XIX.

Ma ormai i bei giorni di Montevideo sono passati. La città è piena di

fazioni, l’esercito di sedizioni, il Governo di rivalità; la difesa

si trascina innanzi languida e inonorata; i migliori, come il Sosa, il

Battle, l’Estaban, il Diaz, son morti o fuggiaschi; l’assedio dura per

la sola forza d’inerzia degli assedianti e degli assediati, e le sorti

della Repubblica pendono assai più dai negoziatori diplomatici, che

dalle battaglie e dalle armi.

Oltre di che un’altra patria, ben più cara e più sacra, richiama ed

attende Garibaldi; e se il suo braccio continua a combattere ancora per

la causa di Montevideo, la sua anima è altrove.

Il 1847 stava per finire; e ogni bastimento che da mesi approdasse

alla Plata, portava dal vecchio continente l’annunzio d’un avvenimento

importante.

Un nuovo Pontefice benediva l’Italia, perdonava ai ribelli, accoglieva

i proscritti e poneva in tutela della Croce la causa dei popoli.

Un fremito di vita nuova correva da un capo all’altro della Penisola;

i suoi popoli già ardivano squassar le catene in viso ai loro tiranni,

e chiedere ad alta voce quella libertà che avevano sino allora

sommessamente sospirata. In alcune città l’agitazione legale poneva

gli oppressori all’aspro bivio o d’incrudelire, o di cedere; in altre

le prime avvisaglie erano già cominciate, e il sangue era pegno di

conflitti maggiori. Ogni angolo d’Italia era un braciere di congiure,

e i Principi stessi, o sinceri o atterriti, promettevano riforme e

costituzioni; la Polonia, la Gallizia, l’Ungheria reclamavano dalle

antiche dinastie nuovi statuti sociali; la Francia, l’Austria, la

Germania stessa parevano alla vigilia d’una rivoluzione.

L’impressione che le novelle d’Italia facevano sull’animo di Garibaldi

è più facile immaginarla che descriverla. «La sua fisonomia (scrive

il Cuneo, che doveva vederlo ogni giorno) aveva preso un’espressione

nuova, i suoi modi erano divenuti più concitati; sovente ei s’arrestava

sopra pensieri, e gli sfuggiva un leggiero sorriso, come a chi attende

una lieta fortuna.» Pio IX soprattutto l’aveva esaltato; onde colto

dal farnetico comune per quel Pontefice, in cui la fantasia degli

Italiani s’era creata un novello Giulio II, s’accorda coll’Anzani a

indirizzargli, per mezzo di monsignor Bedini, nunzio apostolico in Rio

Janeiro, la seguente lettera:

«Illustrissimo e rispettabilissimo signore,

Dal momento in cui ci sono arrivate le prime nuove dell’esaltazione

del sovrano pontefice Pio IX e dell’amnistia che egli concesse

a’ poveri proscritti, noi abbiamo con attenzione e con sempre

crescente interesse seguite le orme che il capo supremo della

Chiesa imprime sulla via della gloria e della libertà. Le lodi, il

di cui eco arrivò sino a noi dall’altra parte del mare, il fremito

col quale l’Italia accoglie la convocazione dei deputati e vi

applaude, le saggie concessioni fatte alla stampa, l’istituzione

della guardia civica, l’impulso dato all’istruzione popolare e

all’industria, senza contare le tante sollecitudini tutte dirette

al miglioramento d’una nuova amministrazione, tutto infine ci

ha convinti che uscì finalmente dal seno della nostra patria

l’uomo, che comprendendo i bisogni del suo secolo aveva saputo,

secondo i precetti della nostra augusta Religione, sempre nuova,

sempre immortale, e senza derogare alla loro autorità, piegarsi

frattanto alle esigenze dei tempi. E sebbene tutti questi progressi

non avessero alcuna diretta influenza sopra di noi, gli abbiamo

nondimeno seguiti da lungi, accompagnando coi nostri applausi e

coi nostri voti l’accordo universale dell’Italia e di tutta la

Cristianità. Ma quando da pochi giorni apprendemmo l’attentato

sacrilego, col quale una fazione fomentata e sostenuta dallo

straniero, non ancora stanca dopo tanto tempo di straziare

la nostra povera patria, si propose di rovesciare l’ordine di

cose attualmente esistente, ci è sembrato che l’ammirazione e

l’entusiasmo per il Sovrano Pontefice fossero un troppo debole

tributo, e che un dovere più grande ci fosse imposto.

Noi che vi scriviamo, o illustrissimo e rispettabilissimo signore,

siamo di coloro, i quali, sempre animati dal medesimo pensiero che

ci ha fatto subire l’esilio, abbiamo prese a Montevideo le armi per

una causa che ci sembrò giusta, e riunite poche centinaia d’uomini

nostri compatriotti qua venuti colla speranza di trovarvi giorni

meno dolorosi di quelli che subivamo nella nostra patria.

Ora nei cinque anni dacchè dura l’assedio delle sue mura,

ciascuno di noi più o meno ha dovuto far prova più d’una volta di

rassegnazione e di coraggio; e grazie alla Provvidenza ed a quello

spirito antico, che infiamma ancora il nostro sangue italiano,

la nostra Legione ha avuto occasione di distinguersi; ed ogni

volta che questa occasione si è presentata, essa non ha lasciato

fuggirsela, di maniera che (io credo sia permesso dirlo senza

vanità) ha sul cammino dell’onore sorpassato tutti gli altri corpi

che erano suoi rivali e suoi emuli.

Adunque se oggi le braccia che hanno qualche uso delle armi sono

accette a Sua Santità, è superfluo il dire che più volentieri che

mai noi le consacreremo al servigio di colui, che fa tanto per la

patria e per la Chiesa.

Noi ci chiameremo adunque fortunati, se potremo venire in aiuto

dell’opera redentrice di Pio IX assieme a’ nostri compagni, a nome

dei quali ve ne facciamo parola, e noi non crederemo di pagarla

troppo cara con tutto il nostro sangue.

Se la vostra illustre e rispettabile signoria pensa che la nostra

offerta possa essere accetta al Sovrano Pontefice, che Ella la

deponga a’ piedi del suo trono.

Non è già la puerile pretensione che il nostro braccio sia

necessario che ce lo fa offrire; sappiamo benissimo che il trono

di san Pietro riposa su basi che non possono nè crollare, nè

confermare i soccorsi umani, e che di più il novello ordine di

cose conta numerosi difensori, i quali saprebbero vigorosamente

respingere le ingiuste aggressioni dei suoi nemici; ma poichè

l’opera deve essere repartita tra i buoni, e la dura fatica data ai

forti, fate a noi l’onore di contarci tra questi.

Attendendo, ringraziamo la Provvidenza d’aver preservato Sua

Santità dalle macchinazioni dei tristi, e facciamo voti ardenti

perchè le accordi lunghi anni per il bene della Cristianità e

dell’Italia.

Non ci resta più altro che pregar voi, illustre e venerabilissimo

signore, di perdonarci il disturbo che vi causiamo, e di ricevere

i sentimenti della nostra perfetta stima e del profondo rispetto,

con i quali noi ci professiamo della sua illustrissima e

rispettabilissima persona i più devoti servitori

G. GARIBALDI.

F. ANZANI.[90]»

La qual lettera, quando si pensi a quella specie di ubbriacatura

guelfa da cui le teste erano state prese nel 1848, e si ricordi che

il Mazzini stesso, pochi mesi dopo, ne scriveva direttamente al Papa

una consimile, non potrà parere strana ad alcuno. Essa, al contrario,

getta un raggio di più sul carattere di Garibaldi e ne rileva uno de’

tratti più espressivi. Dominato dall’idea fissa di fare l’Italia, unica

luce del suo cervello, unica fiamma del suo cuore, egli non conobbe

mai preferenza d’uomini o predilezione di parti; combattè a fianco

del Mazzini; combattè agli ordini di Napoleone e di Vittorio Emanuele;

avrebbe combattuto, diceva un giorno, «col demonio;» qual meraviglia

che egli fosse nel 1848 disposto a combattere sotto le insegne del

Vicario di Cristo? Franco condottiero della causa de’ popoli, era la

bandiera ch’egli guardava, non i capitani o gli alleati.

La lettera a Pio IX sarà il capostipite d’un interminabile epistolario;

ma chi vi frugherà dentro con senso di misericordia e intelletto

d’equità, troverà sempre sotto l’incondita congerie delle bizzarrie,

delle contraddizioni e delle volgarità la stessa schiettezza ingenua

di sentimenti, la stessa ignoranza bonaria della realtà, la stessa

credulità sconsiderata all’utopia, lo stesso concetto romanzesco ed

eroico della vita; ma altresì la stessa fiamma d’amor patrio, che

brilla, quasi gemma legata in similoro, nella prima lettera a Pio IX.

E a me non sembra strano che il nunzio Bedini ingannato, come tanti

altri, dalle mostre liberalesche del suo Signore, rispondesse ai due

patriotti per assicurarli, «che se la distanza di tutto un emisfero può

impedire di profittare di magnanime offerte, non ne sarà mai diminuito

il merito, nè menomata la soddisfazione nel riceverle;[91]» come non

deve punto stupire che egli nel 1849, prete, Legato nelle Romagne,

ministro d’un Pontefice che ripudiava ogni alleanza colla rivoluzione,

facesse bombardare dagli Austriaci la patriottica Bologna, divenisse

complice della fucilazione di Ugo Bassi e di Ciceruacchio, cercasse a

morte lo stesso Garibaldi. Pio IX aveva mutato, o se vuolsi, spiegato

meglio la sua politica, e il suo Legato la mutava o spiegava con lui, e

ben ingenui coloro che se ne maravigliano!

Garibaldi, Vol. 1 (of 2) · 第 61 / 168 题