IV.

Era già tardi. Si era delirato cinque mesi in un sogno carnevalesco di

vittorie senza pugna, di trionfi senza onore, di gloriole senza merito;

l’ora del risveglio era suonata. L’esercito piemontese in tre giorni di

lotta eroica disfatto; le linee del Mincio e dell’Oglio perdute; quella

dell’Adda insostenibile; tutta la Lombardia riaperta agli eserciti di

Radetzki; Milano stessa minacciata; ecco le notizie che dal 24 al 30

luglio con incalzante terribilità giungevano nella capitale lombarda.

Non spetta a noi narrare quei giorni sciagurati; se c’incombesse,

non ci sgomenterebbe, per quanto doloroso, il tèma, convinti che,

se l’ambascia di quei ricordi è grande, più grande ancora è il loro

ammaestramento. Gl’Italiani hanno più da imparare dal 48 che da tutti

i secoli della loro storia. Esso compendiò come in un microcosmo tutta

la vita italiana. Tutte le debolezze del nostro carattere, tutte

le colpe delle nostre discordie, tutti i danni delle nostre sètte,

tutti i frutti della nostra educazione rettorica e parolaia, tutte le

conseguenze delle nostre abitudini molli ed anti-militari, tutto il

marciume del nostro spirito tra scettico e superstizioso si videro

riassunti e rispecchiati nel giro di que’ pochi mesi, come Macbeth

vedeva nella fila degli specchi tutta la progenie di Banco. Il 1848

è il nostro grand’anno fatale; fatale nel senso greco della parola;

l’anno che doveva essere perchè l’Italia fosse. Esso riepilogò il

nostro passato, ma preparò insieme il nostro avvenire. Quella solenne

smentita inflitta ai nostri decantati _primati_; quell’amara esperienza

della nostra pochezza pagata a prezzo di tante lagrime e di tanto

sangue; quell’esame obbligato delle nostre forze; quel lavacro bollente

delle nostre vanità; quello sfogo tormentoso, ma igienico, dei guasti

umori raccolti da secoli nel nostro corpo, erano necessari, benefici,

provvidenziali, affinchè l’Italia vedesse alla fine l’anno della sua

salute, e risorgesse.

Pure tutto non si poteva nè si voleva credere perduto; e lo stesso

Carlo Alberto, nella generosa, ma incauta promessa di voler vincere o

morire coi «suoi Milanesi,» aggiunse ai molti altri anche quell’estremo

errore e quella estrema illusione. Errore, perchè ogni ragione

strategica lo consigliava a ritirarsi oltre il Po e a difendersi sotto

Piacenza; illusione, non perchè fosse, a parer nostro, impossibile

protrarre lungamente contro soli trentacinquemila nemici la difesa

d’una città guardata, tra regolari e volontari, da altrettanti

combattenti, protetta da un ricco parco d’artiglierie, abitata da

una popolazione numerosa, armata, energica, pronta, se avesse trovato

l’uomo capace d’inspirarglieli, agli estremi sacrifici; ma perchè a

render fruttuosa, almen di gloria, la resistenza, mancava quella forza

che sola produce i miracoli di Sagunto e di Saragozza: la fede. Fede

del Re nell’esercito e nel popolo; fede del popolo e dell’esercito nel

Re; fede di tutti se non nella vittoria, nella religione de’ forti:

soccombere con onore.

Tuttavia il magnanimo proposito di Carlo Alberto parve a tutti in

sulle prime il solo degno ed accettabile; e se chieder armi, rizzar

barricate, bruciar case, offrir vita e sostanze, gridar «guerra e

morte,» potevano esser presi per certi segni della deliberata volontà

d’un popolo di seppellirsi sotto le ruine della sua città, Milano li

diede tutti.

Intanto fin dall’annunzio dei primi disastri un _Comitato di Difesa_

s’era costituito, il quale, mentre re Carlo Alberto andava radunando le

membra sparte del suo esercito, assumeva di porre in istato di difesa

la città, decretava le fortificazioni e l’asserragliamento delle mura

e delle vie, cercava armi ed armati, ordinava le milizie popolari

raccolte nella città, mandava in Svizzera ad assoldar nuovi volontari,

provvedeva al vivere dell’esercito e della popolazione, richiamava

infine a Milano quanti Corpi franchi non erano stati tagliati fuori

dall’invasione nemica, e fra quelli necessariamente anche Garibaldi.

L’ordine lo raggiunse la sera del 3 agosto a Bergamo; e poichè egli

pure era consapevole del vero stato delle cose, e le avanguardie

austriache bivaccavano già a Cassano d’Adda, non esitò un momento;

e fatti nella notte stessa gli apparecchi della partenza, per la

via più corta e sicura di Pontida-Brivio-Merate, dopo trent’ore di

marcia forzata, verso le due pomeridiane del giorno 5 giunse a Monza.

Conduceva seco da cinquemila uomini, e fra essi, confuso co’ gregari

del battaglione Anzani, venuto a chiedere in quella suprema distretta

della patria il suo posto di combattimento, Giuseppe Mazzini;[105]

la truppa era poco agguerrita, ma volonterosa; Monza, finchè Milano

resisteva, poteva essere una buona posizione di fianco sulla destra

dell’esercito austriaco, e quand’anco gli fosse tolto di penetrare

nell’assediata città, l’audace condottiero sperava sempre di poter da

quella postura molestare il nemico e recare agli assediati anche dal di

fuori un non spregevole soccorso.

Troppo tardi. Sfasciato l’esercito; discordi, sfiduciati e istupiditi

i generali; riescite sterili o sfortunate anche le prime fazioni

combattute sotto le mura; stremati i viveri e le munizioni; smarrita

ogni speranza di soccorso; poche, disordinate, inesperte le milizie

cittadine; tumultuante, diviso il popolo; impossibile la resistenza,

impossibile persino l’eroismo della disperazione, certo l’eccidio della

città, e forse con essa inevitabile la ruina del Piemonte e della sua

libertà, Carlo Alberto ebbe il triste coraggio di far tutta sua l’onta

amara d’una resa che la giustizia della storia distribuisce su molti;

e la sera del 4 agosto mandò una proposta d’armistizio al nemico, che

l’accettò.

Ora quel che ne seguisse è noto. Come il popolo, prima incredulo

all’annunzio dell’armistizio, poi infuriato e demente gridasse Carlo

Alberto traditore, lo assediasse nel suo palazzo e lo minacciasse

della vita; come dopo una invereconda altalena di giustificazioni e

di smentite, l’armistizio fosse confermato, e Carlo Alberto, salvato

a stento dalla intrepida devozione de’ suoi più fidi, fuggisse notte

tempo come un malfattore, tuttociò è vivo ancora nella memoria della

nostra generazione, e a noi basta ricordarlo.

Ma l’annunzio dell’armistizio Salasco non aveva trovato increduli nella

sola Milano; tutta la Lombardia, quanti, può dirsi, avevano in petto

scintilla di amor di patria, lo rinnegarono collo stesso sentimento

d’incredulità sdegnosa, con cui l’aveva rinnegato la città che

n’era la prima vittima. E non parliamo di Garibaldi. In sulle prime,

sbalordito egli pure dalla terribile notizia, s’era apparecchiato a

ritirarsi da Monza, la quale dopo la caduta di Milano era una stanza

pericolosissima; ma appena un certo signor Villa gli scrisse una

lettera per assicurarlo che tutte quelle voci erano bugiarde, prende

colla credulità del desiderio quella lettera per vangelo, e anzichè

pensare alla ritirata delibera di marciare prontamente in soccorso di

Milano, e incuora i suoi compagni a seguirlo con un Manifesto che si

chiude con queste parole:[106]

«Si rinfranchi pertanto lo spirito d’ognuno di voi, ed accorrete

ad unirvi alla mia colonna che move sopra Milano a prestare a quei

generosi abitanti l’aiuto per discacciarne l’abborrito nemico.

»La salute della patria dipende dalla celerità con cui potrete meco

sostenere Milano.

»Generale GARIBALDI.»

Invano! tutto era consumato! l’esercito piemontese era già in ritirata

verso il Ticino; l’esodo dei patriotti e dei proscritti era già

cominciato; Radetzki, superbo come un conquistatore, passeggiava già le

vie di Milano; la Lombardia piegava il capo al duro destino; conveniva

che Garibaldi lo piegasse egli pure.

E considerata la posizione di Monza, priva, dopo la caduta di Milano,

di qualunque punto d’appoggio, preveduto il pericolo d’essere da un

istante all’altro assalito e ravvolto dagli Austriaci, Garibaldi decise

di ritirarsi su Como, dove almeno poggiava ancora le spalle ai monti e

aveva prossimo in ogni estremità il rifugio in Isvizzera.

Però egli voleva ritirarsi, non fuggire; molto meno deporre le armi

senza aver combattuto. Se l’Italia si rassegnava a credere tutto

perduto, egli non lo poteva; sperava sempre che la resistenza fosse

possibile; che il paese, scosso il primo sbalordimento del colpo, si

leverebbe come un sol uomo, per protestare contro quel che egli, colle

parole che erano sulle labbra di tutti, chiamava: _il tradimento del

Re_, e continuare da sè, co’ propri petti e le proprie armi, l’impresa

che la viltà regia aveva disertata. Forse gli pareva d’essere ancora

nell’America spagnuola, dove ogni accolta di bande si chiamava un

esercito, e simili eserciti s’improvvisano colla stessa rapidità con

cui si sciolgono; dove ognuno può far la guerra per proprio conto e

trovar comunque seguaci; dove la natura del suolo e l’indole degli

abitanti rendono possibile protrarre all’infinito la guerriglia di

partigiani; dove infine il sentimento dell’indipendenza dallo straniero

è una seconda religione, e una guerra nazionale non resta, come da

noi, abbandonata al solo esercito, martire forzato che deve morire

per tutti, ma la combatte senza tregua e senza quartiere, con tutta la

ferocia d’un fanatismo religioso, tutto il paese.

Garibaldi, Vol. 1 (of 2) · 第 71 / 168 题