XVI.

«Nella mattina, dalle 8 alle 9 e mezza, sortiva Garibaldi dal paese,

alla testa di circa centonovanta soldati italiani, divisi in quattro

piccole compagnie, e circa duecento cavalieri comandati dal colonnello

Baez che da pochi giorni s’era a noi riunito. Costeggiando la sinistra

dell’Uruguay un po’ prima delle 12, si arrivò alle alture del Tapevi,

fiancheggiati sempre dal nemico che fu tenuto in soggezione dalle

nostre catene di cacciatori.

La fanteria prese posizione sotto tettoie di paglia (_taperas_), che

altro vantaggio non ci offrivano fuorchè ripararci dai cocenti raggi

del sole; la cavalleria si spinse fino al Tapevi in esplorazione.

Una mezz’ora si passò senza nessuna dimostrazione ostile per parte

del nemico: ma questo da tempo covava un inganno e ci aveva tratti

nell’agguato, occultando accuratamente le sue forze nei boschi del

Tapevi per trarci all’aperta campagna onde ottener ciò che non gli

fu mai dato sotto la protezione della nostra batteria. La nostra

cavalleria fu attaccata da forze molto superiori e travolta verso la

parte nostra; Garibaldi precedeva tutti nella corsa, ed arrivato a

noi ci dirigeva queste parole: — I nemici son molti, ma per noi son

pochi ancora, non è vero? Italiani, questo sarà un giorno di gloria pel

nostro paese; non fate fuoco se non a bruciapelo! —

Grandi masse di cavalleria si avanzano intanto su di noi, e per poco

ci lusingammo di aver a fare con sola cavalleria; ma fummo ben presto

disingannati nel veder scender dalla groppa dei cavalli i fanti, ed

ordinarsi in numero di circa trecento: mille e più erano i cavalieri,

tutti sotto il comando del generale Servando Gomez. Le nostre piccole

compagnie furono ordinate in battaglia sotto le tettoie per trar

profitto di una scarica generale e caricar quindi alla baionetta; la

cavalleria si tenne pronta ad agire ove più occorresse. La fanteria

nemica ci assaliva di fronte; la cavalleria ci prendeva ai fianchi

ed alle spalle; ma quando la fanteria fu a trenta passi da noi,

l’accogliemmo con una scarica così concorde e aggiustata, che s’arrestò

di botto; e poichè anche il suo comandante era caduto da cavallo, lo

scompiglio del nemico crebbe a tal segno, che noi pensammo di trarne

profitto immediatamente. E ben n’era tempo, perchè anche la cavalleria

ci era sopra e pochi istanti di titubanza ci potevano riuscir fatali.

Dietro l’esempio e la voce di Garibaldi, ci scagliammo dunque sulla

fanteria impegnando una lotta corpo a corpo, che terminò colla quasi

totale distruzione sua. Ed anco la nostra cavalleria ci giovò in quel

frangente, divergendo da noi una parte delle truppe nemiche e caricando

forze tre volte superiori quando già stavan per piombare su noi; se non

che avviluppata dal numero fu costretta a cercar la propria salvezza

nella velocità dei cavalli, e così restammo soli sul campo! Diciassette

soltanto preferirono divider le nostre sorti; voltata la briglia,

s’apersero un cammino fra il nemico, e lasciando i cavalli vennero a

combattere con noi; il restante continuò la sua rapida corsa verso il

paese, traendo dietro a sè un buon nucleo di forza che gli inseguiva

facendone macello. Fu un bene per noi la diversione di una parte delle

forze nemiche nel momento più critico, sebbene l’abbandono dei nostri

cavalieri ci abbia grandemente addolorati.

Troppo lungo sarebbe l’enumerare tutte le valorose azioni individuali,

di cui fecero mostra gl’Italiani in quel giorno; la lotta colla

fanteria durò circa venti minuti e pochi fanti nemici scamparono alla

morte. Era dolorosa necessità il dovere uccidere solo per scemare il

numero dei nemici, ma la nostra salvezza dipendeva dalla distruzione

della fanteria; altra speranza per noi non vi era, avendosi a che fare

con un nemico che non dava quartiere. L’anima di Garibaldi era trasfusa

in tutti noi; ove appariva Garibaldi si centuplicavano le nostre forze,

ed egli era dappertutto; in tutti i gruppi la sua voce confortatrice,

il suo esempio rincoravano, rianimavano quasi gli estinti, perchè furon

veduti giovani, coperti di otto o dieci ferite da taglio, combattere

senza posa quasi fossero ancora sani e robusti, e spirare appena

terminata la lotta.

La cavalleria nemica fu spettatrice della distruzione della propria

fanteria, senza potervi porre riparo; i suoi ripetuti assalti

furono sempre respinti dai nostri, che in un attimo si aggruppavano

ed obbligavano interi squadroni a dar volta, lasciando il terreno

seminato di cadaveri. Fra i tanti un solo esempio citerò di valore

pressochè feroce, di cui fui testimonio. Un trombetto, giovane appena

di quindici anni, piccolo, tarchiato, rosso di capelli, che durante

il combattimento ci aveva continuamente animato coi suoni della sua

cornetta, fu da un cavaliere nemico ferito di vari colpi di lancia.

Allora gittar la cornetta, sguainare il coltello e avventarsi contro

il feritore fu un punto. Indarno questi tentava liberarsene spingendo

a carriera il cavallo; il prode trombetto, avviticchiato alla gamba

destra del suo nemico, l’andava percotendo con furiosi colpi di

coltello; fino a che lo vidi io stesso abbandonar la sua preda e cader

col capo spaccato da un fendente. Nel tempo stesso però il cavaliere

precipitava a sua volta trapassato da una palla de’ nostri; ed

esaminandone dopo il combattimento il cadavere gli trovai io stesso la

gamba lacerata da parecchie pugnalate, e coll’impronta dei denti del

giovinetto.

Distrutta la fanteria, restammo padroni del campo; il nemico si ritirò

a rispettosa distanza atterrito dalla nostra difesa; non abbandonò

però il pensiero di considerarci come cosa sua, e dispose tutta la sua

cavalleria, una metà della quale era armata di carabina, all’intorno

del nostro campo, sicuro che la fame e la mancanza di munizioni

ci avrebbero costretti alla resa! Cessato il combattere, emozioni

ben diverse dalle già provate subentravano nel nostro animo! In un

ristretto spazio di terreno giaceva una quantità di corpi estinti od

agonizzanti, amici e nemici confusi in uno! Ci straziava l’animo la

voce degli agonizzanti che chiedevan acqua e non se ne aveva una sola

goccia. E questo bisogno era sentito da tutti; a tutti la febbre,

prodotta dall’agitazione del combattere e dai cocentissimi raggi del

sole, ardeva le viscere; per una goccia d’acqua molti avrebbero data

la vita; basti che alcuni supplirono alla mancanza bevendo le orine che

raccoglievano nelle scarpe.

La nostra posizione era ben critica: scemati di numero; feriti la

maggior parte dei superstiti; circondati da un nemico imponente e

minaccioso; la nostra energia era pressochè esaurita. In molti dei

nostri alla forza d’animo mostrata nel combattimento era subentrata

un’apatica noncuranza per tutto ciò che accadeva loro d’attorno;

parecchi si gettavano al suolo nella speranza di non più rialzarsi....

guai a noi se il nemico ci avesse attaccati un’altra volta in quei

momenti! La grandezza d’animo di Garibaldi rifulse in quell’occasione

di tutta la sua più pura luce! Per lui si operarono prodigi

combattendo; a lui era serbato rialzare gli animi abbattuti dopo il

combattimento, e vi riescì. Colla solita sua facondia amorevole ed

insinuatrice, ci fece un quadro della nostra situazione; ci persuase

di quanto allora più che mai era necessario, il conservare la fortezza

d’animo che ci aveva animati dapprima onde uscire dalla scabrosa

posizione; parlò della certezza di una ritirata appena potesse essere

protetta dall’oscurità; della gloria che ne ridondava all’Italia ed

a noi pei fatti di quel giorno; finalmente tanto disse, che tutti si

sentirono un’altra volta animati dall’alito di quell’uomo, a cui i

destini serbano per certo le più grandi azioni a pro del suo paese!

Con mucchi di cadaveri d’uomini e cavalli si formò una trincera di

riparo alle moleste palle del nemico, ed in quella posizione si attese

la notte, usufruttuando il tempo a sollevare e curare, per quanto ci

fu possibile, i nostri feriti; ed alle bende e filaccie supplirono le

nostre camicie! Si parlò a lungo dei fatti della giornata, e qualche

volta la voce di Garibaldi intuonava l’inno nazionale uruguaiano, a cui

facevano eco le voci di tutti, non esclusi i feriti.[83]

Era tanto il terrore del nemico, che i suoi capi non riuscirono

a condurlo all’attacco una seconda volta, sebbene lo tentassero

ripetutamente. Più volte vedemmo radunarsi gli squadroni e muover verso

di noi; ma al primo nostro fuoco dar volta, non ostante la voce dei

loro capi e le piattonate che loro piovevano sulle spalle.

Il nemico tentò pure di farci accettare un parlamentario, ma non ci

riuscì.... ci avrebbe portate condizioni di resa, e di renderci non

ne volevamo sapere. A un certo punto un cavaliere nemico ben montato

si spinse audacemente fin presso il nostro campo, e passando come il

fulmine fra l’una e l’altra tettoia da noi occupata tentò gettarvi un

tizzone acceso per incendiarla. Il colpo gli fallì; ma l’audace ebbe

salva la vita soltanto per la generosità di Garibaldi, che gridò a noi:

_Non fate fuoco su quel bravo_.

Dal canto nostro si economizzava la munizione per la ritirata e non si

faceva fuoco che a colpo sicuro. Le ore di aspettazione furono secoli,

principalmente pei poveri feriti; ma finalmente venne la desiderata

oscurità; taluni de’ nostri inviati, strisciando sul terreno, verso il

nemico, ritornarono col grato avviso che solo alcune vedette rimanevano

a cavallo, e che il rimanente se ne stava coi cavalli a pascolo:

bisogno a cui non avevan potuto attendere in tutto il giorno. Ad un

miglio circa da noi avevamo il bosco che costeggia l’Uruguay, porto di

salute al quale tante volte nel giorno avevamo rivolti gli occhi e che

l’indolenza o l’ignoranza del nemico, sicuro ormai della sua preda, ci

lasciava aperto.

In gran silenzio si formò una piccola colonna; i feriti atti a

camminare nel mezzo, gl’impotenti sulle spalle, meno due che, doloroso

il dirlo, dovemmo abbandonare agonizzanti ed impotenti affatto ad

essere trasportati!... Ad un dato segnale si partì compatti, a passo

accelerato, decisi a tutto; presimo la direzione del bosco e passammo

silenziosi in mezzo al nemico, che stupefatto del nostro ordine, senza

opporre resistenza, ci lasciò libero il varco, e prima ch’egli si

fosse riavuto, avesse messo le briglie a’ cavalli, e si fosse posto

a inseguirci, noi avevamo già guadagnato il bosco. Una truppa meno

affezionata al suo capo, meno agguerrita, dopo una giornata così

disastrosa, arsa dalla sete, si sarebbe sbandata appena giunta al

bosco, cercando la propria salvezza individuale ed il soddisfacimento

di quel possente bisogno che fu il nostro martirio in tutta la

giornata; poche parole che Garibaldi preventivamente ci aveva diretto

ovviarono a quello inconveniente; nessuno si sbandò, nessuno corse a

dissetarsi al fiume, bensì, ubbidienti all’ordine, tutti si gettarono a

terra distesi in una lunga catena e in attesa, silenziosi, del nemico,

che non molto si fece attendere. Il suono delle sue trombe ci avvisò

del suo avvicinarsi, e poco stante comparvero i suoi squadroni, che

noi, silenziosi sempre e nascosti, attendemmo fino alla distanza di

venti passi circa per indi salutarli con una salva che li colpì nel più

fitto e riescì micidialissima, mettendoli in scompiglio e persuadendoli

a dar volta a briglia sciolta!

Un grido di Garibaldi allora ci avvisò che era tempo di bere!

Soddisfatta la sete, riprendemmo la ritirata verso il Salto, parte

seguendo la riva del fiume, altri il bosco. Il nemico ci molestò fino

quasi all’entrata del paese, ma i suoi tiri non ci cagionarono più

alcuna perdita. A poca distanza dal Salto, al passo di un guado che a

causa della sua strettezza dovevasi eseguire a uno a uno, incontrammo

il bravo Anzani, nostro tenente-colonnello e comandante la Legione

italiana, che ci era venuto incontro fino a quel luogo onde poterci

abbracciare tutti. Or due parole su questo bravo: egli era rimasto nel

Salto a causa di una piaga in una gamba; con lui eran pure rimasti

pochi de’ nostri ammalati e dodici uomini di guardia alla batteria,

unica difesa del forte! Il nemico, inseguendo la nostra cavalleria sin

entro il paese, intimò all’Anzani la resa della batteria annunciandogli

la morte e la prigionia di noi tutti, compreso Garibaldi, ed offrendo

salva la vita a lui ed ai suoi. L’Anzani rispose da forte qual’era:

disse che avrebbe difesa la posizione fino all’estremo; che avanzavagli

abbastanza polvere per farlo, e che avrebbe fatto saltare la batteria

in uno coi suoi compagni prima di arrendersi; pertanto aspettava

l’attacco! Il nemico non credè conveniente cimentarsi a quell’impresa,

e così l’Anzani salvò a noi la ritirata, procacciò all’Italia una nuova

gloria, e ben altre prove a favore del suo paese avrebbe dato, se una

morte immatura non lo avesse colpito mentre poneva il piede sul suolo

d’Italia!

Nella notte poi entrarono nel paese i cinquecento del generale Medina,

che per incidenti diversi non aveva potuto operare la sua congiunzione

in tempo utile. Quantunque tutta la sua gente fosse disarmata, il

nemico demoralizzato dai fatti del giorno non lo molestò menomamente.

Gli abitanti del paese presero amorevole cura dei nostri feriti. La

nostra perdita ammontò a quarantatrè morti, dei quali trentasette

sul campo di battaglia e sei in conseguenza delle ferite; del

rimanente pochi furono gli illesi da ferite: la perdita del nemico

fu di cinquecento uomini e più fra morti e feriti; nei primi diversi

ufficiali superiori! Appena seppimo libera dal nemico la campagna,

sortimmo a raccogliere i corpi dei nostri fratelli e li deponemmo

in una fossa all’uopo preparata poco lungi dallo stesso terreno ove

caddero valorosamente pugnando: un’alta croce colla modesta iscrizione:

— _Trentasette Italiani — morti combattendo — l’8 febbraio 1846_ —

indica il luogo ove quei valorosi riposano per sempre!»

Garibaldi, Vol. 1 (of 2) · 第 57 / 168 题