava egli stesso ridendo) pareva che
avessero più paura di lui e de’ suoi compagni, che dei briganti; ma
a poco a poco, conosciutili meglio, si ricredettero, e quantunque il
suo mandato fosse arduo ed odioso, e richiedesse di quando in quando
severe punizioni e crude rappresaglie, tuttavia il temuto condottiero
non lasciò in quei luoghi alcun ricordo di ferocia, alcuna striscia di
sangue innocente. Rese invece non spregevoli servigi al Governo romano,
perseguendo nel più rigido inverno, con gente male in armi e peggio in
arnese, un ostinato malandrinaggio, tenendovi atterrita e rimpiattata
la reazione, custodendo fino all’ultimo tutto quel territorio, aperto
per tante vie alle insidie nemiche.