Frattanto nel giorno stesso che Garibaldi partiva per il Mincio
arrivava a Genova il Medici, reduce dalla sua escursione in Toscana,
scontento dell’esito, e irritato con Garibaldi che l’aveva piantato e
se n’era andato a sbarcare altrove.
Ora anche la sua prima visita era stata all’Anzani, e manifestatagli la
sua collera per la condotta, a’ suoi occhi poco leale, di Garibaldi,
si udì rivolgere dal morente questo profetico consiglio: «Medici,
non essere severo con Garibaldi: egli è un predestinato; gran parte
dell’avvenire d’Italia è nelle sue mani, e sarebbe un grave errore
abbandonarlo e separarsi dalla sua fortuna. Anch’io mi sono qualche
volta guastato con lui; ma poi, convinto della sua missione, mi sono
sempre riconciliato per il primo.»
All’indomani l’uomo che proferiva queste fatidiche parole non era
più; ma l’altro uomo che le aveva udite le portò stampate nel cuore
per tutta la vita. Raccolto l’estremo sospiro dell’amico, resigli gli
ultimi tributi, il Medici partì per Torino; ma scontratosi quivi alcuni
giorni dopo con Garibaldi, fu il primo a gettarsi nelle sue braccia,
riannodando con lui quel patto d’amicizia, cementata di poi su venti
campi di battaglia, che nemmeno i tardi dissensi politici poterono
infrangere, e che fin negli ultimi anni rimase quasi arra di pace fra
il Quirinale e Caprera.
Intanto il nostro eroe era giunto al termine del suo viaggio. Passato
in fretta da Novara, dove non l’arrestarono le solite ovazioni;
toccato Pavia per visitare il Sacchi, sempre infermo della sua ferita,
e che frattanto andava raccogliendo nella sua città natale un nucleo
di volontari, arrivò fra il 3 e il 4 luglio al quartier generale di
Roverbella, e si presentò immediatamente al Re. Questi lo accolse con
principesca cortesia, si mostrò edotto delle sue gesta d’America e le
commendò altamente; ma stretto a rispondere alla domanda dell’eroe, la
invincibile sua irresolutezza lo riprese; l’antica sua diffidenza delle
armi popolari e degli uomini rivoluzionari lo riassalse, e scusandosi,
assai male a parer nostro, co’ suoi doveri di Re costituzionale, lo
rinviò a’ suoi ministri.[102]
E Garibaldi amareggiato da quel nuovo indugio, ma non iscoraggito,
piegò al consiglio, e condottosi difilato a Torino si presentò
senz’altro al Ministero della guerra e vi ripetè la sua istanza.
Teneva quel portafoglio il generale Ricci, brav’uomo e colto militare,
ma impregnato di tutti i pregiudizi di quella che allora poteva ben
dirsi la sua casta, ed educato a veder subito un intrigante ed un
avventuriere in ogni uomo che pretendesse all’esercizio delle armi
senza averne presa l’ordinazione sacramentale in uno dei due santuari
della famiglia: l’Accademia o la Caserma. Egli cominciò a pagar
Garibaldi di quegli arzigogoli legali e di quella retorica evasiva che,
fanno sentire mille miglia lontano il rifiuto, sino a che pressato dal
condottiero a spiegarsi più chiaro, finì col consigliarlo a recarsi a
Venezia; «campo così degno di lui; e dove poteva prendere il comando
di qualche flottiglia tanto utile a quell’assediata città.» A questa
sortita è fama che Garibaldi rispondesse asciutto: «Signore, io sono
uccello di bosco e non di gabbia,» e che voltasse le spalle all’incauto
consigliere.
Nemmeno quella ripulsa l’aveva sconfidato. Quel che non poteva dal
Governo, Garibaldi sperava ottenerlo dagli amici, dagl’Italiani, dal
popolo, come dicevasi, e in questa nuova illusione sciupava il suo
tempo e i suoi passi. Ora stampavano che gli verrebbe confidato il
comando dei Volontari del Caffaro, richiamando il Durando a capitanare
la Divisione regolare lombarda; ora si ritornava al pensiero di unire
al manipolo de’ suoi legionari altri volontari; ora un progetto, ora un
altro; ma infatti i giorni passavano, e nulla si conchiudeva e a nulla
si approdava.
E diciamo qui tutto il pensier nostro: ogni conclusione ispirata
dall’angusto concetto di fare di Garibaldi il comandante d’una
guerriglia o d’un Corpo franco qualsiasi, poteva contentar lui e
salvare le apparenze, nel fatto era piccina e infruttuosa. O indovinato
l’uomo si aveva fede nel suo genio, nel suo patriottismo e nella
sua fortuna, e conveniva usarlo per quel che valeva, mettendo nelle
sue mani tanta forza e tanta autorità, quante potessero bastargli
ad arrestare l’incominciato rovescio; o l’uomo non si capiva e si
dubitava di lui, e il baloccarlo con lusinghe, o sciuparlo in sterili
schermaglie, era insano, indegno e sleale. Una vera ispirazione del
Cielo sarebbe stata quella di affidargli il governo della nostra
squadra nell’Adriatico, e in qualche giornale del tempo lo vedemmo
suggerito; ma quello che non si comprese nel 1866 si poteva egli
comprenderlo nel 1848?
Visto pertanto che i ministri erano anche più sordi del Re, e gli
avvocati, i tribuni, i ciarlatori dei Club più sterili d’opere del Re e
dei ministri, deliberò di togliersi da Torino e di tentare Milano, dove
giunse infatti la sera del 15 luglio e l’aspettava miglior fortuna.
Sorvoliamo, come al solito, su le feste, le luminarie, le parate. Si
era nel 1848 e tanto basta.[103] Tuttavia i passi del nostro cavaliere
errante in cerca d’un brano di terra su cui combattere per la patria
sua furono, questa volta, meno infruttuosi. Milano era pur sempre la
città delle Cinque Giornate, e dove il concetto della guerra popolare
e rivoluzionaria era scoppiato, a dir così, dal seno stesso delle
barricate; a Milano affluiva la più animosa gioventù, impaziente di
armarsi e di combattere; a Milano infine lo stesso Governo Provvisorio
s’affaccendava, confusamente sì, ma volonterosamente a reclutare
quante più milizie poteva, e non vincolato da obblighi politici e
da pregiudizi militari, accoglieva, fin troppo facilmente, quanti
venissero a profferirgli il loro braccio, senza guardare tanto
sottilmente d’onde venissero, nè quanto valessero, nè quali assise
vestissero; peccando piuttosto per eccesso di larghezza che per il suo
contrario.
A ciò si aggiunga che a Milano era già arrivato sin dal maggio il
Mazzini, il quale nel suo giornale l’_Italia del Popolo_ sosteneva,
con tutto l’apostolico calore della sua eloquenza, la necessità di
render quanto più popolare la guerra, ed aveva perciò immediatamente
patrocinato l’idea di affidare all’eroe di Montevideo una parte
importante. Molte eran dunque le ragioni che consigliavano al Governo
Provvisorio di procedere speditamente; e però il giorno stesso del suo
arrivo esso offerse al nostro Garibaldi il comando di tutti i volontari
raccolti fra Milano e Bergamo, i quali potevano sommare a circa
tremila.
Non eran certamente quelli che potessero salvare il paese; ma più di
quanto Garibaldi in quel momento potesse desiderare.
Quei volontari erano una mescolanza di tutte le razze e di tutti
i colori; ma ciò non guastava. Accanto a una legione di Vicentini,
dal nome del generale chiamata _Antonini_, discretamente armata ed
organizzata, schieravasi il battaglioncino dei Pavesi che il Sacchi
aveva formato a Pavia; dietro a un centinaio di giovani egregi, nati
dalle più distinte famiglie milanesi, e avanzi, la più parte, delle
Cinque Giornate, venivano gli scarti, i transfugi, gli erranti di tutti
i Corpi franchi che andavano dallo Stelvio al Caffaro; assieme a una
varia schiera di volontari lombardi marciava uno stuolo di Liguri e
Nizzardi; e con tutti questi il manipolo dei legionari condotti da
Montevideo.
E poichè il Governo Provvisorio aveva bensì dati gli uomini, ma non
aveva potuto dare nè tutte le vesti, nè tutte le armi, così buona parte
di quella gente aveva dovuto pensare ad armarsi ed equipaggiarsi come
e dove aveva potuto, e presentava perciò il più variopinto mosaico che
la fantasia d’un pittore di accampamenti potesse inventare. Chi era
alla borghese, chi alla militare; chi insaccato in un _ritter_, casacca
di fatica che i Croati nella fretta del 23 marzo avevano dimenticato a
Milano; chi drappeggiato nel così detto costume _all’italiana_, giacca
di velluto e cappello piumato alla calabrese; chi portava un fucile a
percussione e chi un _silder_ austriaco; chi una carabina svizzera, chi
uno schioppo da caccia, chi un catenaccio a focaia, e chi.... niente.
Ma Garibaldi a Montevideo doveva aver visto anche di peggio, e quel
pittoresco disordine anzichè sgomentarlo lo divertiva e lo esaltava.
Conviene anzi soggiungere che egli era il solo che sapesse servirsi
di siffatta accozzaglia e all’uopo cavarne un effetto qualsiasi.
Ordinatala pertanto in non so quanti battaglioni, dato al più scelto
di essi il nome venerato _Anzani_, e postolo agli ordini del Medici,
che dopo Torino non s’era mai staccato da lui, nel pomeriggio del
25 luglio, obbedendo a un ordine del _Governo Provvisorio_, lasciò i
quartieri di Milano e s’incamminò alla volta di Bergamo.[104]