I.

Torbidi gli avvenimenti, oscura la mèta, incerto de’ suoi passi, e quel

che era più, confitto in letto dal ritorno periodico di quei febbroni

onde lo vedemmo assalito la mattina di Luino, e che non l’avevano

mai abbandonato durante tutta la campagna, Garibaldi fu costretto a

prolungare la sua dimora in Isvizzera, più che non avrebbe voluto.

Verso la metà di settembre però potè partirne, e per la via di Francia

(forse il passaggio del Piemonte non gli sembrava sicuro) ricondursi

a Nizza. Ivi rivede la moglie, i figli, la madre; gusta per alcuni

giorni con essi le gioie della famiglia; ma poi, non liberato per

anco dalla terzana, ma sensibile anche più alla febbre patriottica che

gli bruciava l’anima, si strappa alla quiete del focolare domestico e

corre a Genova a cercarvi il solo rimedio alle febbri del corpo e dello

spirito: la lotta.

Il suo tragitto lungo il littorale fu un continuato trionfo: le

popolazioni accorrevano a frotte, da punti rimoti sul di lui passaggio,

e i Circoli inviavano a gara le loro deputazioni a felicitare l’eroe di

Montevideo e il combattente di Luino. Non erano però viva e battimani

che l’eroe cercava: di quelli ne era saturo; erano opere, erano armi ed

armati per combattere; era la concordia degli animi che dà la vittoria,

la costanza che la assicura ed anche dopo la sconfitta prepara la

rivincita. A Genova non trovò tutto questo; l’Italia d’allora non

poteva dar tanto; ma almeno nuovi volontari pronti a seguirlo e ben

presto nuove occasioni e nuovi campi di prova.

Le condizioni d’Italia al finire del settembre erano quelle d’un

esercito male costituito dopo una prima rotta. Il disordine era nelle

file: tutti volevano comandare, pochi ubbidire. Ciascuno aveva il suo

piano di campagna, il suo trovato infallibile e il suo rimedio eroico.

Chi era per la rivincita immediata, chi per la lunga aspettazione,

chi per la resistenza passiva e chi per la sottomissione paziente;

e intanto il nemico si riordinava, si rafforzava, s’assideva. In

Piemonte, il Ministero Pinelli resisteva invano al vociare della

piazza, alla baruffa dei partiti, al clamore dei Circoli. In Toscana,

il Montanelli imponeva a Leopoldo II, che in cuore la malediceva,

la sua panacea della _Costituente italiana_; ma non preparava nè gli

animi, nè le armi per effettuarla. A Roma, Pellegrino Rossi sprecava

il suo ingegno ed il suo patriottismo a risuscitare la popolarità di

Pio IX, dopo l’Enciclica del 29 aprile, morta per sempre, ed a piantare

in mezzo a popoli divisi tra gli eredi dei Sanfedisti e i figli de’

Carbonari gli ordinamenti temperati d’un governo costituzionale in

Napoli, Ferdinando II aveva già assassinata la promessa libertà e

invasa con un nuovo esercito la Sicilia; la quale, discorde, priva essa

pure d’armi, di milizie, di capitani, nonostante la gagliarda difesa di

Messina, stava per soccombere; onde in mezzo a quel turbinare d’errori,

a quel diluviare di sventure, a quello scrosciare di rovine, Venezia

sola, decretata _la difesa ad ogni costo_, sormontava, arca invitta, al

naufragio.

E fu appunto in quei giorni che una Deputazione di Siciliani si

presentò in Genova a Garibaldi per chiedergli una spedizione di

soccorso alla loro Isola pericolante. Non diversi in questo dagli altri

loro fratelli italiani, essi stimavano Garibaldi un condottiero di

bande e nulla più, e si sarebbero ben guardati dall’offrirgli una parte

importante, molto meno il comando d’un esercito. Oltredichè correva

l’andazzo dei generali polacchi, e la Sicilia metteva più volentieri il

suo esercito nelle mani d’un Mierolaswsky, come il Piemonte lo metterà

in quelle d’un Chzarnowsky, piuttosto che affidarlo ad un uomo che

aveva fatto bensì la guerra dodici anni, ma non portava brevetti, non

vestiva uniformi gallonate e decorate, ed aveva il torto di parlare

italiano.

Ma sappiamo che Garibaldi non guardava a queste miserie, e, senza

prendere un impegno assoluto, promise ai Siciliani che avrebbe dato,

per quanto fosse in lui, l’aiuto richiesto. Infatti, già raccolti

ed ordinati intorno agli avanzi della sua vecchia Legione e dei

commilitoni di Lombardia circa cinquecento volontari, s’imbarca sulla

fine d’ottobre col proposito, per allora, di recarsi in Sicilia; ma il

25 d’ottobre, a Livorno, i democratici di quella città gli si mettono

d’attorno, lo premono perchè resti in Toscana, e riprenda il comando

di quel simulacro d’esercito senza ordini e senza capo, e spalleggi il

Ministero del Montanelli e del Guerrazzi, che si trovavano minacciati

così dalla Reggia, come dalla piazza e ormai impotenti a governare.

Garibaldi che nel 1848 a quanto pare, non aveva nell’impresa di

Sicilia la fede che vi prestò nel 1860, si lasciò persuadere da quel

concetto e da quelle preghiere, e consentì a sbarcare con tutti i

suoi ed a recarsi a Firenze. Ivi, come di consueto, predicò unione,

concordia, gagliardia; ma, sia che la prospettiva di far la guardia

alla _Costituente italiana_ de’ suoi amici Montanelli e Guerrazzi

lo seducesse assai mediocremente, sia che l’immagine di Venezia

combattente per mare e per terra contro lo straniero gli balenasse a

un tratto, e il suo doppio genio di soldato e di marinaio lo attirasse

verso quel lido fortunoso, il fatto è che, scorsi pochi giorni appena,

lascia colla sua colonna Firenze e s’avvia per Bologna col disegno di

scendere a Ravenna e di là passare a Venezia.

Giunto però alle Filigare, trova un inatteso intoppo. Il generale

Zucchi (che cominciava allora a macchiare la sua onorata assisa di

veterano napoleonico e di soldato della libertà), posto dal Rossi a

Commissario straordinario in Bologna, timoroso che Garibaldi mirasse

allo Stato pontificio coll’intenzione di agitarlo e sommoverlo, gli

aveva inviato incontro un battaglione di Svizzeri coll’ordine preciso

di sbarrargli il passo. Il nostro condottiero allora non vidde altro

espediente che quello di recarsi egli stesso in persona a Bologna

per spiegare allo Zucchi lo scopo del suo viaggio, e persuaderlo

a lasciargli proseguire il cammino fino all’Adriatico. Lo Zucchi

non volle in sulle prime ascoltar ragioni e rinnovò il divieto; ma

essendosi vociferata la cosa e il popolo tumultuando minacciosamente

perchè fosse lasciato libero il transito al famoso e già amato

Capitano, anche il Generale pontificio stimò bene d’arrendersi, e

Garibaldi potè traversare, sicuro, Bologna ed arrivare non molestato a

Ravenna.

Ma era da soli pochi giorni in quella città intento a reclutare nuovi

seguaci,[110] ed a spiare ogni passo ed ogni opportunità che gli

schiudesse l’agognata via di Venezia, quando sonarono per tutta Italia

i tragici annunzi di Roma: il 15 novembre Pellegrino Rossi assassinato;

quindi il Papa assediato nel Quirinale e rassegnato a subire un

Ministero Mamiani, ma risoluto a non concedere di più; infine il 21

novembre Pio IX fuggito a Gaeta, la _Consulta governativa_ lasciata

da lui rifiutata, il governo affidato alle mani d’una _Giunta Suprema_

eletta dal Parlamento, la _Costituente_ convocata.

Un sì inatteso e violento mutamento nella scena principale d’Italia

mutò anche tutti i piani di Garibaldi. Ora che gli si apriva sì vicino

il campo di Roma, non aveva più mestieri d’andarsi a cercare a Venezia,

traverso una via irta d’intoppi e di pericoli, un’altra arena. Eppoi

se le attrattive di Venezia erano grandi, il fáscino di Roma era

irresistibile. Era essa la larva più luminosa e la rimembranza più

sacra della sua giovinezza; là per la prima volta sotto la sua polvere

sentì palpitare il cuore d’una grande patria; là, tra quelle rovine,

aveva veduto passeggiare i fantasmi di gloria divenuti da quell’istante

le guide invisibili ed i compagni inseparabili della sua fortunosa

odissea; infine là, verso quelle mura eterne, quella città madre delle

nazioni, quel focolare inestinguibile della civiltà del mondo, volarono

sempre i sogni, i passi, le ambizioni di tutta la sua vita.

Garibaldi, Vol. 1 (of 2) · 第 77 / 168 题