GIUSEPPE GARIBALDI.»

Finalmente il generale Pacheco, rispondendo ai detrattori di

Montevideo,[94] abbracciava nella sua apologia anche il generale

Garibaldi, e faceva delle sue virtù private e civili, poichè delle

guerresche nessuno aveva dubitato, questa pittura: «Nel 1843 il signor

Francesco Angeli, uno fra i più rispettabili negozianti di Montevideo,

indirizzandosi al Ministro della guerra, facevagli sapere che nella

casa di Garibaldi, del capo della Legione italiana, del capo della

flotta nazionale, dell’uomo infine che dava ogni giorno la sua vita per

Montevideo, non si accendeva di notte il lume, perchè nella razione

del soldato, unica cosa sulla quale Garibaldi contasse per vivere,

non erano comprese le candele. Il Ministro mandò pel suo aiutante

di campo, G. M. Torres, cento _patacconi_ (500 lire) a Garibaldi, il

quale, ritenendo la metà di questa somma, restituì l’altra perchè fosse

recata alla casa di una vedova, che, secondo lui, ne aveva maggior

bisogno. Cinquanta _patacconi_ (250 lire), ecco l’unica somma che

Garibaldi ebbe dalla Repubblica. Mentre rimase tra noi, la sua famiglia

visse nella povertà; egli non fu mai calzato diversamente da’ soldati;

sovente i di lui amici dovettero ricorrere a sotterfugi per fargli

cambiare gli abiti già logori. Egli aveva amici tutti gli abitanti

di Montevideo; giammai vi fu uomo più di lui universalmente amato, ed

era questo ben naturale. Garibaldi, sempre primo a’ combattimenti, lo

era egualmente a raddolcire i mali della guerra. Quando recavasi negli

offici del Governo, era per domandare grazia per un cospiratore, o per

chiedere soccorsi in favore di qualche infelice: ed è all’intervento

di Garibaldi che il signor Michele Haedo, condannato dalle leggi della

Repubblica, dovè la vita. Nel 1844 un’orribile tempesta flagellava

la rada di Montevideo; eravi nel porto una goletta, che, perdute le

áncore, stava affidata con evidente pericolo all’unica che le rimaneva;

in quella goletta si trovavano le famiglie de’ signori Canil. Il

generale Garibaldi, informato del pericolo, s’imbarcò con sei uomini,

recando seco un’altra áncora, colla quale la goletta fu salva. A

Gualeguaychu fa prigioniero il colonnello Villagra, uno dei più feroci

capi del Rosas, e lo lascia in libertà, come anche gli altri di lui

compagni. Nella sua spedizione all’interno egli si distinse per molti

tratti di cavalleresca generosità, che anche al dì d’oggi formano

argomento di conversazione nel campo de’ due partiti.[95]»

Innanzi a queste testimonianze potrebbe la storia degnar d’uno

sguardo i miserabili libelli di pochi stranieri, e coll’onore d’una

confutazione superflua scavare i loro nomi dal perpetuo oblío in cui

sono sepolti?

Nel 1847 quando il nome di Garibaldi era quasi ignoto, e le sue gesta

malnote, e parlar di Garibaldi era un parlar d’Italia; era bello che la

voce intemerata di G. B. Cuneo schiacciasse, coll’argomento decisivo

dei documenti, i botoli che addentavano Garibaldi e la sua Legione

là appunto dove la loro corazza era più tersa e inattaccabile; ma ora

l’opera sarebbe affatto vana ed accademica.

Nel luglio 1849 Lord Howden nella Camera dei Pari di Londra faceva di

Garibaldi questo elogio ancora più eloquente:

«Il presidio di Montevideo era quasi tutto composto di Francesi e

d’Italiani, ed era comandato da un uomo, cui sono felice di poter

rendere testimonianza, che solo era disinteressato tra una folla

d’individui che non cercavano che il loro personale ingrandimento.

Intendo parlare di un uomo dotato di gran coraggio e di alto ingegno

militare, che ha il diritto alle vostre simpatie per gli avvenimenti

straordinari accaduti in Italia, del generale Garibaldi!»

Ora nessuno meglio di Lord Howden poteva parlare così; egli che, avendo

proposto a Garibaldi di sciogliere la Legione mediante un compenso in

danaro, si era sentito dire: «Gl’Italiani in Montevideo avere impugnate

le armi per difendere la causa della giustizia, e questa causa non

potersi abbandonare mai da uomini onorati.[96]»

Ed è qui la vera grandezza originale di Garibaldi. Egli nobilitò il

nome di soldato di ventura, elevò a missione il mestiere dell’armi,

creò il tipo del condottiero disinteressato, che va per il mondo,

paladino gratuito della causa della giustizia, senza nemmeno la

speranza di condurre in isposa, come i compagni d’Artù, la bella

principessa per cui ha dato il sangue, pago sin troppo di riportare

alla terra natía il fiero orgoglio delle alte imprese compiute,

ravvivato di quando in quando dal ricordo delle gloriose ferite.

Pure al Garibaldi che tornava in Italia manca un ultimo tratto, e

disgraziatamente è un’ombra. L’America era stata per lui un’eccellente

palestra per l’educazione militare, ma non fu, nè poteva essere, una

buona scuola d’instituzione politica. Non era certo fra un popolo di

passioni veementi, di fazioni perpetue, di rivoluzioni periodiche,

dove ogni _caudillo_ che si mettesse a capo d’una masnada di _gauchos_

poteva usurpare la dittatura, salvo ad essere a sua volta rovesciato

da un _caudillo_ più fortunato, che un giovane come Garibaldi poteva

formare la sua mente politica ed educarsi al culto della legge,

all’amore dell’ordine, al giusto concetto della libertà. Ingenuo,

fantasioso, inesperto, era naturale che il suo spirito ricevesse come

cera l’impronta del paese in cui aveva trovato un asilo ospitale,

di cui amava la pittoresca natura e la razza valorosa, con cui aveva

stretto sui campi di battaglia un patto indissolubile di fratellanza,

e dove infine aveva udito per la prima volta, non più susurrar

timidamente ne’ crocchi o nascostamente nelle congiure come in Italia,

ma gridar altamente, ma difendere apertamente colle armi que’ nomi

di patria, di libertà e d’indipendenza, che erano l’unico patrimonio

politico della sua mente e l’unica religione del suo cuore.

Trascorsa metà della vita in una consuetudine ininterrotta di corsari,

di soldati, di marinai e di pastori, senza ritemprarsi quasi mai

nel contatto d’una società più colta e più civile; portato da’ suoi

istinti selvatici, dalle sue abitudini marinaresche, dai suoi gusti

solitari, e soprattutto dal suo prepotente bisogno d’indipendenza, a

vagheggiare quei vasti deserti della Pampa che a lui ripetevano sulla

terra un’immagine dei deserti dell’Oceano, e ad ammirare, fors’anco ad

invidiare, la sorte dei suoi fieri abitatori; qual meraviglia che a’

suoi occhi il _gaucho_ rappresentasse il miglior tipo dell’uomo libero,

ed egli s’abituasse a poco a poco a pensare, a operare, a vestire

perfino come quella parte dell’umana famiglia in cui era cresciuto,

e che un giorno ne portasse seco in Europa non solo le idee e le

credenze, ma le costumanze e le foggie?!

[Illustrazione: CARTA DELL’URUGUAY]

Un _gaucho_ temprato da un innesto europeo e purificato da un alto

ideale umano; un Artigas, meno i puntigli e la vanità; un Ribera, più

il genio, il disinteresse e la fortuna: ecco il Garibaldi che l’America

rinviava in Italia, e che il tempo e la civiltà potranno, in qualche

parte, modificare, ma che resterà, ne’ suoi tratti caratteristici,

immutato.

Garibaldi, Vol. 1 (of 2) · 第 65 / 168 题