XI.

La campagna del Paranà è una delle più gloriose di Garibaldi, e

militarmente risguardata anche più prodigiosa di quella dei _Mille_.

Lanciato con mezzi inadeguati in una impresa insensata, la fece parere,

a forza di abilità e di eroismo, quasi effettuabile. Sottrattosi

con fortuna degna del coraggio al fuoco incrociato d’una piazza

forte e d’una crociera navale, corse per cinquecento miglia, fra due

rive seminate d’insidie ed irte di nemici, e navigando per circa

due mesi sotto una tempesta incessante di mitraglie, e in mezzo a

una rete, sempre rinnovata, d’ostacoli, combattendo per aprirsi la

via, combattendo per riposare, combattendo per fornirsi di viveri:

combattendo, manovrando, correndo sempre giunse fin presso alla mèta.

E quando da ultimo, arrestato più dall’avversità degli elementi che

dall’arte dell’avversario, fu costretto ad accettare, in condizioni

disuguali, una battaglia decisiva, si difese tre giorni e tre notti;

pesto, sfracellato, decimato, continuò a combattere; coi legni

ridotti uno sfasciume, e innondati da cento bocche d’acqua, cogli

equipaggi diradati dalla strage e affranti dalla stanchezza, continuò a

combattere; malgrado il tradimento degli alleati, continuò a combattere

ancora; esaurite finalmente tutte le munizioni, gettò nelle logori

fauci de’ pochi cannoni superstiti le catene delle sue áncore, e quando

ebbe vomitato contro il nemico, certamente non superbo, l’ultimo pezzo

di ferro de’ suoi bastimenti, vi appiccò le fiamme, e non lasciò in

preda al tramortito vincitore che le ceneri d’un incendio e le acque

fumanti d’un fiume.

L’alto fatto di Nueva Cava parve degno dei più illustri fasti navali

e lo proclamarono insieme amici e nemici. Lo stesso ammiraglio Brown,

passando dopo alcuni anni da Montevideo, volle stringere la mano

all’eroe del Paranà ed esprimergli la sua ammirazione che sì giovane

d’anni avesse saputo dar prova, assieme al focoso ardimento proprio

dell’età sua, di tutte le doti de’ più provetti e consumati comandanti

di mare.

L’Italia infatti il 15 agosto 1842 aveva acquistato un ammiraglio, e

non lo seppe allora, come non lo comprese più tardi; e non le resta,

anche oggi, che mormorare melanconicamente: Oh! perchè non ebbi

quell’uomo a Lissa!

Toccando terra però il pericolo aveva mutato forma; ma non era del

tutto scomparso. Le milizie provinciali del Corrientes, che ancora

tenevano pel Rosas, si posero tosto sulle orme della piccola schiera

fuggente, e la obbligarono più volte a far testa e a difendere la

sua vita. Tuttavia di mano in mano che essa s’internava nel paese la

persecuzione rallentava, e gli avanzi di Nueva Cava poterono arrivare,

affranti bensì da una lunga marcia traverso sabbie e paduli, ma sani e

salvi, ad Esquina, cittaduzza del Corrientes in mano degl’insorti e che

poteva perciò offrir loro un temporaneo, ma sicuro asilo. E in Esquina

Garibaldi dimorò in un riposo relativo parecchi mesi, fino a che gli

giunse da Montevideo l’ordine d’incamminarsi con quanta gente poteva

raccogliere a San Francisco dell’Uruguay per congiungersi all’esercito

del Ribera, il quale, lasciato il Corrientes, si proponeva di disputare

il passaggio del fiume all’Oribe che gli marciava incontro a grandi

giornate.

Nè Garibaldi frappose indugio, e traversato da occidente ad oriente

tutto il territorio del Corrientes, e viaggiando parte per terra, parte

per acqua, giunse a San Francisco, ma non vi trovò più il Ribera.

Questi infatti ne era già partito da parecchi giorni, e aveva già

ritraversato l’Uruguay per andare a dar battaglia all’Oribe sulla

sponda sinistra: ultima follía colla quale l’antico luogotenente

dell’Artigas, sempre valoroso, ma sempre inetto, coronava la lunga

serie de’ suoi errori militari.

E invero Garibaldi non s’era ancora mosso da San Francisco, che il

Ribera aveva incontrato sull’Arojo-Grande l’esercito dell’Oribe, e ne

era stato completamente disfatto (6 novembre 1842).

Fu quella una delle giornate più nefaste del popolo orientale. Colla

disfatta del Ribera era annientato il solo esercito che potesse tenere

la campagna e fronteggiare il nemico; la Banda Orientale restava quasi

senza difesa; l’Oribe, padrone delle due rive dell’Uruguay, poteva

penetrare nel cuore del paese e correre difilato sulla capitale;

e Oribe voleva dire Rosas, cioè la perdita dell’indipendenza, il

trionfo della più nefanda tirannia, il principio delle più sanguinarie

carneficine: la _Mas-Horca_ a Montevideo.

«Il sole di dicembre (scriveva or sono pochi anni un Orientale),

sommergendo i suoi raggi nell’Oceano ci lasciò sconfitti all’esterno,

senza esercito, senza milizie, nemmeno per l’interno, senza materiale

da guerra, senza denari, senza rendite, senza credito.[76]» E il quadro

poteva dirsi lugubre, ma non esagerato. Guai se il popolo si fosse

in quei momenti accasciato e non fossero usciti dalle sue fila uomini

nuovi, capaci, se non di vincere, di arrestare l’insolente fortuna del

nemico, e di guadagnare col tempo quella vittoria morale del sacrificio

e della virtù che, tosto o tardi, riesce quasi sempre a trionfare della

brutale vittoria dell’armi!

Nè tutto, a rigore di termini, era perduto: restava ancora in piedi

Montevideo, il primo nido della patria e l’ultimo suo baluardo; ed a

Montevideo si volsero, quasi per tacito consenso, tutti gli uomini e

tutte le forze. A presidente della Repubblica viene eletto lo stesso

presidente del Senato, l’integerrimo Joachin Juares; allo screditato

Ribera subentra nel comando in capo dell’esercito il generale Paz,

valoroso Argentino, antico ufficiale del Lavalle; il Vidal cede il

portafoglio della guerra al colonnello Pacheco Y Obes, figlio di

un antico patriotta di Mercedes, generoso carattere di soldato e di

poeta che continuava ancora alla partigiana la difesa del suo natío

distretto, quando l’esercito dell’Oribe straripava da ogni parte;

finalmente Santiago Vasques per gli affari interni e stranieri,

e Francesco Muños per le finanze, componevano un Governo d’uomini

risoluti e concordi a continuare la guerra ad ogni costo, a chiudersi

nelle mura della capitale, ed a convertirla, se tanto occorreva, in una

novella Troia.

E come i propositi, apparvero tostamente energici i fatti. Montevideo

non era più dal 1833 una fortezza, chè i suoi bastioni erano stati fin

d’allora smantellati. Era però forte di natura, cinta tutta all’intorno

da una catena di _cerri_ e _cerriti_, che la proteggevano da occidente

a settentrione, mentre all’est ed al sud la guardava il mare. Il

rafforzarla perciò anche d’opere transitorie non era nè arduo nè lungo;

e a questo intese soprattutto il colonnello del Genio, Eceveria,

restaurando l’antico forte del Cerro, custode del lato occidentale

della città; elevando intorno agli altri lati un doppio ordine di

trincee; munendo infine il porto del Buceo di opere che lo tutelassero

da un assalto improvviso. Nello stesso tempo il ministro Pacheco

bandiva la leva in massa; decretava la libertà degli schiavi e li

armava; concentrava nella capitale tutte le milizie sparse all’intorno,

lasciando al Ribera poche bande e pochi squadroni con cui batter la

campagna; chiamava Garibaldi, quasi dimenticato a San Francisco, e gli

affidava l’ordinamento e il comando d’una nuova flottiglia; proclamava

la patria in pericolo; trasfondeva in tutto il popolo il suo eroico

spirito.

Stando così le cose, l’Oribe, ritardato nella sua marcia dalla ostinata

resistenza dei distretti, compariva il 16 febbraio 1843 innanzi a

Montevideo. Lo precedeva la fama di antichi e nuovi massacri; lo

accompagnava un esercito di circa quattordicimila uomini; lo seguiva

poco dopo un feroce proclama, con cui annunziava: non avrebbe dato

quartiere a nessuno, tratterebbe come selvaggio unitario ogni straniero

sospetto di favorire i ribelli. Gli animi però all’accostarsi del

pericolo rimbalzarono anche più forti; e il proclama dell’Oribe,

il quale, a detta dell’inglese ammiraglio Parvis, «avrebbe fatto

vergognare gli stessi selvaggi,[77]» anzichè intimidire gli stranieri,

non fece che eccitare il loro sdegno, e persuaderli anche più della

necessità di accettare la spavalda disfida e di rintuzzare colle armi

la brutale minaccia. Ond’ecco al manifesto del proconsole di Rosas

ordinarsi prima in legione i Francesi; poi rispondere un manifesto

dello stesso Garibaldi, col quale invita tutti gli Italiani a prender

le armi in difesa della loro seconda patria d’esiglio. E poichè la

causa di Montevideo era causa comune a tutta la colonia straniera,

gli uomini di cuore per sentimento di gratitudine alla terra che li

ospitava, i ricchi e gli agiati per benintesa sollecitudine dei loro

interessi, gli spiantati e gli avventurieri per vaghezza di fortuna o

bisogno di guadagno, tutti favorivano, qual più qual meno, un’impresa,

in cui ciascuno giocava una posta e scorgeva la compiacenza d’un

affetto, o la speranza d’un affare. Tre legioni straniere di Francesi,

di Spagnuoli, d’Italiani si organizzarono tosto. La spagnuola, composta

in gran parte di Carlisti, disertò pochi mesi dopo al fraterno campo

dell’Oribe, e non importa discorrerne più.

La francese, grossa in sulle prime di duemila cinquecento uomini,

passò al comando del colonnello Thiebaud. L’italiana non più forte, da

principio, di cinquecento volontari, ebbe per comandante, suggerito da

Garibaldi stesso, un certo Mancini, e per maggiori dei due battaglioni,

in cui era stata divisa, i piemontesi Ramella e Danuzio, antichi

sott’ufficiali dell’esercito sardo.

L’Oribe frattanto aveva continuato a stringere la piazza, ed occupato

con un colpo di mano il Cerrito, centro de’ contrafforti che girano

intorno a Montevideo, spingeva i suoi posti avanzati fin sotto

al Cerro, la chiave delle posizioni, la Malakoff, si direbbe, se

Montevideo potesse uguagliarsi a Sebastopoli. Tuttavia nelle sue prime

mosse fu lento ed incerto; spese le forze in vane dimostrazioni e

sterili schermaglie, dando così tempo agli assediati di agguerrire le

genti e di perfezionare la difesa.

In una però di quelle scaramuccie la Legione italiana fece mala

prova; presa da un timor pánico voltò alle prime fucilate le spalle,

rientrando in Montevideo fra le risate del popolo, che si credeva ormai

in diritto di farsi beffa del decantato valore italiano. Ne moriva

di vergogna, per usare l’espressione sua, Garibaldi, e cedendo alle

istanze degli stessi Italiani, i quali dicevano: «Con Garibaldi, se

non si vince si muore onorati,» risolvette di prendere egli stesso il

comando della Legione, conservando però nel tempo medesimo il governo

della flottiglia.

Garibaldi, Vol. 1 (of 2) · 第 52 / 168 题