Infiammato pertanto da questi ricordi e ispirato da questa fede,
Garibaldi arriva co’ suoi alla Camerlata; ivi prende posizione e
si trincera; spedisce frattanto messi al Griffini, al D’Apice, al
Manara, all’Arcioni perchè si uniscano e s’accordino con lui per
continuare la guerra santa; apre nuovi arruolamenti, invita alle armi
il paese. Illusioni: il Griffini per la Val Camonica, il D’Apice per
la Valtellina erano già in cerca del confine svizzero; il Manara,
il Dandolo, il Durando subendo l’armistizio s’incamminavano verso
il Ticino; la sua colonna, anzichè ingrossare di nuovi volontari,
perde anche quelli che ha, sinchè da cinquemila è ridotta a men che
tremila; il paese, tuttora istupidito dalla fiera percossa, lo guarda
trasognato, ed una cosa sola è sicura: che gli Austriaci s’avanzano,
e in poche giornate possono averlo avviluppato entro una rete senza
uscita.
Tuttavia Garibaldi non volle darsi vinto ancora. Levò bensì il
campo da Como, dirigendosi verso San Fermo; ma giunto sulla piazza
del villaggio, che un altro giorno dovrà render storico, arresta la
colonna, fa formare il quadrato e la arringa. Le dice che sarebbe vile
deporre le armi; che bisogna continuare la guerra di banda, più sicura
di tutte quando si ha fede ne’ capi, costanza e disciplina, ed altre di
quelle parole incisive e pittoresche che egli sapeva così ben trovare.
Un silenzio eloquente fu la prima risposta a quel discorso; nuove
diserzioni a stormi furono il commento di quel silenzio.
A quel punto anche il nostro eroe sentì la dura realtà prenderlo alla
gola; un sentimento indistinto di nausea e di scoramento si fe’ strada
per la prima volta nell’animo suo; e calatosi, come soleva sempre
negl’istanti più torbidi, il cappello sugli occhi, marciò senz’altro
col resto de’ suoi seguaci a Varese, d’onde, passata la notte del
9, ripartì al mattino seguente per il Lago Maggiore, e tragittato il
Ticino a Sesto Calende, approdò la sera del 10 agosto a Castelletto
presso Arona.
Colà giunto però, la sua natura, un istante soffocata, riprende
il sopravvento; la vergogna di ritirarsi, egli, Garibaldi, senza
aver combattuto, lo assale; un raggio di speranza di rianimare con
un’ardita iniziativa la fiamma dell’insurrezione lombarda, torna a
spuntargli nell’animo, e delibera senz’altro di ripassare il confine e
di riprendere comunque l’abbandonata impresa. E come se a confermarlo
nell’ardito proponimento fosse mestieri di maggiore eccitamento,
ecco pervenirgli un ordine del Duca di Genova, che a nome del Governo
subalpino gli intima di sciogliere le sue bande e di uscire egli stesso
dal territorio sardo. Non si contenne più l’indomito, e risposto
fieramente al Duca: «Essere libero cittadino, non riconoscere il Re
sardo, nessuno potergli togliere il diritto di cacciare lo straniero
dal suolo della patria;» inalbera il vessillo mazziniano _Dio e
Popolo_, e pubblica questo Bando agl’Italiani, nel quale troppo
naturalmente la violenza della passione spiega la confusione delle idee
e la virulenza del linguaggio:[107]
«AGL’ITALIANI.
Eletto in Milano dal Popolo e da’ suoi rappresentanti a duce di
uomini, la cui mèta non è altro che l’indipendenza italiana, io non
posso uniformarmi alle umilianti convenzioni ratificate dal Re di
Sardegna collo straniero aborrito, dominatore del nostro Paese.
Se il Re di Sardegna ha una corona che conservò a forza di colpe e
di viltà, io ed i miei compagni non vogliamo conservare con infamia
la nostra vita; non vogliamo, senza compiere il nostro sagrificio,
abbandonare la sorte della sacra terra al ludibrio di chi la
saccheggia e la manomette.
Un impeto solo di combattimento gagliardo, un pensiero unanime
ci valse la santa civile indipendenza che gustammo, sebbene pochi
fra i migliori l’avessero guadagnata ed uniti poscia coi più per
inganno la vedessero scomparsa.
Ma ora che il pensiero, sciolto l’iniquo freno alla sua
manifestazione, ha già diffuso per tutte le menti quella suprema
verità che suona a sterminio de’ tiranni; ora che l’opera da
infiniti elementi rafforzata si può ordinare e la prestano
già numerosi corpi emancipati dagl’interessi legali; ora che
sono smascherati que’ traditori che pigliarono le redini della
rivoluzione per annichilirla; ora che sono note le ragioni
dell’eccidio a Goito, della mitraglia e delle febbri di Mantova,
dello sterminio de’ prodi Romani e Toscani, delle codarde
Capitolazioni, il Popolo non vuol più inganni.
»Egli ha concepito la sovrana sua potenza, la provò e volle
conservarla al prezzo della vita, ed io ed i miei compagni che ne
ebbimo fiducioso mandato, che accogliemmo qual dono il più prezioso
che potesse a noi largire il Supremo, noi vogliamo corrispondergli
come ne spetta. Nè vagheremo sulla terra che è nostra, non ad
osservare indifferenti la tracotanza de’ traditori, nè le straniere
depredazioni; ma per dare all’infelice e delusa nostra Patria
l’ultimo nostro respiro, combattendo senza tregua e da leoni la
guerra santa, la guerra dell’indipendenza italiana.
»Castelletto, 13 agosto 1848.
»Firmato GARIBALDI.»
Ciò detto e pubblicato, s’impadronisce nello stesso porto d’Arona dei
due piroscafi _San Carlo_ e _Verbano_; imbarca in essi e in alcune
navicelle a rimorchio i millecinquecento uomini rimastigli; risale
tutto il Lago Maggiore e sbarca nella giornata del 14 a Luino, dove
s’accampa.
Era la prima sorpresa a cui Garibaldi abituava gli Italiani. Invano
lo dissuadevano l’esiguità della schiera, la povertà dei mezzi, il
crescente sopore delle popolazioni; invano lo osteggiava la natura
medesima, assalendolo il giorno stesso della partenza con una terribile
febbre: Garibaldi aveva deciso di non lasciare la terra lombarda senza
misurarsi collo straniero che la calpestava, e manteneva il voto.
Nè l’occasione di scioglierlo gli tardò molto. Fin dal mattino del 15
una colonna di Austriaci, forte press’a poco quanto la garibaldina,
partiva da Varese coll’intenzione di attaccarla e forse colla speranza
di sorprenderla. Garibaldi era ammalato colla febbre nell’albergo
della _Beccaccia_, posto a pochi metri da Luino, sulla strada stessa di
Varese. Il Medici però vegliava per lui; e barricata di là dall’albergo
la strada, collocati con diligenza gli avamposti, mandati esploratori
a scandagliare i dintorni, stava attentamente sull’arme. Difatti non
era scoccato il mezzogiorno, che gli esploratori vennero ad annunciare
l’avanzarsi del nemico. Il Medici corre tosto ad avvertire Garibaldi,
il quale, quasi dimentico del male che lo tormentava, balza di letto,
monta a cavallo, spiega una parte della colonna sulla strada e nei
campi circostanti, apposta sulla sinistra il Medici col rimanente
del corpo, lascia, secondo il suo costume, approssimare il nemico,
e scambiati pochi colpi, lo carica alla baionetta, prima di fronte,
poi colla colonna del Medici, di fianco, e in poche ore lo sbaraglia,
inseguendolo per lungo tratto di via e costringendolo a lasciare sul
terreno tra morti, feriti e prigionieri circa centottanta uomini.