«_DS_. — Gli uffiziali che erano con me e che rimasero feriti sono:
Cassana, Marrocchetti, Beruti, Ramorino, Saccarello minore, Sacchi,
Grafigna e Rodi.»
Ed ecco il:
«DECRETO.
Desiderando il Governo dimostrare la gratitudine della Patria ai
prodi che combatterono con tanto eroismo nei campi di Sant’Antonio
il giorno 8 del corrente; consultato il Consiglio di Stato,
decreta:
Art. I. Il signor generale Garibaldi, e tutti coloro che lo
accompagnarono in quella gloriosa giornata, sono benemeriti della
Repubblica.
Art. II. Nella bandiera della Legione italiana saranno inserite a
lettere d’oro, sulla parte superiore del Vesuvio, queste parole:
Gesta dell’8 febbraio del 1846, operate dalla Legione italiana agli
ordini di Garibaldi.
Art. III. I nomi di quelli che combatterono in quel giorno, dopo
la separazione della cavalleria, saranno inscritti in un quadro,
il quale si collocherà nella sala del Governo, rimpetto allo Stemma
nazionale, incominciando la lista col nome di quelli che morirono.
Art. IV. Le famiglie di questi, che abbiano diritto a una pensione,
la goderanno doppia.
Art. V. Si decreta a coloro che si trovarono in quel fatto, dopo
di esserne stata separata la cavalleria, uno scudo che porteranno
nel braccio sinistro, con questa iscrizione circondata d’alloro:
_Invincibili combatterono l’8 di febbraio del 1846._
Art. VI. Fino a tanto che un altro corpo dell’esercito non
s’illustri con un fatto d’arme simile a questo, la Legione italiana
sarà in ogni parata la diritta della nostra fanteria.
Art. VII. Il presente Decreto si consegnerà in copia autentica
alla Legione italiana, e si ripeterà nell’Ordine generale tutti gli
anniversari di questo combattimento.
Art. VIII. Il Ministro della guerra resta incaricato della
esecuzione e della parte regolamentare di questo Decreto, che sarà
presentato all’Assemblea de’ Notabili: si pubblicherà e inserirà
nel R. N.
SUAREZ. — JOSÈ DE BEJA. — SANTIAGO. — VASQUEZ. — FRANCISCO. — I.
MUGNOZ.[85]
Nè l’epico gesto esaltò soltanto gli Orientali; gli stranieri stessi,
quelli almeno il cui animo non era offuscato da odii partigiani, o
da miserabili invidie, gareggiarono nel celebrarlo. «Io vi felicito
(scriveva a Garibaldi stesso l’ammiraglio francese Lainé),[86] io vi
felicito, mio caro Generale, d’avere così potentemente contribuito
colla intelligente ed intrepida vostra condotta al compimento di fatti
d’arme, dei quali si sarebbero inorgogliti i soldati della grande
armata, che per un momento contenne tutta l’Europa. Io vi felicito in
egual modo per la semplicità e la modestia che rendono più cara la
lettura della relazione, in cui ci date i più minuti ragguagli d’un
fatto, del quale potreste senza timore attribuirvi tutto l’onore. Del
resto questa modestia vi ha cattivato le simpatie di persone atte
a meritamente apprezzare ciò che voi siete venuto operando da sei
mesi in qua, tra le quali noterò in primo luogo il nostro Ministro
plenipotenziario, che onora il vostro carattere, e nel quale avete un
caldo difensore soprattutto allorquando si tratta di scrivere a Parigi
coll’intento di distruggere le impressioni sfavorevoli, che ponno aver
fatto nascere alcuni articoli di giornali, redatti da persone poco use
a dire la verità anche quando raccontano dei fatti avvenuti sotto i
propri loro occhi.[87]»
Tosto infine che la notizia varcò il mare e giunse in Italia,
i patriotti se ne impadronirono come d’un annunzio di vittoria
nazionale, e il narrar la giornata del Salto, il decantarne i prodi,
il glorificarne il condottiero, divenne in un subito parte di quella
congiura di manifestazioni politiche, all’apparenza tutte letterarie
ed accademiche, colle quali gli Italiani si studiavano a ravvivare le
già accese scintille del patrio incendio, e punzecchiavano, non potendo
di meglio, con invisibili, ma tormentose trafitture la settemplice
maglia de’ loro oppressori. Così a Bologna il Felsineo dava un esteso
ragguaglio del fatto, e le Letture di famiglia di Torino, e il Diario
del Congresso scientifico italiano e altri giornali, lo riproducevano;
a Livorno G. B. Cuneo stampava nel Corriere Livornese[88] una serie
d’articoli per sbugiardare i calunniatori della Legione e celebrare le
virtù del suo capo.
A Firenze erano raccolti per cura del colonnello De Laugier, il futuro
eroe di Curtatone, i documenti relativi all’impresa di Garibaldi a
Montevideo, e in una pubblica radunanza era annunziato un libro che li
avrebbe distesamente narrati. Per tutta Italia infine si apriva, quasi
pubblicamente, una sottoscrizione per una spada d’onore al colonnello
Garibaldi, che era per incanto coperta di firme, e il giovine Bertoldi
incuorava con un inno al patriottico dono.
Chi sono quei fortissimi,
Che vinto il lungo assalto
D’un oste innumerevole
Entran festanti in Salto?
Per chi quel serto intrecciano?
Di chi parla quel cantico guerrier?
Itali sono, ed italo
È il Condottier dei forti;
Un giogo iniquo a frangere
Si sfidan mille morti,
Ogni terreno è patria,
Nessun popolo a noi vive stranier.
Chi ne’ tuoi chiusi oracoli
Può penetrar, gran Dio?
Tu dei più eletti spiriti
Vedovi il suol natío;
Tu lasci qui nell’ozio
Tanta gagliarda gioventù morir:
E va Gioberti, vindice
Dell’italo pensiero,
Ad erger su gli elvetici
Dirupi un trono al Vero;
È Garibaldi un fulmine
Che fa l’americane acque stupir.[89]