V.

Infiammato pertanto da questi ricordi e ispirato da questa fede,

Garibaldi arriva co’ suoi alla Camerlata; ivi prende posizione e

si trincera; spedisce frattanto messi al Griffini, al D’Apice, al

Manara, all’Arcioni perchè si uniscano e s’accordino con lui per

continuare la guerra santa; apre nuovi arruolamenti, invita alle armi

il paese. Illusioni: il Griffini per la Val Camonica, il D’Apice per

la Valtellina erano già in cerca del confine svizzero; il Manara,

il Dandolo, il Durando subendo l’armistizio s’incamminavano verso

il Ticino; la sua colonna, anzichè ingrossare di nuovi volontari,

perde anche quelli che ha, sinchè da cinquemila è ridotta a men che

tremila; il paese, tuttora istupidito dalla fiera percossa, lo guarda

trasognato, ed una cosa sola è sicura: che gli Austriaci s’avanzano,

e in poche giornate possono averlo avviluppato entro una rete senza

uscita.

Tuttavia Garibaldi non volle darsi vinto ancora. Levò bensì il

campo da Como, dirigendosi verso San Fermo; ma giunto sulla piazza

del villaggio, che un altro giorno dovrà render storico, arresta la

colonna, fa formare il quadrato e la arringa. Le dice che sarebbe vile

deporre le armi; che bisogna continuare la guerra di banda, più sicura

di tutte quando si ha fede ne’ capi, costanza e disciplina, ed altre di

quelle parole incisive e pittoresche che egli sapeva così ben trovare.

Un silenzio eloquente fu la prima risposta a quel discorso; nuove

diserzioni a stormi furono il commento di quel silenzio.

A quel punto anche il nostro eroe sentì la dura realtà prenderlo alla

gola; un sentimento indistinto di nausea e di scoramento si fe’ strada

per la prima volta nell’animo suo; e calatosi, come soleva sempre

negl’istanti più torbidi, il cappello sugli occhi, marciò senz’altro

col resto de’ suoi seguaci a Varese, d’onde, passata la notte del

9, ripartì al mattino seguente per il Lago Maggiore, e tragittato il

Ticino a Sesto Calende, approdò la sera del 10 agosto a Castelletto

presso Arona.

Colà giunto però, la sua natura, un istante soffocata, riprende

il sopravvento; la vergogna di ritirarsi, egli, Garibaldi, senza

aver combattuto, lo assale; un raggio di speranza di rianimare con

un’ardita iniziativa la fiamma dell’insurrezione lombarda, torna a

spuntargli nell’animo, e delibera senz’altro di ripassare il confine e

di riprendere comunque l’abbandonata impresa. E come se a confermarlo

nell’ardito proponimento fosse mestieri di maggiore eccitamento,

ecco pervenirgli un ordine del Duca di Genova, che a nome del Governo

subalpino gli intima di sciogliere le sue bande e di uscire egli stesso

dal territorio sardo. Non si contenne più l’indomito, e risposto

fieramente al Duca: «Essere libero cittadino, non riconoscere il Re

sardo, nessuno potergli togliere il diritto di cacciare lo straniero

dal suolo della patria;» inalbera il vessillo mazziniano _Dio e

Popolo_, e pubblica questo Bando agl’Italiani, nel quale troppo

naturalmente la violenza della passione spiega la confusione delle idee

e la virulenza del linguaggio:[107]

«AGL’ITALIANI.

Eletto in Milano dal Popolo e da’ suoi rappresentanti a duce di

uomini, la cui mèta non è altro che l’indipendenza italiana, io non

posso uniformarmi alle umilianti convenzioni ratificate dal Re di

Sardegna collo straniero aborrito, dominatore del nostro Paese.

Se il Re di Sardegna ha una corona che conservò a forza di colpe e

di viltà, io ed i miei compagni non vogliamo conservare con infamia

la nostra vita; non vogliamo, senza compiere il nostro sagrificio,

abbandonare la sorte della sacra terra al ludibrio di chi la

saccheggia e la manomette.

Un impeto solo di combattimento gagliardo, un pensiero unanime

ci valse la santa civile indipendenza che gustammo, sebbene pochi

fra i migliori l’avessero guadagnata ed uniti poscia coi più per

inganno la vedessero scomparsa.

Ma ora che il pensiero, sciolto l’iniquo freno alla sua

manifestazione, ha già diffuso per tutte le menti quella suprema

verità che suona a sterminio de’ tiranni; ora che l’opera da

infiniti elementi rafforzata si può ordinare e la prestano

già numerosi corpi emancipati dagl’interessi legali; ora che

sono smascherati que’ traditori che pigliarono le redini della

rivoluzione per annichilirla; ora che sono note le ragioni

dell’eccidio a Goito, della mitraglia e delle febbri di Mantova,

dello sterminio de’ prodi Romani e Toscani, delle codarde

Capitolazioni, il Popolo non vuol più inganni.

»Egli ha concepito la sovrana sua potenza, la provò e volle

conservarla al prezzo della vita, ed io ed i miei compagni che ne

ebbimo fiducioso mandato, che accogliemmo qual dono il più prezioso

che potesse a noi largire il Supremo, noi vogliamo corrispondergli

come ne spetta. Nè vagheremo sulla terra che è nostra, non ad

osservare indifferenti la tracotanza de’ traditori, nè le straniere

depredazioni; ma per dare all’infelice e delusa nostra Patria

l’ultimo nostro respiro, combattendo senza tregua e da leoni la

guerra santa, la guerra dell’indipendenza italiana.

»Castelletto, 13 agosto 1848.

»Firmato GARIBALDI.»

Ciò detto e pubblicato, s’impadronisce nello stesso porto d’Arona dei

due piroscafi _San Carlo_ e _Verbano_; imbarca in essi e in alcune

navicelle a rimorchio i millecinquecento uomini rimastigli; risale

tutto il Lago Maggiore e sbarca nella giornata del 14 a Luino, dove

s’accampa.

Era la prima sorpresa a cui Garibaldi abituava gli Italiani. Invano

lo dissuadevano l’esiguità della schiera, la povertà dei mezzi, il

crescente sopore delle popolazioni; invano lo osteggiava la natura

medesima, assalendolo il giorno stesso della partenza con una terribile

febbre: Garibaldi aveva deciso di non lasciare la terra lombarda senza

misurarsi collo straniero che la calpestava, e manteneva il voto.

Nè l’occasione di scioglierlo gli tardò molto. Fin dal mattino del 15

una colonna di Austriaci, forte press’a poco quanto la garibaldina,

partiva da Varese coll’intenzione di attaccarla e forse colla speranza

di sorprenderla. Garibaldi era ammalato colla febbre nell’albergo

della _Beccaccia_, posto a pochi metri da Luino, sulla strada stessa di

Varese. Il Medici però vegliava per lui; e barricata di là dall’albergo

la strada, collocati con diligenza gli avamposti, mandati esploratori

a scandagliare i dintorni, stava attentamente sull’arme. Difatti non

era scoccato il mezzogiorno, che gli esploratori vennero ad annunciare

l’avanzarsi del nemico. Il Medici corre tosto ad avvertire Garibaldi,

il quale, quasi dimentico del male che lo tormentava, balza di letto,

monta a cavallo, spiega una parte della colonna sulla strada e nei

campi circostanti, apposta sulla sinistra il Medici col rimanente

del corpo, lascia, secondo il suo costume, approssimare il nemico,

e scambiati pochi colpi, lo carica alla baionetta, prima di fronte,

poi colla colonna del Medici, di fianco, e in poche ore lo sbaraglia,

inseguendolo per lungo tratto di via e costringendolo a lasciare sul

terreno tra morti, feriti e prigionieri circa centottanta uomini.

Garibaldi, Vol. 1 (of 2) · 第 72 / 168 题