XV.

A tale essendo le cose nella capitale, giunse dalle campagne l’annunzio

di un irreparabile disastro.

L’esercito del Ribera, se tale poteva dirsi un’accozzaglia di uomini

e cavalli, accodata, come le orde barbariche, da interminabili file di

carri carichi di donne e di fanciulli, sorpreso dall’Urquiza ad India

Muerta era stato il 24 marzo 1845 completamente disfatto e costretto a

rifugiarsi co’ suoi laceri avanzi nel Brasile. Il colpo era fiero, ma

forse nelle sue conseguenze meno esiziale di quel che poteva temersi.

La battaglia d’India Muerta pose, è vero, tutte le campagne in balía

del Rosas e aperse all’Urquiza le vie della capitale; ma in compenso

paralizzò, almeno per qualche tempo, l’influenza del Ribera, produsse

il richiamo del Pacheco, ravvivò il semispento ardore dei Montevideani,

affrettò l’intervento delle Potenze straniere.

Per la sola presenza del Pacheco la difesa riprese l’antico vigore. Il

27 maggio 1845 era ordinata una nuova sortita contro l’ala nemica in

osservazione al Cerro; gli Oribeani caduti da un lato in una imboscata

della Legione italiana, assaliti dall’altro vigorosamente dalla

guarnigione, eran volti in precipitosa fuga, salvi soltanto da completa

disfatta pel propizio scoppiare d’un uragano che sospese la battaglia.

Garibaldi dal canto suo, che partecipava col Pacheco alla direzione

superiore della difesa, ideava altri colpi di mano col suo piccolo

naviglio, ed alcuni ne tentava. Un giorno proponeva d’imbarcare sulla

flottiglia la Legione, di sbarcare di notte a Buenos-Ayres e rapirvi il

Rosas; e se il Governo avesse consentito alla temeraria proposta, era

uomo da eseguirla. Spesse volte si trastullava a catturare, sotto gli

occhi dell’ammiraglio Brown, qualche legno mercantile, o ad inquietare

con assalti notturni la squadra nemica. Un mattino finalmente esce

a vele spiegate con tre de’ migliori suoi legni, e va a sfidare nel

suo ancoraggio la squadra del Rosas, composta di tre grossi navigli e

armata di quarantaquattro pezzi. L’annunzio dell’audace disfida mette

in moto tutta la popolazione di Montevideo; le terrazze delle case,

gli alberi dei bastimenti sono coperti di spettatori. Garibaldi è già

arrivato a portata de’ cannoni del nemico, e tutti attendono trepidi ed

impazienti il cominciare del navale duello, quando l’ammiraglio Brown

giudica più prudente voltare la prua e prendere il mare.

Ma nè questa, nè altre tali prodezze, nè le frequenti, ma piccole e

parziali fortune degli assediati avrebbero potuto salvare a lungo la

città dall’inevitabile caduta, se la Francia e l’Inghilterra non si

fossero decise ad intervenire a favore di Montevideo, intimando al

Rosas lo sgombro della Banda Orientale. E le obbligavano al passo

energico il sentimento dell’umanità e della giustizia; la perfidia

del Rosas, sfacciatamente fedifrago a tutti i patti promessi; la

cura dei molti interessi che i loro nazionali avevano sulla Plata; la

indipendenza della Repubblica orientale da esse medesime guarentita.

Non per questo il dittatore di Buenos-Ayres si lasciò intimidire.

Dopo aver traccheggiato due mesi deludendo uno dopo l’altro cinque

_ultimatum_, rispose infine che rifiutava ogni concessione, e

s’apparecchiò nuovamente a sostenere il suo potere coll’armi. Ed è

allora soltanto che la squadra anglo-francese, ricevuto l’ordine di

usare la forza, corre spazzando d’ogni nave argentina il Plata ed il

Paranà; sbaraglia la squadra del dittatore a Obligado e lo blocca nella

sua capitale (agosto 1845).

Ed è allora altresì che il Governo di Montevideo rinasce alla speranza

di poter riavere un esercito di campagna che lo aiuti a combattere gli

assedianti, e che trovando libero ormai l’Estuario da ogni nave nemica,

ordina a Garibaldi di risalire colla sua flottiglia e parte della

Legione la Plata e di entrare nell’Uruguay col doppio fine di ravvivare

l’insurrezione nei distretti, e di dar la mano ai dispersi avanzi

dell’esercito del Ribera rifugiati nel Brasile.

Garibaldi, lieto di tornare al suo doppio ufficio di capitano di

terra e di mare, mosse, senza indugiarsi, all’impresa. S’impadronì

facilmente, e senza colpo ferire, di Colonia, di Martin Garcia, di

Mercedes; passò intrepido sotto le batterie di Paysandu, respinse

un attacco del generale Lavalleja[81] all’Hervidero, sorprese

Gualeguaychu, dove catturò il famoso Millan suo torturatore; infine

arrivò al Salto, luogo forte sulla sinistra dell’Uruguay, distante

dodici leghe soltanto dalla frontiera brasiliana, il cui nome

corrisponde al nostro di _cateratta_, e dove il fiume perciò non è

più navigabile che alle piccole barche. Colà stabilì il suo quartier

generale, si fortificò, mandò avviso del suo arrivo ai rifugiati del

Brasile, scacciò dal Tapevi, affluente dell’Uruguay, le truppe del

Lavalleja, e si assicurò così i fianchi e le spalle; quindi (il 5

decembre 1845) assalito egli stesso al Salto dal generale Urquiza,

che spavaldamente andava dicendo di non aver di fronte che «cuori di

polli,» lo costrinse a dar le spalle vergognosamente e a ripassare

l’Uruguay pesto e malconcio.

Frattanto i rinforzi attesi andavano arrivando; il colonnello Baez

era già entrato nel Salto con duecento cavalli; il 7 febbraio 1846 il

generale montevideano, Anacleto Medina, spediva un messo a Garibaldi

per avvisarlo che il giorno susseguente si sarebbe riunito a lui

con circa cinquecento uomini di cavalleria, male armati e peggio

equipaggiati; richiedendolo nel tempo stesso di notizie sulle posizioni

e sulle forze del nemico e d’aiuti in caso di bisogno. Garibaldi mandò

a rispondere che all’indomani si sarebbe trovato con un rinforzo sulle

alture del Tapevi, presso il quale appunto il Medina doveva passare;

e come promise eseguì. Soltanto gli esploratori avendolo assicurato

che il nemico campeggiante ne’ dintorni del Tapevi non era più forte

di quattrocento uomini, stimò più che bastevole uscir con sole quattro

compagnie della Legione, e duecento cavalieri del Baez, lasciando il

resto sotto gli ordini dell’Anzani alla guardia del Salto.

E da questo punto comincia la prima fase di quella giornata di

Sant’Antonio, che fu la più gloriosa di quante la Legione italiana

abbia combattute; la sola che abbia riecheggiato in Europa; la prima

che abbia fatto sapere all’Italia, quasi disavvezza alle armi, che di

là dall’Oceano v’era una mano di fratelli italiani che sapeva ancora

trattarle, e cresceva un Capitano prodigioso serbato forse a rinnovare

nella terra nativa i miracoli che lo rendevano famoso sui campi

stranieri.

E poichè di tanti racconti letti od uditi dell’epico gesto, il più

schietto, il più semplice, il più compiuto insieme ci parve quello

fornitoci dal generale Sacchi, così affidiamo a lui, testimonio ed

attore del fatto, l’ufficio di celebrarlo.[82]

Garibaldi, Vol. 1 (of 2) · 第 56 / 168 题