La campagna del Paranà è una delle più gloriose di Garibaldi, e
militarmente risguardata anche più prodigiosa di quella dei _Mille_.
Lanciato con mezzi inadeguati in una impresa insensata, la fece parere,
a forza di abilità e di eroismo, quasi effettuabile. Sottrattosi
con fortuna degna del coraggio al fuoco incrociato d’una piazza
forte e d’una crociera navale, corse per cinquecento miglia, fra due
rive seminate d’insidie ed irte di nemici, e navigando per circa
due mesi sotto una tempesta incessante di mitraglie, e in mezzo a
una rete, sempre rinnovata, d’ostacoli, combattendo per aprirsi la
via, combattendo per riposare, combattendo per fornirsi di viveri:
combattendo, manovrando, correndo sempre giunse fin presso alla mèta.
E quando da ultimo, arrestato più dall’avversità degli elementi che
dall’arte dell’avversario, fu costretto ad accettare, in condizioni
disuguali, una battaglia decisiva, si difese tre giorni e tre notti;
pesto, sfracellato, decimato, continuò a combattere; coi legni
ridotti uno sfasciume, e innondati da cento bocche d’acqua, cogli
equipaggi diradati dalla strage e affranti dalla stanchezza, continuò a
combattere; malgrado il tradimento degli alleati, continuò a combattere
ancora; esaurite finalmente tutte le munizioni, gettò nelle logori
fauci de’ pochi cannoni superstiti le catene delle sue áncore, e quando
ebbe vomitato contro il nemico, certamente non superbo, l’ultimo pezzo
di ferro de’ suoi bastimenti, vi appiccò le fiamme, e non lasciò in
preda al tramortito vincitore che le ceneri d’un incendio e le acque
fumanti d’un fiume.
L’alto fatto di Nueva Cava parve degno dei più illustri fasti navali
e lo proclamarono insieme amici e nemici. Lo stesso ammiraglio Brown,
passando dopo alcuni anni da Montevideo, volle stringere la mano
all’eroe del Paranà ed esprimergli la sua ammirazione che sì giovane
d’anni avesse saputo dar prova, assieme al focoso ardimento proprio
dell’età sua, di tutte le doti de’ più provetti e consumati comandanti
di mare.
L’Italia infatti il 15 agosto 1842 aveva acquistato un ammiraglio, e
non lo seppe allora, come non lo comprese più tardi; e non le resta,
anche oggi, che mormorare melanconicamente: Oh! perchè non ebbi
quell’uomo a Lissa!
Toccando terra però il pericolo aveva mutato forma; ma non era del
tutto scomparso. Le milizie provinciali del Corrientes, che ancora
tenevano pel Rosas, si posero tosto sulle orme della piccola schiera
fuggente, e la obbligarono più volte a far testa e a difendere la
sua vita. Tuttavia di mano in mano che essa s’internava nel paese la
persecuzione rallentava, e gli avanzi di Nueva Cava poterono arrivare,
affranti bensì da una lunga marcia traverso sabbie e paduli, ma sani e
salvi, ad Esquina, cittaduzza del Corrientes in mano degl’insorti e che
poteva perciò offrir loro un temporaneo, ma sicuro asilo. E in Esquina
Garibaldi dimorò in un riposo relativo parecchi mesi, fino a che gli
giunse da Montevideo l’ordine d’incamminarsi con quanta gente poteva
raccogliere a San Francisco dell’Uruguay per congiungersi all’esercito
del Ribera, il quale, lasciato il Corrientes, si proponeva di disputare
il passaggio del fiume all’Oribe che gli marciava incontro a grandi
giornate.
Nè Garibaldi frappose indugio, e traversato da occidente ad oriente
tutto il territorio del Corrientes, e viaggiando parte per terra, parte
per acqua, giunse a San Francisco, ma non vi trovò più il Ribera.
Questi infatti ne era già partito da parecchi giorni, e aveva già
ritraversato l’Uruguay per andare a dar battaglia all’Oribe sulla
sponda sinistra: ultima follía colla quale l’antico luogotenente
dell’Artigas, sempre valoroso, ma sempre inetto, coronava la lunga
serie de’ suoi errori militari.
E invero Garibaldi non s’era ancora mosso da San Francisco, che il
Ribera aveva incontrato sull’Arojo-Grande l’esercito dell’Oribe, e ne
era stato completamente disfatto (6 novembre 1842).
Fu quella una delle giornate più nefaste del popolo orientale. Colla
disfatta del Ribera era annientato il solo esercito che potesse tenere
la campagna e fronteggiare il nemico; la Banda Orientale restava quasi
senza difesa; l’Oribe, padrone delle due rive dell’Uruguay, poteva
penetrare nel cuore del paese e correre difilato sulla capitale;
e Oribe voleva dire Rosas, cioè la perdita dell’indipendenza, il
trionfo della più nefanda tirannia, il principio delle più sanguinarie
carneficine: la _Mas-Horca_ a Montevideo.
«Il sole di dicembre (scriveva or sono pochi anni un Orientale),
sommergendo i suoi raggi nell’Oceano ci lasciò sconfitti all’esterno,
senza esercito, senza milizie, nemmeno per l’interno, senza materiale
da guerra, senza denari, senza rendite, senza credito.[76]» E il quadro
poteva dirsi lugubre, ma non esagerato. Guai se il popolo si fosse
in quei momenti accasciato e non fossero usciti dalle sue fila uomini
nuovi, capaci, se non di vincere, di arrestare l’insolente fortuna del
nemico, e di guadagnare col tempo quella vittoria morale del sacrificio
e della virtù che, tosto o tardi, riesce quasi sempre a trionfare della
brutale vittoria dell’armi!
Nè tutto, a rigore di termini, era perduto: restava ancora in piedi
Montevideo, il primo nido della patria e l’ultimo suo baluardo; ed a
Montevideo si volsero, quasi per tacito consenso, tutti gli uomini e
tutte le forze. A presidente della Repubblica viene eletto lo stesso
presidente del Senato, l’integerrimo Joachin Juares; allo screditato
Ribera subentra nel comando in capo dell’esercito il generale Paz,
valoroso Argentino, antico ufficiale del Lavalle; il Vidal cede il
portafoglio della guerra al colonnello Pacheco Y Obes, figlio di
un antico patriotta di Mercedes, generoso carattere di soldato e di
poeta che continuava ancora alla partigiana la difesa del suo natío
distretto, quando l’esercito dell’Oribe straripava da ogni parte;
finalmente Santiago Vasques per gli affari interni e stranieri,
e Francesco Muños per le finanze, componevano un Governo d’uomini
risoluti e concordi a continuare la guerra ad ogni costo, a chiudersi
nelle mura della capitale, ed a convertirla, se tanto occorreva, in una
novella Troia.
E come i propositi, apparvero tostamente energici i fatti. Montevideo
non era più dal 1833 una fortezza, chè i suoi bastioni erano stati fin
d’allora smantellati. Era però forte di natura, cinta tutta all’intorno
da una catena di _cerri_ e _cerriti_, che la proteggevano da occidente
a settentrione, mentre all’est ed al sud la guardava il mare. Il
rafforzarla perciò anche d’opere transitorie non era nè arduo nè lungo;
e a questo intese soprattutto il colonnello del Genio, Eceveria,
restaurando l’antico forte del Cerro, custode del lato occidentale
della città; elevando intorno agli altri lati un doppio ordine di
trincee; munendo infine il porto del Buceo di opere che lo tutelassero
da un assalto improvviso. Nello stesso tempo il ministro Pacheco
bandiva la leva in massa; decretava la libertà degli schiavi e li
armava; concentrava nella capitale tutte le milizie sparse all’intorno,
lasciando al Ribera poche bande e pochi squadroni con cui batter la
campagna; chiamava Garibaldi, quasi dimenticato a San Francisco, e gli
affidava l’ordinamento e il comando d’una nuova flottiglia; proclamava
la patria in pericolo; trasfondeva in tutto il popolo il suo eroico
spirito.
Stando così le cose, l’Oribe, ritardato nella sua marcia dalla ostinata
resistenza dei distretti, compariva il 16 febbraio 1843 innanzi a
Montevideo. Lo precedeva la fama di antichi e nuovi massacri; lo
accompagnava un esercito di circa quattordicimila uomini; lo seguiva
poco dopo un feroce proclama, con cui annunziava: non avrebbe dato
quartiere a nessuno, tratterebbe come selvaggio unitario ogni straniero
sospetto di favorire i ribelli. Gli animi però all’accostarsi del
pericolo rimbalzarono anche più forti; e il proclama dell’Oribe,
il quale, a detta dell’inglese ammiraglio Parvis, «avrebbe fatto
vergognare gli stessi selvaggi,[77]» anzichè intimidire gli stranieri,
non fece che eccitare il loro sdegno, e persuaderli anche più della
necessità di accettare la spavalda disfida e di rintuzzare colle armi
la brutale minaccia. Ond’ecco al manifesto del proconsole di Rosas
ordinarsi prima in legione i Francesi; poi rispondere un manifesto
dello stesso Garibaldi, col quale invita tutti gli Italiani a prender
le armi in difesa della loro seconda patria d’esiglio. E poichè la
causa di Montevideo era causa comune a tutta la colonia straniera,
gli uomini di cuore per sentimento di gratitudine alla terra che li
ospitava, i ricchi e gli agiati per benintesa sollecitudine dei loro
interessi, gli spiantati e gli avventurieri per vaghezza di fortuna o
bisogno di guadagno, tutti favorivano, qual più qual meno, un’impresa,
in cui ciascuno giocava una posta e scorgeva la compiacenza d’un
affetto, o la speranza d’un affare. Tre legioni straniere di Francesi,
di Spagnuoli, d’Italiani si organizzarono tosto. La spagnuola, composta
in gran parte di Carlisti, disertò pochi mesi dopo al fraterno campo
dell’Oribe, e non importa discorrerne più.
La francese, grossa in sulle prime di duemila cinquecento uomini,
passò al comando del colonnello Thiebaud. L’italiana non più forte, da
principio, di cinquecento volontari, ebbe per comandante, suggerito da
Garibaldi stesso, un certo Mancini, e per maggiori dei due battaglioni,
in cui era stata divisa, i piemontesi Ramella e Danuzio, antichi
sott’ufficiali dell’esercito sardo.
L’Oribe frattanto aveva continuato a stringere la piazza, ed occupato
con un colpo di mano il Cerrito, centro de’ contrafforti che girano
intorno a Montevideo, spingeva i suoi posti avanzati fin sotto
al Cerro, la chiave delle posizioni, la Malakoff, si direbbe, se
Montevideo potesse uguagliarsi a Sebastopoli. Tuttavia nelle sue prime
mosse fu lento ed incerto; spese le forze in vane dimostrazioni e
sterili schermaglie, dando così tempo agli assediati di agguerrire le
genti e di perfezionare la difesa.
In una però di quelle scaramuccie la Legione italiana fece mala
prova; presa da un timor pánico voltò alle prime fucilate le spalle,
rientrando in Montevideo fra le risate del popolo, che si credeva ormai
in diritto di farsi beffa del decantato valore italiano. Ne moriva
di vergogna, per usare l’espressione sua, Garibaldi, e cedendo alle
istanze degli stessi Italiani, i quali dicevano: «Con Garibaldi, se
non si vince si muore onorati,» risolvette di prendere egli stesso il
comando della Legione, conservando però nel tempo medesimo il governo
della flottiglia.