Nel 1836 l’America raccoglieva un oscuro marinaio e un disertore
proscritto; dopo undici anni ella restituiva all’Italia un ammiraglio
provetto, un capitano invitto, un eroe glorioso. In quegli undici anni
Garibaldi consacratosi alla causa di due Repubbliche, rappresentanti,
a’ suoi occhi, la causa stessa della libertà e della giustizia, aveva
per esse patita la tortura e toccata una ferita mortale; trionfato
d’un naufragio e additato un nuovo passaggio all’Oceano; costruito
flottiglie e organizzato legioni; fatta la corsa sui mari, sui fiumi
e guerreggiato a piedi ed a cavallo sui campi; sostenuto quattro
combattimenti navali e dodici terrestri; vinto, nella campagna di
Rio Grande, al Galpon de Chargucada, a Imeruy, sulle lagune di Santa
Caterina e di Los Patos, a Santa Vittoria ed a San Josè; e in quella
di Montevideo, a San Martin Garcia, a Nueva Cava, alle Tres Cruces,
alla Boyada, all’Hervidero, al Salto ed al Dayman; fronteggiato in
una ritirata d’oltre diciotto mesi un nemico soverchiante, e delusa
più volte la caccia di potenti crociere; capitanato per seicento leghe
una spedizione navale traverso un fiume seminato di batterie nemiche;
presa d’assalto una fortezza e diretta la difesa d’una piazza forte;
e sbaragliando sovente, emulando sempre i più famosi guerriglieri del
suo tempo, non lasciandosi nè insuperbire dalle fortune, nè abbattere
dai rovesci, inventando talvolta nuovi artificii e nuovi stratagemmi
di guerra, vincendo la forza coll’astuzia e colla prodezza il numero,
facendo umana, tra costumanze feroci, la guerra, avea reso temuto e
ammirando il suo nome agli stessi nemici, e risuscitato sui più lontani
lidi i ricordi del valore italiano.
Ciò non ostante le virtù del soldato e le vittorie del capitano sono
un nulla a paragone di quella virtù suprema, di quella vittoria che
mai, fino allora, gli fallì contro i più naturali istinti della natura
umana. Ond’è sotto questo rispetto che la frase tante volte ripetuta di
lui «uomo di Plutarco» diventa rigorosamente vera.
Entrato al servizio di Montevideo senza patteggiare nè per sè nè per la
sua Legione alcun salario, visse fin dal primo giorno, come l’ultimo
de’ suoi soldati, delle sole razioni militari. Ricevuta nel 1845 dal
generale Ribera l’offerta di vaste terre da dividersi fra lui e i suoi
legionari, le rifiuta a nome della Legione stessa, dicendo: «che tanto
egli, quanto i suoi compagni, chiedendo d’essere armati ed ammessi a
dividere i pericoli del campo coi figli di queste contrade, avevano
inteso d’ubbidire unicamente ai dettami della loro coscienza; che
avendo essi soddisfatto a ciò che essi riguardavano come un dovere,
essi continueranno da uomini liberi a soddisfarvi, dividendo, finchè
le necessità dell’assedio lo richiederanno, pane e pericoli coi loro
valenti compagni del presidio di questa metropoli, senza desiderare o
accettare rimunerazione o compenso delle loro fatiche.»
Promosso, col Decreto che abbiamo citato, al grado di Generale, non
gli parve aver fatto abbastanza per meritarlo, e con questa nobilissima
lettera, ch’egli scrisse al Ministro della guerra, vi rinunziò:
«Nella mia qualità di comandante in capo la Marina nazionale,
onorevole posto in cui piacque al Governo della Repubblica
collocarmi, nulla ho io fatto che merti la promozione a colonnello
maggiore (Generale). Come capo della Legione italiana quello che
posso aver meritato di ricompensa io lo dedico ai mutilati ed alle
famiglie dei morti della medesima. I benefizi non solo, ma gli
onori anche mi opprimerebbero l’animo, comprati con tanto sangue
italiano. Io non aveva seconde mire, quando fomentava l’entusiasmo
de’ miei concittadini in favore d’un popolo che la fatalità
lasciava in balía d’un tiranno; ed oggi smentirei me stesso
accettando la distinzione che la generosità del Governo vuole
impartirmi. La Legione mi ha trovato colonnello nell’esercito, come
tale mi accettò suo capo, e come tale la lascerò, una volta compíto
il voto che offerimmo al popolo orientale. Le fatiche, la gloria,
i rovesci che possono ancora toccare alla Legione, spero dividerli
con essa fino all’ultimo. Rendo infinite grazie al Governo, e
non accetto la mia promozione del Decreto 16 febbraio. La Legione
italiana accetta riconoscente la distinzione sublime che il Governo
le decretò il 1º marzo. Una sola cosa chiedono i miei uffiziali, la
Legione ed io, ed è questa: che siccome spontanea e indipendente fu
l’amministrazione economica, la formazione e la gerarchia del Corpo
fin dal suo principio, s’abbia a continuare sullo stesso piede, e
chiediamo quindi a V. E. compiacersi di annullare la promozione, di
cui tratta il Decreto del 16 febbraio relativamente agli individui
che appartengono alla Legione italiana.
Dio sia per molti anni con V. E.