X.

Prima però di partire per la rischiatissima impresa volle adempire ad

un dovere e sciogliere un voto: consacrare solennemente le sue nozze

colla donna che gli era stata sposa fino a quel giorno soltanto innanzi

al Dio del suo amore. Infatti il 26 marzo 1842 nella chiesa, ora

distrutta, di San Francisco d’Assisi in Montevideo, Giuseppe Garibaldi

di Nizza e Anita Ribeira de Silva di Laguna si unirono col vincolo

del matrimonio ecclesiastico: l’unico legittimo nell’Uruguay, dove

il civile, non esisteva ancora.[73] Del rimanente pochi i testimoni,

nessuna la pompa; ma poichè sembra che Garibaldi non possa far nulla

al mondo, nemmeno la comunissima cosa del matrimonio senza singolarità,

ecco un aneddoto de’ suoi sponsali che merita essere ricordato.

Quantunque colonnello della Repubblica uruguayana, Garibaldi non

riscuoteva altro stipendio che la razione de’ viveri del soldato;

ond’eran mesi che egli non vedeva la croce d’un quattrino, e Anita

quanto lui. Siccome però nessuna Chiesa ha mai prestato il servizio

divino senza salario (i Pagani lo chiamavano l’olocausto, i Cristiani

lo dicono tassa; ma il loro Dio non fu mai gratuito); così anche il

curato di San Francisco, fedele alla massima del chi serve all’altare

vive dell’altare, dichiarò nettamente ai promessi sposi che: niente

quattrini, niente sacramento.

Ora che viso facesse il nostro eroe a quella pretesa, nessuno lo sa;

probabilmente pensò a modo suo, che la divina natura prescrivendo i

connubii non aveva accompagnato il precetto d’alcuna gabella; comunque,

certo è che, se volle sposare, dovette levarsi di tasca l’orologio

d’argento, ultimo scampolo d’un lungo naufragio, e consegnarlo al degno

Ministro di Cristo in pagamento della sua benedizione.

E fu così che Garibaldi conquistò il diritto di dare il suo nome

alla madre de’ suoi figli. Il modesto orologio d’argento fu l’unico

regalo di nozze d’Anita: ma quanta ricchezza d’amore nel sacrificio di

quell’umile arnese; quante illustri spose, trafficate come merce nanti

notaro, avrebbero preferito, alle splendide gemme della loro cesta

nuziale, quel povero pegno del bandito Nizzardo!

Ma l’ora d’imbarcarsi era suonata; e Garibaldi non ne attese

il rintocco. Preso il comando egli stesso della _Constitucion_,

accompagnato dal _Procida_ e dal _Pereira_, salpa verso i primi di

luglio da Montevideo e arriva senza intoppo presso a Martin Garcia;

costretto dal solo canale navigabile a passare sotto alle sue batterie,

ne patisce per più ore il fuoco micidiale, ma vi risponde vigorosamente

e passa oltre.

A tre miglia più su la marea abbassa, la _Constitucion_ dà in secco

in uno dei tanti banchi che frastagliano il fiume, e mentre tutto

l’equipaggio è occupato ad alleggerire la nave arenata, trasportandone

sul _Procida_ le batterie, ecco comparirgli di fronte, a vele spiegate,

tutta la squadra argentina composta di sette grosse navi, comandate dal

noto Brown, la più grande celebrità navale dello Stato. Col maggior

legno incagliato, coll’altro reso inutile dal soverchio carico, con

una sola goletta contro sette bastimenti da guerra, bersagliato da

due fuochi, resa impossibile la ritirata e mortale la resistenza; la

posizione dell’ammiraglio italiano era terribile. Se la disperazione

avesse potuto capire in quell’anima di ferro, l’avrebbe annientata: il

disprezzo della vita, il sentimento dell’onore, la religione del dovere

l’ingigantirono. All’ammiraglio nemico invece tutto arrideva: la forza

del numero, il vento in poppa, la certezza della preda, gli applausi

delle popolazioni che da tutte le rive dell’isola vicina lo incoravano

alla facile pugna e gli prenunziavano la vittoria. Ma anche in quel

giorno la fortuna, a cui Garibaldi aveva sempre creduto, vegliava

per lui. Nel punto stesso in cui il Brown si prepara all’assalto,

anche la sua nave ammiraglia arena, e la stessa confusione, lo

stesso disordine, lo stesso travaglio ch’era prima sulla flotta

orientale passano sull’avversaria, e fiaccano di tanto la baldanza

degli assalitori, di quanto risollevano il coraggio degli assaliti.

Intanto che gli Argentini sono affaccendati a disincagliare la loro

ammiraglia, la _Costitucion_ rimonta a galla e riprende le sue batterie

ed i suoi materiali, e in poche ore tutta la piccola flottiglia

repubblicana è pronta alla manovra ed al combattimento. Ma, nota il

medesimo Garibaldi, «le fortune al pari delle disgrazie non vengono

mai sole.» Infatti, forse nel momento stesso in cui anche la maggior

nave argentina stava per rigalleggiare, e le due squadre, libere da

ogni impaccio, venire al cozzo decisivo, ecco una fitta nebbia stendere

un velo impenetrabile su tutta la plaga, e come la nuvola inviata da

Apollo fra Ettore ed Achille, rendere l’uno all’altro invisibili i due

combattenti.

E fu la salvezza del più debole, chè, mentre questi potè sgusciare non

visto fra le navi nemiche, e spinto da buon vento infilare il Paranà e

correrne buon tratto, il più forte ne smarrì intieramente la traccia e

corse a cercarlo per oltre tre giorni su per l’Uruguay, dove il Brown

aveva tutta la ragione di supporlo diretto.

Grande fu il pericolo, a cui il nostro eroe poteva dirsi scampato;

minimo tuttavia al paragone di quelli che l’attendevano ancora.

Entrato nel Paranà, cominciano a mancargli i piloti pratici del fiume,

o se ve n’ha alcuno nelle fila del suo equipaggio, si nasconde o si

schermisce, ond’è costretto a ricorrere all’argomento persuasivo della

sua sciabola per forzarlo a prestar l’opera sua.

Giunto a San Niccola, prima città argentina della riva destra,

s’impadronisce di alcune navi mercantili che trascina seco come

onerarie, e trova il pilota che gli abbisognava; ripreso il viaggio

fra due rive ostili e vigilate da tanti armati, è costretto, tutte le

volte che scende per vettovagliarsi, a sostenere piccole scaramuccie,

che lo infastidiscono, ma non lo arrestano; onde arriva senza dannosi

incidenti fin sotto a Boyada. Ivi però la città, munita di batterie

e guardata da un forte presidio argentino, appena lo vede affacciarsi

lo saluta d’un vivissimo fuoco; ma egli aiutato dal vento può filare

rapidamente a grande distanza e continuare incolume fino a Las Concas,

dove sbarca per vettovagliarsi e d’onde riparte sotto una nuova salva

d’artiglieria. E non ha finito ancora; poche miglia più in su, in

un luogo detto il Cerrito, sessanta bocche da fuoco in batteria lo

attendono per vomitargli contro la morte; e quel che è peggio, le

sinuosità del fiume e i giri del vento l’obbligano a bordeggiare

sotto la grandine nemica per oltre due miglia. Pure nemmeno questo

lo sgomenta o lo trattiene; ribatte valorosamente colpo per colpo,

marcia, combatte e manovra insieme, e ridotto al silenzio, dopo un

combattimento di più ore, il fuoco nemico, e catturate alcune navi

mercantili che s’erano rifugiate sotto le di lui batterie, allegro e

trionfante, come reduce da una festa, ripiglia la sua rotta.

La sua mèta era Corrientes, chiave del Paranà e base principale

dell’impresa, e Corrientes infatti gli aveva già spedito in aiuto una

piccola flottiglia di barche; ma presso Nueva Cava la maggior siccità

del fiume, che da mezzo secolo si fosse veduta, lo sorprende, e gli

toglie ogni possibilità di navigare più oltre. E poichè sapeva che il

nemico s’affrettava minaccioso sulle sue orme, risolve di voltargli

la fronte e prepara sul luogo stesso la sua difesa. Sulla sinistra del

fiume, dove l’acqua era più bassa, schiera una fila di piccole barche

armate di cannoni, che gli serve così di trincea galleggiante come di

ponte alla terra; nel centro áncora il _Pereira_, sulla destra colloca

la _Costitucion_, che ammarra fortemente, per impedire che la rapida

corrente la trasporti. Il nemico intanto s’avanza superiore di numero,

baldanzoso d’animo, sempre comandato dal famoso Brown, confidente

nella facilità di poter esser soccorso ad ogni passo d’armati e di

vettovaglie; mentre agli Orientali, isolati in mezzo ad un paese

nemico, nessuna speranza restava d’aiuto o rinforzo qualsiasi. Pure la

pugna non si poteva rifiutare; le circostanze la rendevano inevitabile,

e per la vita e per l’onore bisognava combattere.

A questo punto però sentiamo che lo storico dell’eroico conflitto può

essere il solo Garibaldi; e poichè il racconto fu svisato da molti, e

a noi dorrebbe l’ometterne o l’alterarne la minima parte, così lasciamo

la parola a lui stesso:

«Era il 15 agosto 1842;[74] il vento benchè debole spirava favorevole

al nemico; ma per mezzo della nostra ala sinistra, che appoggiavasi

alla stessa banda del fiume, dominavamo interamente il passo e potevamo

sbarcare una parte della nostra gente per contrastare passo a passo

il terreno al nemico e impedirgli di rifornirsi di _zavorra_.[75] Così

riuscì ai nostri di ritardare i progressi dell’avversario, il quale fu

costretto ben presto a tornare sotto alla custodia de’ suoi bastimenti.

Il maggiore Pedro Rodriguez, posto comandante alle truppe di terra, lo

stesso che si era salvato con me dal naufragio di Santa Caterina, si

comportò in questo scontro con molta prodezza ed abilità.

»Predisposti verso sera i suoi avamposti, il nemico si preparò

alla battaglia dell’indomani. Il sole non era sorto ancora, che gli

Argentini aprivano il fuoco da tutte le bocche, messe, durante la

notte antecedente, in batteria, e il combattimento durò, d’ambe le

parti col massimo accanimento, fino a notte calata. La prima vittima

caduta a bordo della _Costitucion_ fu un ufficiale italiano di nome

Giuseppe Barzone, del quale non potei prendermi cura, immerso com’era

nell’ardente tumulto della battaglia.

»Le perdite furono grandi da ambe le parti: i nostri legni erano, dal

tempestar incessante dei colpi, quasi disfatti. La corvetta mostrava

una sì enorme spaccatura, che, malgrado l’infaticabile nostro pompare e

tutti i nostri sforzi per rattopparla alla meglio, si reggeva a stento

sull’acqua. Il comandante del _Pereira_ era stato morto a terra da una

palla nemica, e in lui perdetti il migliore e più valoroso dei miei

commilitoni. Quantunque però avessimo molti morti e feriti, e il nostro

equipaggio fosse ormai sfinito, non potevamo ancora concederci alcun

riposo. Finchè ci restavano ancora a bordo polvere e palle, dovevamo

continuare a combattere, non solamente per vincere, ma, lo ripeto, per

salvare l’onore.

»Durante la notte dal 16 al 17 l’intero equipaggio fu occupato a

fabbricar cartuccie già esaurite, a frantumare le catene d’áncora per

surrogarle alle mancanti munizioni, ed a pompare l’acqua minacciante

da ogni parte. Manuele Rodriguez con un manipolo d’uomini scelti era

occupato a trasformare in brulotti alcune piccole barche mercantili,

per spingerle colla maggior quantità di materie combustibili contro il

nemico. E questo trovato riuscì bensì allo scopo d’inquietare tutta la

notte il nostro avversario, ma non potè produrre tutto il desiderato

effetto, stante la grande spossatezza della nostra gente, peggiore

nostro danno.

»Però fra tutte le avversità di quella notte infernale, nulla mi accorò

di più che l’abbandono della flottiglia di Corrientes. La componeva

una squadriglia di piccole barche, sulle quali avevo fatto grande

assegnamento, sia per risarcire le nostre perdite, sia per trasportar

viveri e feriti; la comandava un Villegas, gradasso se mai ve ne fu,

ma che al primo apparire del nemico voltò la prua, e, per quanto lo

richiamassi e l’inseguissi io stesso, non ricomparve più.

»Allora coll’animo amareggiato da quel nero tradimento che troncava

in un punto le ultime mie speranze, ma ancora deliberato a sfidare

il destino, tornai al mio bordo. L’alba non era spuntata ancora.

Dovevo combattere, e non scorgevo a me d’intorno che gente sfinita

di stanchezza; non sentiva che il gemito dei feriti. Tuttavia feci

suonare la sveglia, lasciai raccogliere la gente, e dalla poppa d’un

bastimento diressi loro alcune parole di conforto e d’incoraggiamento.

E non furono vane; un residuo di disperata energia animava tuttora

i miei compagni; un grido concorde di battaglia uscì dai loro petti;

ciascun di loro andò al suo posto. Ma, non ostante la breve illusione

di qualche vantaggio, dovevamo trovare in quel giorno la catastrofe.

»Le nostre nuove cartuccie erano di polvere scadentissima; le nostre

palle di forte calibro erano terminate e state surrogate con altre più

piccole e peggiori; cosicchè la nostra nave di diciotto cannoni, che al

primo giorno aveva tanto danneggiato il nemico, non lanciava più oramai

che deboli ed incerti colpi. Il nemico pertanto, accortosi della nostra

condizione, ridiventò tanto ardito da stendere in linea tutti i suoi

legni, ciò che non gli era riuscito il giorno precedente. Mentrechè

la sua posizione migliorava ad ogni momento, la nostra peggioravasi di

altrettanto, e seriamente dovemmo pensare alla ritirata; e non già alla

ritirata dei bastimenti, oramai impossibile, ma alla nostra personale

salvezza. A questo scopo ordinai che tanto i feriti, quanto le armi, le

munizioni ed i viveri fossero trasbordati sopra alcune piccole barche

che ancora ci erano rimaste, e quantunque la battaglia non avesse

posato un istante, e la tempesta delle bordate nemiche si andasse

facendo sempre più furiosa e micidiale, l’operazione riuscì.

»Allora, quando i feriti, le munizioni, i viveri furono in salvo, e

l’ultimo uomo fu sbarcato, e dei nostri bastimenti non restò più in

faccia al nemico che il nudo scheletro, appiccai loro io stesso la

miccia, e intanto ch’essi saltavano in aria tra un nuvolo di faville e

di fiamme, mi buttavo in salvo alla riva.»

Garibaldi, Vol. 1 (of 2) · 第 51 / 168 题