III.

Prima però della sua partenza pel Rietino, Macerata lo elesse suo

deputato alla _Costituente_,[113] e fu quello il primo voto che lo

mandò in un’Assemblea politica. La tanto sognata, preconizzata e covata

Costituente romana s’era infatti, al 12 febbraio, riunita, e Garibaldi

dovette, pel mandato assunto, intervenirci. Fu però un intervento da

par suo, e solo chi non l’ha conosciuto nè prima nè poi, ha diritto di

meravigliarsene. Il 5 febbraio 1849 il Parlamento romano s’adunava per

la prima volta, e fu quello che suol dirsi un avvenimento. Assiepati di

popolo festante i dintorni del Campidoglio, riboccanti di spettatori

le gallerie, pieni gli scanni di deputati, tutta la Giunta di Governo

al suo posto, grande in tutti l’aspettazione, solenne il momento. Però

l’Armellini, ministro dell’interno, aveva appena finita la lettura

di quello che oggi direbbesi discorso inaugurale, e nel punto in cui

l’Assemblea, fatta la chiama, stava per procedere alla verifica de’

suoi poteri, ecco Garibaldi alzarsi di scatto dal suo banco e chiedere:

si lasciasse ogni formalità; l’Assemblea si dichiarasse in permanenza e

proclamasse senz’altro la Repubblica, «solo governo degno di Roma.»

La proposta sorprese, ma non convinse nessuno; un altr’uomo eccessivo,

il principe di Canino, la secondò; ma l’Assemblea la respinse, e

deliberò che la discussione procedesse con tutto il rigore delle

formalità prescritte. Fu quello il primo atto parlamentare di

Garibaldi, e gli si può applicare il detto: _Ab uno disce omnes_.

I Parlamenti non erano aria in cui egli potesse respirare. Quella

stessa incapacità a comprendere la santità delle forme, l’utilità

delle regole, la efficacia della discussione, da lui dimostrata allora

nell’Assemblea romana, lo accompagnerà come un abito incurabile per

tutta la vita, e lo costringerà a dibattersi nell’impotenza e nella

solitudine in tutti i Parlamenti futuri. Chi però nella proposta

del 5 febbraio scorgesse soltanto l’inettitudine o l’antipatia d’un

soldato alle procedure parlamentari, s’ingannerebbe a partito; essa

nascondeva qualcosa di più, che va notata; nascondeva la inconscia,

ma perciò appunto, profonda indifferenza del patriotta ad ogni forma

di governo. Di repubblica e monarchia egli intese sempre poco più che

i nomi, e nella repubblica voleva l’autorità dittatoria, come nella

monarchia amava la libertà sfrenata. Poichè a Roma la repubblica

era su tutte le labbra e in tutti i voti, e gli eventi la rendevano

fatale, ed essa sola pareva dar concordia agli spiriti e unione alle

forze, egli gridava: _Repubblica_. Se la monarchia gli fosse apparsa

altrettanto accetta, se un re popolare e guerriero si fosse presentato,

pronto a montare a cavallo per la guerra santa, egli si sarebbe levato

col medesimo impeto a gridare: _Monarchia_. La stessa fretta con cui

egli chiedeva il voto, attesta la poca importanza che in cuor suo

gli attribuiva; la stessa mobilità con cui, nel giro di pochi mesi,

s’era chiarito pronto a passare dalle insegne d’un papa a quelle di

un re, dimostra come di quelli e d’altri tali segnacoli egli faceva un

mediocrissimo conto, a come la sola bandiera ch’egli vedesse e capisse

era sempre quella sola: l’Italia forte, e libera dallo straniero.

L’8 febbraio, al tocco, la Repubblica romana era proclamata.

Garibaldi, il quale malato per dolori reumatici e per febbre erasi

fatto trasportare alla Camera per assistere all’importante tornata,

rammentava al deputato Augusto Vecchi, come nell’ora istessa tre anni

innanzi fosse entrato co’ suoi legionari al Salto, dopo la vittoria

riportata sui campi di Sant’Antonio. E il Vecchi soggiunge che un tanto

anniversario gli parve augurio lieto di altre vittorie.[114]

Pagato a Roma il suo debito politico, se ne tornò a Rieti a riprendere

il suo ufficio militare: ufficio uggioso, chè se v’era uomo disadatto

all’ozio torpido delle guarnigioni e a quelle cure birresche di

braccar briganti e spiare preti e frati, era di certo Garibaldi. Ma la

Repubblica l’aveva ordinato, e ubbidì e durò nella stanza incresciosa

fin verso lo scorcio d’aprile.

Nel frattempo gli avvenimenti avevano fatto il loro corso. Il 23 marzo

la catastrofe di Novara; il 27 la risposta dell’Assemblea veneta

all’Haynau: _Venezia resisterà ad ogni costo_; il 28 l’insensata

rivolta di Genova; il 30 l’ultimo giorno della decade bresciana; il 6

aprile Catania cade nelle mani sanguinarie del borbonico Filangeri;

il 12 la reazione lorenese restaura in Toscana il Granduca; il 20

Filangeri è alle porte di Palermo; finalmente il 21 aprile salpa

da Marsiglia la spedizione francese per Roma; date che raccolte in

un quadro fastidiscono e amareggiano, ma che gl’Italiani dovrebbero

portare impresse nella memoria per ammaestramento e ricordo perpetuo.

L’ultima di queste notizie sorprese Garibaldi ad Anagni, dove era

arrivato fin dal giorno antecedente. Ne sia prova questa lettera

inedita fin qui, e nella quale i magnanimi sdegni dell’eroe e i gelosi

amori del patriotta si confondono e s’accordano ai più soavi affetti

del figlio, del marito, del padre, e si senton risuonare come in una

scala armonica tutte le fibre dell’uomo:

«_Comando della Iª Legione italiana_.

Subiaco, 19 aprile 1849.

Amatissima Consorte,

Ti scrivo per dirti che sto bene, e che sono diretto colla

colonna ad Anagni, dove forse giungerò domani, ed ove non potrei

determinarti la durata del mio soggiorno. In Anagni riceverò

i fucili ed il resto del vestiario della gente. Io non sarò

tranquillo, sino ad avere una tua lettera, che m’assicuri esser

giunta tu felicemente a Nizza. Scrivimi subito: ho bisogno di

sapere di te, mia carissima Anita — dimmi l’impressione sentita

agli avvenimenti di Genova e di Toscana. Tu donna forte, e

generosa! con che disprezzo non guarderai questa ermafrodita

generazione di Italiani — questi miei paesani, ch’io ho cercato

di nobilitarti tante volte, e che sì poco lo meritavano. È vero:

il tradimento ha paralizzato ogni slancio coraggioso; ma comunque

sia, noi siamo disonorati, il nome italiano sarà lo scherno

degli stranieri d’ogni contrada. Io sono sdegnato veramente

di appartenere ad una famiglia che conta tanti codardi; ma non

creder perciò ch’io sia scorato! ch’io dubiti del destino del

mio paese. Più speranza io nutro oggi, che mai. Impunemente si

può disonorare un individuo; ma non si disonora impunemente una

nazione. I traditori ormai sono conosciuti. Il cuore dell’Italia

palpita ancora — e se non è sano del tutto, è capace ancora di

recidere le parti infette che lo travagliano. La reazione, a forza

di tradimenti e d’infamie, è pervenuta a sbigottire il popolo — ma

il popolo non perdonerà le infamie ed i tradimenti alla reazione.

Uscito dallo stupore, egli si rialzerà terribile, ed infrangerà,

questa volta, i vili strumenti del suo disonore.

Scrivimi, ti ripeto; ho bisogno di sapere di te, di mia madre e

de’ bimbi — per me non affliggerti, io sono, più che mai, robusto,

e co’ miei milledugento armati mi sembra di essere invincibile.

Roma prende un aspetto imponente. Attorno ad essa si rannoderanno

i generosi, e Dio ci aiuterà. Presenta i miei saluti ad Augusto,

alle famiglie Galli, Gustarini, Court, ed amici tutti. Io ti amo

tanto, tanto! e ti supplico di non affliggerti. Un bacio per me ai

ragazzi, a mia madre, che ti raccomando tanto.

Garibaldi, Vol. 1 (of 2) · 第 79 / 168 题