VIII.

Gli è allora che vediamo riapparire in campo il nostro Garibaldi.

Dal giorno del suo arrivo in Montevideo si era tenuto in disparte

da ogni briga politica, e penetrato dalla sua nuova condizione di

padre di famiglia, non ebbe in quei primi momenti altra cura che di

procacciarsi un pane onorato con cui sostentarla. Oltre di che le

poche centinaia di pataconi, ricavate dalla vendita dei buoi, avevano

preso ad una ad una il volo, e le più urgenti necessità cominciavano a

battere alla sua porta. È vero che non gli mancavano amici ospitali e

generosi; a siffatto uomo non mancarono mai, ed egli stesso, nelle sue

_Memorie_, ricorda con riconoscenza e Napoleone Castellini, che primo

gli spalancò le porte di sua casa, e i fratelli Antonini, e Giovanni

Rizzo, e Giambattista Cuneo, che gli furono larghi d’ogni maniera di

favori e cortesie; ma appunto per ciò a lui ripugnava abusare di tanta

generosità, e ad ogni patto voleva avere alle mani un’arte, purchè

sia, da campare la vita. In sulle prime però non trovò di meglio

che darsi al sensale di mercanzie; ma poichè i lucri dell’avventizia

industria non bastavano a sbarcare la giornata, giunse ben presto il

sussidio d’un altro mestiere a lui non ignoto, che l’aveva aiutato già

altre volte a lottare colla fame: il mestiere, o professione che sia,

del maestro di scuola. Così smezzandosi tra il mercato e la scuola,

dedicando una parte del giorno a mostrar campioni e combinar negozi,

e l’altra parte a dar lezioni di algebra e geometria nel Collegio

Semidei, potè tirare innanzi parecchi mesi colla sua famiglia in una

quieta e modesta penombra, finchè gli avvenimenti del 1842 vennero a

strapparnelo ed a rigettarlo di nuovo nel procelloso elemento a cui era

nato.

L’invasione infatti del Rosas era cominciata; le avanguardie dell’Oribe

avevano già passato il Paranà; la Repubblica era minacciata nel cuore e

urgeva ch’ella corresse senza indugio ai ripari, nè lasciasse inoperoso

alcun valido braccio atto a difenderla. Ora Garibaldi era tra questi.

Gli Orientali avevano imparato a conoscerlo fin dal giorno del suo

duello coi lancioni dell’Oribe, e il grido delle sue gesta nel Rio

Grande, prontamente riecheggiato sulle rive della Plata, non aveva

fatto che accrescerne la fama. Come uomo di mare principalmente era

parso meraviglioso, e gli Orientali guardavano a lui con tanta maggiore

invidia ed ammirazione, in quanto sapevano bene che, se il loro paese

era stato in ogni tempo fin troppo fecondo di generali di terra, non

aveva ancora veduto sorgere alcun capitano di mare atto a governarne la

nascente marina. Finalmente gli amici di Garibaldi in particolare, e la

colonia italiana in generale, facevano a chi più magnificava quello che

oramai poteva dirsi la «leggenda de’ suoi gesti;» e vuoi per l’orgoglio

ben legittimo di veder riconosciuto il merito ad un loro compatriotta,

vuoi perchè fossero essi medesimi interessati all’esito d’una guerra

in cui erano in giuoco i loro più preziosi interessi, andavano con

insistenza propagando e accreditando l’opinione che Garibaldi fosse

ormai necessario; nessuno meglio di lui poter condurre alla vittoria

la giovane flottiglia orientale; il Governo incontrare una grande

responsabilità, se non assicurava prontamente alla Repubblica l’opera

d’un uomo capace di renderle tanti servigi.

E il Governo non volle incontrarla; e quantunque il ministro della

guerra Vidal non fosse molto propizio alla flotta, che giudicava

inutilmente onerosa, nè, a quanto pare, molto amico del marinaio

italiano, tuttavia non seppe resistere al voto pubblico, e si decise ad

offrirgli, prima il comando della corvetta _Costitucion_, e poi di due

altri legni, il _Pereira_ ed il _Procida_, che componevano infatti la

parte più attiva della squadra repubblicana.

Garibaldi in sulle prime esitò, e diremmo quasi, rifiutò. Non tanto

forse perchè si sentisse stanco di avventure, o lo sgomentassero le

amarezze che la permalosità de’ suoi nascenti rivali gli preparava,

quanto perchè gli era rimasta nell’anima la dolce illusione che il

giorno della riscossa d’Italia non fosse lontano; ed egli voleva

tenersi affatto libero d’impegni per poter accorrere in di lei aiuto

alla prima chiamata. Poichè non conviene dimenticarsi che sotto il

poncio del _filibustiere_ batteva sempre il cuore dell’Italiano; che

l’Italia era la mèta suprema di tutti i suoi passi e la molla segreta

d’ogni sua azione; che insomma i campi d’America non erano a lui che

palestra temporanea dove esercitar il braccio e addestrare il cuore per

le battaglie, sperate non lontane, della patria sua.

Tuttavia la pertinace insistenza degli amici, i reiterati inviti del

Governo, le istanze che da ogni parte gli venivano, finirono col

vincere la sua riluttanza. Anzitutto il signor Stefano Antonini,

armatore italiano stabilito a Montevideo, gli aveva fatto formale

promessa che al primo cenno d’insurrezione in Italia gli avrebbe

fornito il bastimento col quale recarvisi; e questo argomento valse

per tutti. Oltre di questo, egli stesso s’era venuto a poco a poco

persuadendo, che se v’era causa giusta da difendere era quella di

Montevideo; se tirannia esosa da abbattere, quella del Rosas; se

impresa degna della fede d’un paladino e del braccio d’un eroe, quella

onde il popolo lo voleva suo campione. Quel che i Gabinetti diplomatici

nella volontaria loro cecità fingevano non comprendere, egli l’aveva

inteso chiaramente: sulla Plata non si combatteva soltanto per la

libertà d’una piccola Repubblica, ma per le ragioni dell’umanità

tutta quanta, e nessun uomo di cuore aveva il diritto di dire: questa

guerra non mi riguarda. Ai suoi occhi la questione era semplicissima:

si trattava di liberare la terra da un mostro, e chiunque aveva cuore

doveva tentarlo. Libere la grande Francia, la illustre Inghilterra, la

vecchia Europa e la giovine America di tollerare in pace e all’uopo di

carezzare la belva in sembiante umano, che da dodici anni desolava le

due rive della Plata; a Garibaldi siffatta libertà era negata. La sua

nobiltà lo obbligava, il sangue eroico che gli scorreva nelle vene, lo

sforzava a camminare dritto sul mostro ed a misurarsi con lui; Ercole

doveva affrontar l’idra, e Teseo non poteva sfuggire al drago.

Infine quale seduzione più imperiosa per un Italiano, che la lusinga di

far rivivere sui campi glorificati dalle battaglie dell’indipendenza

ispano-americana il nome quasi spento in Europa della patria sua;

quale tentazione più potente per l’eroe, al cui orecchio risuonavano

ad ogni istante le favolose prodezze degli Artigas, degli Alvear, dei

Saint-Martin, dei Lavalleja, che la speranza di rinnovare i medesimi

prodigi e mescolarsi nelle pagine della storia al loro stuolo glorioso!

Garibaldi, Vol. 1 (of 2) · 第 49 / 168 题