Garibaldi restò ancora alcuni mesi al Salto, continuando a battagliare
colla flottiglia e colla Legione fino a che il Governo stesso lo
richiamò a Montevideo, dove ritornò difatti in sul cominciare di
settembre. Nella Banda Orientale però erano accaduti nel frattempo
dolorosi, ma importanti avvenimenti.
Il general Ribera, che era rientrato, pochi mesi prima, nella capitale,
si mette a capo, il 1º aprile 1846, d’una sedizione militare; assale
e rovescia il Governo e s’impadronisce del potere. Da quel giorno,
nota Garibaldi stesso, la guerra cessa d’essere nazionale, e diventa
una meschina lotta di fazioni personali che indeboliscono la difesa e
insanguinano la città, la quale di certo sarebbe caduta nelle mani del
Rosas, se la Francia e l’Inghilterra coi loro negoziati non avessero
ritardata la catastrofe. Nemmeno il governo del Ribera durò a lungo,
che ripreso dalla sua incurabile manía di capitanare eserciti in
rasa campagna e di dar battaglie, pochi giorni dopo la sua uscita da
Montevideo nel gennaio 1847, è nuovamente disfatto e per la seconda
volta forzato a riparare nel Brasile, da dove non ritorna più che uomo
privato ed impotente.
Ciò nonostante Garibaldi non s’era lasciato sfuggire occasione veruna
per rendere ancora alla Repubblica quanti servigi erano da lui, e col
disegno di secondare le operazioni del Ribera in campagna risaliva
con una nuova flottiglia e nuove truppe l’Uruguay fino a Las Vacas,
correva fino all’influente del Dajman; vi sbaragliava, il 20 maggio,
in un brillante combattimento di cavalleria le truppe riunite del
Lama e Vergara, luogotenenti del Gomez, spazzando per alcun tempo
d’ogni nemico tutto il territorio attorno al Salto; quando il generale
Pacheco, risalito, per la caduta del suo rivale, al potere, lo chiama
in Montevideo, e gli offre il comando della piazza.
Garibaldi però, a cui era parso eccessivo onore persino il grado
di Generale, avrebbe volontieri rifiutato l’arduo incarico, se
la deferenza al rispettato amico, e il desiderio di prestare fino
all’ultimo l’opera sua alla Repubblica, non l’avessero indotto a
sobbarcarsi ad un ufficio, in cui il cuore gli presagiva di non
incontrare che difficoltà ed amarezze. E non s’ingannò. Fin che
Garibaldi dava gratuitamente il sangue e la vita per la causa
orientale e s’accontentava dei secondi onori e dei posti subalterni,
era un fratello, era un eroe, e gli ambiziosi, anzichè adombrarsene,
potevano sperare di farsene sgabello e per la stessa degnazione con cui
l’onoravano ingrandire sè stessi; ma quando lo videro salire ai primi
onori ed occupare, anche forzato, quei posti, a cui essi avevano, forse
senza merito, agognato, non gli perdonarono più.
Il fratello divenne uno straniero, l’eroe un avventuriere, il vincitore
di Nueva Cava e di Sant’Antonio un inetto, tutta la congiura delle
piccole e grandi gelosie, dei pregiudizi locali, delle permalosità
spagnuole scoppiò contro di lui e lo costrinse a deporre l’ufficio.
Non prima però d’aver reso alla Repubblica un ultimo e segnalato
servigio. Ammutinatosi, forse per istigazione de’ suoi stessi nemici,
un reggimento di Negri, e nessuno dei capi osando affrontarlo per
rimetterlo all’obbedienza, «Rimanete adunque se avete paura,» esclamò
Garibaldi; e seguíto dal solo Sacchi si presenta a cavallo innanzi
al reggimento ribelle, penetra nelle sue file, lo arringa con alcune
di quelle toccanti e incisive parole che solo i grandi capitani sanno
trovare in simili occasioni, e lo riconduce al dovere.
Fu quello l’ultimo pericolo corso da Garibaldi a pro della Repubblica,
per cui aveva da sei anni combattuto.