«Nella mattina, dalle 8 alle 9 e mezza, sortiva Garibaldi dal paese,
alla testa di circa centonovanta soldati italiani, divisi in quattro
piccole compagnie, e circa duecento cavalieri comandati dal colonnello
Baez che da pochi giorni s’era a noi riunito. Costeggiando la sinistra
dell’Uruguay un po’ prima delle 12, si arrivò alle alture del Tapevi,
fiancheggiati sempre dal nemico che fu tenuto in soggezione dalle
nostre catene di cacciatori.
La fanteria prese posizione sotto tettoie di paglia (_taperas_), che
altro vantaggio non ci offrivano fuorchè ripararci dai cocenti raggi
del sole; la cavalleria si spinse fino al Tapevi in esplorazione.
Una mezz’ora si passò senza nessuna dimostrazione ostile per parte
del nemico: ma questo da tempo covava un inganno e ci aveva tratti
nell’agguato, occultando accuratamente le sue forze nei boschi del
Tapevi per trarci all’aperta campagna onde ottener ciò che non gli
fu mai dato sotto la protezione della nostra batteria. La nostra
cavalleria fu attaccata da forze molto superiori e travolta verso la
parte nostra; Garibaldi precedeva tutti nella corsa, ed arrivato a
noi ci dirigeva queste parole: — I nemici son molti, ma per noi son
pochi ancora, non è vero? Italiani, questo sarà un giorno di gloria pel
nostro paese; non fate fuoco se non a bruciapelo! —
Grandi masse di cavalleria si avanzano intanto su di noi, e per poco
ci lusingammo di aver a fare con sola cavalleria; ma fummo ben presto
disingannati nel veder scender dalla groppa dei cavalli i fanti, ed
ordinarsi in numero di circa trecento: mille e più erano i cavalieri,
tutti sotto il comando del generale Servando Gomez. Le nostre piccole
compagnie furono ordinate in battaglia sotto le tettoie per trar
profitto di una scarica generale e caricar quindi alla baionetta; la
cavalleria si tenne pronta ad agire ove più occorresse. La fanteria
nemica ci assaliva di fronte; la cavalleria ci prendeva ai fianchi
ed alle spalle; ma quando la fanteria fu a trenta passi da noi,
l’accogliemmo con una scarica così concorde e aggiustata, che s’arrestò
di botto; e poichè anche il suo comandante era caduto da cavallo, lo
scompiglio del nemico crebbe a tal segno, che noi pensammo di trarne
profitto immediatamente. E ben n’era tempo, perchè anche la cavalleria
ci era sopra e pochi istanti di titubanza ci potevano riuscir fatali.
Dietro l’esempio e la voce di Garibaldi, ci scagliammo dunque sulla
fanteria impegnando una lotta corpo a corpo, che terminò colla quasi
totale distruzione sua. Ed anco la nostra cavalleria ci giovò in quel
frangente, divergendo da noi una parte delle truppe nemiche e caricando
forze tre volte superiori quando già stavan per piombare su noi; se non
che avviluppata dal numero fu costretta a cercar la propria salvezza
nella velocità dei cavalli, e così restammo soli sul campo! Diciassette
soltanto preferirono divider le nostre sorti; voltata la briglia,
s’apersero un cammino fra il nemico, e lasciando i cavalli vennero a
combattere con noi; il restante continuò la sua rapida corsa verso il
paese, traendo dietro a sè un buon nucleo di forza che gli inseguiva
facendone macello. Fu un bene per noi la diversione di una parte delle
forze nemiche nel momento più critico, sebbene l’abbandono dei nostri
cavalieri ci abbia grandemente addolorati.
Troppo lungo sarebbe l’enumerare tutte le valorose azioni individuali,
di cui fecero mostra gl’Italiani in quel giorno; la lotta colla
fanteria durò circa venti minuti e pochi fanti nemici scamparono alla
morte. Era dolorosa necessità il dovere uccidere solo per scemare il
numero dei nemici, ma la nostra salvezza dipendeva dalla distruzione
della fanteria; altra speranza per noi non vi era, avendosi a che fare
con un nemico che non dava quartiere. L’anima di Garibaldi era trasfusa
in tutti noi; ove appariva Garibaldi si centuplicavano le nostre forze,
ed egli era dappertutto; in tutti i gruppi la sua voce confortatrice,
il suo esempio rincoravano, rianimavano quasi gli estinti, perchè furon
veduti giovani, coperti di otto o dieci ferite da taglio, combattere
senza posa quasi fossero ancora sani e robusti, e spirare appena
terminata la lotta.
La cavalleria nemica fu spettatrice della distruzione della propria
fanteria, senza potervi porre riparo; i suoi ripetuti assalti
furono sempre respinti dai nostri, che in un attimo si aggruppavano
ed obbligavano interi squadroni a dar volta, lasciando il terreno
seminato di cadaveri. Fra i tanti un solo esempio citerò di valore
pressochè feroce, di cui fui testimonio. Un trombetto, giovane appena
di quindici anni, piccolo, tarchiato, rosso di capelli, che durante
il combattimento ci aveva continuamente animato coi suoni della sua
cornetta, fu da un cavaliere nemico ferito di vari colpi di lancia.
Allora gittar la cornetta, sguainare il coltello e avventarsi contro
il feritore fu un punto. Indarno questi tentava liberarsene spingendo
a carriera il cavallo; il prode trombetto, avviticchiato alla gamba
destra del suo nemico, l’andava percotendo con furiosi colpi di
coltello; fino a che lo vidi io stesso abbandonar la sua preda e cader
col capo spaccato da un fendente. Nel tempo stesso però il cavaliere
precipitava a sua volta trapassato da una palla de’ nostri; ed
esaminandone dopo il combattimento il cadavere gli trovai io stesso la
gamba lacerata da parecchie pugnalate, e coll’impronta dei denti del
giovinetto.
Distrutta la fanteria, restammo padroni del campo; il nemico si ritirò
a rispettosa distanza atterrito dalla nostra difesa; non abbandonò
però il pensiero di considerarci come cosa sua, e dispose tutta la sua
cavalleria, una metà della quale era armata di carabina, all’intorno
del nostro campo, sicuro che la fame e la mancanza di munizioni
ci avrebbero costretti alla resa! Cessato il combattere, emozioni
ben diverse dalle già provate subentravano nel nostro animo! In un
ristretto spazio di terreno giaceva una quantità di corpi estinti od
agonizzanti, amici e nemici confusi in uno! Ci straziava l’animo la
voce degli agonizzanti che chiedevan acqua e non se ne aveva una sola
goccia. E questo bisogno era sentito da tutti; a tutti la febbre,
prodotta dall’agitazione del combattere e dai cocentissimi raggi del
sole, ardeva le viscere; per una goccia d’acqua molti avrebbero data
la vita; basti che alcuni supplirono alla mancanza bevendo le orine che
raccoglievano nelle scarpe.
La nostra posizione era ben critica: scemati di numero; feriti la
maggior parte dei superstiti; circondati da un nemico imponente e
minaccioso; la nostra energia era pressochè esaurita. In molti dei
nostri alla forza d’animo mostrata nel combattimento era subentrata
un’apatica noncuranza per tutto ciò che accadeva loro d’attorno;
parecchi si gettavano al suolo nella speranza di non più rialzarsi....
guai a noi se il nemico ci avesse attaccati un’altra volta in quei
momenti! La grandezza d’animo di Garibaldi rifulse in quell’occasione
di tutta la sua più pura luce! Per lui si operarono prodigi
combattendo; a lui era serbato rialzare gli animi abbattuti dopo il
combattimento, e vi riescì. Colla solita sua facondia amorevole ed
insinuatrice, ci fece un quadro della nostra situazione; ci persuase
di quanto allora più che mai era necessario, il conservare la fortezza
d’animo che ci aveva animati dapprima onde uscire dalla scabrosa
posizione; parlò della certezza di una ritirata appena potesse essere
protetta dall’oscurità; della gloria che ne ridondava all’Italia ed
a noi pei fatti di quel giorno; finalmente tanto disse, che tutti si
sentirono un’altra volta animati dall’alito di quell’uomo, a cui i
destini serbano per certo le più grandi azioni a pro del suo paese!
Con mucchi di cadaveri d’uomini e cavalli si formò una trincera di
riparo alle moleste palle del nemico, ed in quella posizione si attese
la notte, usufruttuando il tempo a sollevare e curare, per quanto ci
fu possibile, i nostri feriti; ed alle bende e filaccie supplirono le
nostre camicie! Si parlò a lungo dei fatti della giornata, e qualche
volta la voce di Garibaldi intuonava l’inno nazionale uruguaiano, a cui
facevano eco le voci di tutti, non esclusi i feriti.[83]
Era tanto il terrore del nemico, che i suoi capi non riuscirono
a condurlo all’attacco una seconda volta, sebbene lo tentassero
ripetutamente. Più volte vedemmo radunarsi gli squadroni e muover verso
di noi; ma al primo nostro fuoco dar volta, non ostante la voce dei
loro capi e le piattonate che loro piovevano sulle spalle.
Il nemico tentò pure di farci accettare un parlamentario, ma non ci
riuscì.... ci avrebbe portate condizioni di resa, e di renderci non
ne volevamo sapere. A un certo punto un cavaliere nemico ben montato
si spinse audacemente fin presso il nostro campo, e passando come il
fulmine fra l’una e l’altra tettoia da noi occupata tentò gettarvi un
tizzone acceso per incendiarla. Il colpo gli fallì; ma l’audace ebbe
salva la vita soltanto per la generosità di Garibaldi, che gridò a noi:
_Non fate fuoco su quel bravo_.
Dal canto nostro si economizzava la munizione per la ritirata e non si
faceva fuoco che a colpo sicuro. Le ore di aspettazione furono secoli,
principalmente pei poveri feriti; ma finalmente venne la desiderata
oscurità; taluni de’ nostri inviati, strisciando sul terreno, verso il
nemico, ritornarono col grato avviso che solo alcune vedette rimanevano
a cavallo, e che il rimanente se ne stava coi cavalli a pascolo:
bisogno a cui non avevan potuto attendere in tutto il giorno. Ad un
miglio circa da noi avevamo il bosco che costeggia l’Uruguay, porto di
salute al quale tante volte nel giorno avevamo rivolti gli occhi e che
l’indolenza o l’ignoranza del nemico, sicuro ormai della sua preda, ci
lasciava aperto.
In gran silenzio si formò una piccola colonna; i feriti atti a
camminare nel mezzo, gl’impotenti sulle spalle, meno due che, doloroso
il dirlo, dovemmo abbandonare agonizzanti ed impotenti affatto ad
essere trasportati!... Ad un dato segnale si partì compatti, a passo
accelerato, decisi a tutto; presimo la direzione del bosco e passammo
silenziosi in mezzo al nemico, che stupefatto del nostro ordine, senza
opporre resistenza, ci lasciò libero il varco, e prima ch’egli si
fosse riavuto, avesse messo le briglie a’ cavalli, e si fosse posto
a inseguirci, noi avevamo già guadagnato il bosco. Una truppa meno
affezionata al suo capo, meno agguerrita, dopo una giornata così
disastrosa, arsa dalla sete, si sarebbe sbandata appena giunta al
bosco, cercando la propria salvezza individuale ed il soddisfacimento
di quel possente bisogno che fu il nostro martirio in tutta la
giornata; poche parole che Garibaldi preventivamente ci aveva diretto
ovviarono a quello inconveniente; nessuno si sbandò, nessuno corse a
dissetarsi al fiume, bensì, ubbidienti all’ordine, tutti si gettarono a
terra distesi in una lunga catena e in attesa, silenziosi, del nemico,
che non molto si fece attendere. Il suono delle sue trombe ci avvisò
del suo avvicinarsi, e poco stante comparvero i suoi squadroni, che
noi, silenziosi sempre e nascosti, attendemmo fino alla distanza di
venti passi circa per indi salutarli con una salva che li colpì nel più
fitto e riescì micidialissima, mettendoli in scompiglio e persuadendoli
a dar volta a briglia sciolta!
Un grido di Garibaldi allora ci avvisò che era tempo di bere!
Soddisfatta la sete, riprendemmo la ritirata verso il Salto, parte
seguendo la riva del fiume, altri il bosco. Il nemico ci molestò fino
quasi all’entrata del paese, ma i suoi tiri non ci cagionarono più
alcuna perdita. A poca distanza dal Salto, al passo di un guado che a
causa della sua strettezza dovevasi eseguire a uno a uno, incontrammo
il bravo Anzani, nostro tenente-colonnello e comandante la Legione
italiana, che ci era venuto incontro fino a quel luogo onde poterci
abbracciare tutti. Or due parole su questo bravo: egli era rimasto nel
Salto a causa di una piaga in una gamba; con lui eran pure rimasti
pochi de’ nostri ammalati e dodici uomini di guardia alla batteria,
unica difesa del forte! Il nemico, inseguendo la nostra cavalleria sin
entro il paese, intimò all’Anzani la resa della batteria annunciandogli
la morte e la prigionia di noi tutti, compreso Garibaldi, ed offrendo
salva la vita a lui ed ai suoi. L’Anzani rispose da forte qual’era:
disse che avrebbe difesa la posizione fino all’estremo; che avanzavagli
abbastanza polvere per farlo, e che avrebbe fatto saltare la batteria
in uno coi suoi compagni prima di arrendersi; pertanto aspettava
l’attacco! Il nemico non credè conveniente cimentarsi a quell’impresa,
e così l’Anzani salvò a noi la ritirata, procacciò all’Italia una nuova
gloria, e ben altre prove a favore del suo paese avrebbe dato, se una
morte immatura non lo avesse colpito mentre poneva il piede sul suolo
d’Italia!
Nella notte poi entrarono nel paese i cinquecento del generale Medina,
che per incidenti diversi non aveva potuto operare la sua congiunzione
in tempo utile. Quantunque tutta la sua gente fosse disarmata, il
nemico demoralizzato dai fatti del giorno non lo molestò menomamente.
Gli abitanti del paese presero amorevole cura dei nostri feriti. La
nostra perdita ammontò a quarantatrè morti, dei quali trentasette
sul campo di battaglia e sei in conseguenza delle ferite; del
rimanente pochi furono gli illesi da ferite: la perdita del nemico
fu di cinquecento uomini e più fra morti e feriti; nei primi diversi
ufficiali superiori! Appena seppimo libera dal nemico la campagna,
sortimmo a raccogliere i corpi dei nostri fratelli e li deponemmo
in una fossa all’uopo preparata poco lungi dallo stesso terreno ove
caddero valorosamente pugnando: un’alta croce colla modesta iscrizione:
— _Trentasette Italiani — morti combattendo — l’8 febbraio 1846_ —
indica il luogo ove quei valorosi riposano per sempre!»