Era aspettato: l’attendeva dopo dodici e più anni d’assenza la vecchia
madre; l’attendeva coi tre figli Anita; l’attendeva, preannunziato dai
giornali, la città intera.[98] E fin dal primo spuntare dell’atteso
naviglio, la popolazione si versa come un’ondata verso il porto,
impaziente di festeggiare e ammirare il glorioso concittadino, e appena
ne apparve sulla tolda, in mezzo allo stuolo tricolorato de’ suoi
legionari, la bionda testa leonina, abbronzata dal sole delle battaglie
e come precinta dall’aureola della vittoria, un urlo d’entusiasmo,
una salva d’applausi lo saluta, facendogli suonare all’orecchio, per
la prima volta, nel dolce idioma natío quel grido d’ammirazione che
da tanti anni non udiva più se non in lingua straniera, sopra terra
straniera.
Soltanto verso sera scese a terra, e cominciarono subito anche per lui
le noie della celebrità; chè al quarto giorno dallo sbarco fu invitato
co’ suoi legionari a un banchetto di quattrocento coperti, di cui
l’_Echo des Alpes Maritimes_, dava in questo tenore il ragguaglio:
«_Cronaca politica_: Nizza, 26 giugno. — Ieri alle 2 pomeridiane
nella grande sala dell’albergo _York_ ebbe luogo il fraterno banchetto
che i Nizzardi offersero al valoroso generale Garibaldi e ai valenti
legionari suoi compagni di esiglio e di gloria. La sala era addobbata
di bandiere e adornata di fiori; circa duecento invitati, fra i quali
il signor Intendente generale, vi si trovavano riuniti per festeggiare
l’arrivo del celebre Capitano, che consacrò la sua vita alla difesa e
al trionfo della libertà.
»Dopo i discorsi e le felicitazioni, pronunciati da qualche convitato,
il Generale prese la parola in lingua francese e si espresse con una
certa facilità in questa lingua, quantunque siano quindici anni che
ha lasciato Nizza ed abitato il Brasile, ove lo spagnuolo dovette
diventare la sua lingua abituale; egli approfittò di questa occasione
per riassumere il suo passato e la sua attuale situazione:
«Voi sapete, egli disse, se io fui mai partigiano dei re, ma poichè
Carlo Alberto si fece il difensore della causa popolare, io ho creduto
dovergli recare il mio concorso e quello de’ miei camerati. D’altronde,
aggiunse egli, una volta che la libertà italiana sarà assicurata, ed il
suolo liberato dalla presenza _del nemico_, io non dimenticherò giammai
che sono figlio di Nizza e mi si troverà sempre pronto a difendere i
suoi interessi.[99]»
Trattenutosi alcuni giorni a Nizza per apparecchiare le cose sue
e riordinare la Legione, a cui i Nizzardi avevano recato un primo
rinforzo di settanta volontari, il 28 mattina salpa con circa
cencinquanta[100] legionari, bene equipaggiati ed armati, per Genova,
dove arrivò al pomeriggio del 29, accolto dai Genovesi con quello
stesso entusiasmo di popolo, con cui era stato accolto a Nizza e lo
sarà d’ora innanzi ovunque, e ricevuto dalle stesse Autorità, che
egli per il primo s’era recato a visitare, con ogni dimostrazione
d’onore.[101]
Ma i primi suoi passi erano stati verso il povero Anzani, che fattosi
trasportare da qualche giorno in Genova, si era quivi rapidamente
aggravato. Lo trovò infatti quasi moribondo; n’ebbe il cuore lacerato;
lo consolò degli alti conforti che l’anima eroica dell’uno era degna di
udire dalla voce eroica dell’altro; stette al suo capezzale finchè gli
fu concesso; ma alla fine chiamato dalla voce imperiosa della patria, e
costretto dalle necessità della sua impresa a recarsi al campo del Re,
dal quale s’attendeva aiuti e favori, si staccò coll’anima straziata
dalle braccia del venerato amico, e fu per sempre.
Prima però di lasciar Genova fu obbligato, parte dalla sua stessa
posizione, parte dalla febbre parolaia e festaiuola di quel tempo,
ad intervenire ad un’adunanza del Circolo Nazionale di quella città;
quindi ad udirvi dei discorsi ed a pronunciarne uno egli stesso.
Invitato difatti da un membro del Circolo a dire quale fosse il
suo giudizio sulle cose della guerra e sulle condizioni del nostro
esercito, si schermì dapprima modestamente, dicendo che a lui, giunto
appena dall’America, mancavano i criterii per sentenziare sopra
argomento sì grave; ma poi, eccitato dall’opportunità, e lasciando
libero il corso ai più intimi pensieri dell’animo suo, con molta misura
e molta franchezza insieme soggiunse:
«Il maggiore pericolo che ci sovrasta è quello che la guerra si
prolunghi e non sia terminata quest’anno. Noi dobbiamo fare ogni
sforzo possibile perchè gli Austriaci siano presto cacciati dal suolo
italiano, e non si abbia a sostenere una guerra due o tre anni. Ora
noi non possiamo ottenere questo intento, se non siamo fortemente
uniti. Si dia bando ai sistemi politici; non si aprano discussioni
sulla forma di governo; non si destino i partiti. La grande, l’unica
questione del momento è la cacciata dello straniero, è la guerra
dell’indipendenza. Pensiamo a questo solo: uomini, armi, danari, ecco
ciò che ci bisogna, non dispute oziose di sistemi politici. Io fui
repubblicano (esclama il Generale), ma quando seppi che Carlo Alberto
si era fatto campione d’Italia, io ho giurato di ubbidirlo, e seguitare
fedelmente la sua bandiera. In lui solo vidi riposta la speranza della
nostra indipendenza; Carlo Alberto sia dunque il nostro capo, il nostro
simbolo. Gli sforzi di tutti gli Italiani si concentrino in lui. Fuori
di lui non vi può essere salute. Guai a noi, se invece di stringerci
tutti fortemente intorno a questo capo, disperdiamo le nostre forze in
conati diversi ed inutili, e peggio ancora se cominciamo a sparger fra
noi i semi di discordia. Uniamoci, uniamoci nel solo pensiero della
guerra; facciamo per la guerra ogni sorta di sacrificio. Pensiamo che
essi saranno sempre minori di quelli che ci imporrebbero i nemici se
fossimo vinti.»
E queste parole, scrive il giornale d’onde le togliamo, vennero
spesso interrotte e seguite da grandi applausi; onde il Presidente
disse che rispondevano esattamente ai sentimenti del Circolo, e
l’Assemblea chiuse la cerimonia nominando socio onorario del Circolo
stesso Garibaldi, che incominciò forse da quel giorno a conoscere la
beatitudine d’essere il Socio e Presidente nato e perpetuo di tutte
le Società concepibili ed inconcepibili, di cui in qualche parte il
bisogno e l’utilità, ma in grandissima l’ozio, il capriccio e la moda,
vanno seminando il secolo XIX.
Certo le parole del generale Garibaldi erano schiette, e traducevano
esattamente il concetto ch’egli si era sempre formato d’una guerra
nazionale, nella quale uno doveva comandare, e tutti gli altri obbedire
e combattere. Però la lettera a Pio IX del 1847, il discorso su Carlo
Alberto del 1848, il programma di Marsala del 1860, non fanno che
una cosa sola, non sono che l’applicazione del medesimo pensiero e
il contrassegno del medesimo uomo. È sempre lo stesso patriotta puro
e disinteressato che predica il suo verbo e si prepara a segnarlo
col sangue: far l’Italia con chicchessia e comunque, rimettendo
all’indomani le quistioni litigiose del suo ordinamento e della sua
costituzione.
Che se un giorno egli avrà il torto di metter bocca in quistioni
non sue, e disadatto d’ingegno, impreparato di studi, digiuno d’ogni
esperienza, volerle col taglio della sua retorica epistolare recidere,
come col taglio della sua spada eroica falciava le falangi nemiche,
consoliamoci e perdoniamogli ancora: chè quella retorica consumata
dalle sue stesse ripetizioni e contraddizioni passò sempre senza
lasciare alcuna traccia nociva, nè dare alla patria altro dolore
che di vedere il suo eroe, «nato a cingersi la spada,» capovoltare
il «fondamento che natura» aveva posto in lui, e tentar, invano per
fortuna, di sfabbricare coll’insania delle parole il monumento di
gloria ch’egli aveva eretto a sè stesso colla virtù delle opere.