Gli è allora che vediamo riapparire in campo il nostro Garibaldi.
Dal giorno del suo arrivo in Montevideo si era tenuto in disparte
da ogni briga politica, e penetrato dalla sua nuova condizione di
padre di famiglia, non ebbe in quei primi momenti altra cura che di
procacciarsi un pane onorato con cui sostentarla. Oltre di che le
poche centinaia di pataconi, ricavate dalla vendita dei buoi, avevano
preso ad una ad una il volo, e le più urgenti necessità cominciavano a
battere alla sua porta. È vero che non gli mancavano amici ospitali e
generosi; a siffatto uomo non mancarono mai, ed egli stesso, nelle sue
_Memorie_, ricorda con riconoscenza e Napoleone Castellini, che primo
gli spalancò le porte di sua casa, e i fratelli Antonini, e Giovanni
Rizzo, e Giambattista Cuneo, che gli furono larghi d’ogni maniera di
favori e cortesie; ma appunto per ciò a lui ripugnava abusare di tanta
generosità, e ad ogni patto voleva avere alle mani un’arte, purchè
sia, da campare la vita. In sulle prime però non trovò di meglio
che darsi al sensale di mercanzie; ma poichè i lucri dell’avventizia
industria non bastavano a sbarcare la giornata, giunse ben presto il
sussidio d’un altro mestiere a lui non ignoto, che l’aveva aiutato già
altre volte a lottare colla fame: il mestiere, o professione che sia,
del maestro di scuola. Così smezzandosi tra il mercato e la scuola,
dedicando una parte del giorno a mostrar campioni e combinar negozi,
e l’altra parte a dar lezioni di algebra e geometria nel Collegio
Semidei, potè tirare innanzi parecchi mesi colla sua famiglia in una
quieta e modesta penombra, finchè gli avvenimenti del 1842 vennero a
strapparnelo ed a rigettarlo di nuovo nel procelloso elemento a cui era
nato.
L’invasione infatti del Rosas era cominciata; le avanguardie dell’Oribe
avevano già passato il Paranà; la Repubblica era minacciata nel cuore e
urgeva ch’ella corresse senza indugio ai ripari, nè lasciasse inoperoso
alcun valido braccio atto a difenderla. Ora Garibaldi era tra questi.
Gli Orientali avevano imparato a conoscerlo fin dal giorno del suo
duello coi lancioni dell’Oribe, e il grido delle sue gesta nel Rio
Grande, prontamente riecheggiato sulle rive della Plata, non aveva
fatto che accrescerne la fama. Come uomo di mare principalmente era
parso meraviglioso, e gli Orientali guardavano a lui con tanta maggiore
invidia ed ammirazione, in quanto sapevano bene che, se il loro paese
era stato in ogni tempo fin troppo fecondo di generali di terra, non
aveva ancora veduto sorgere alcun capitano di mare atto a governarne la
nascente marina. Finalmente gli amici di Garibaldi in particolare, e la
colonia italiana in generale, facevano a chi più magnificava quello che
oramai poteva dirsi la «leggenda de’ suoi gesti;» e vuoi per l’orgoglio
ben legittimo di veder riconosciuto il merito ad un loro compatriotta,
vuoi perchè fossero essi medesimi interessati all’esito d’una guerra
in cui erano in giuoco i loro più preziosi interessi, andavano con
insistenza propagando e accreditando l’opinione che Garibaldi fosse
ormai necessario; nessuno meglio di lui poter condurre alla vittoria
la giovane flottiglia orientale; il Governo incontrare una grande
responsabilità, se non assicurava prontamente alla Repubblica l’opera
d’un uomo capace di renderle tanti servigi.
E il Governo non volle incontrarla; e quantunque il ministro della
guerra Vidal non fosse molto propizio alla flotta, che giudicava
inutilmente onerosa, nè, a quanto pare, molto amico del marinaio
italiano, tuttavia non seppe resistere al voto pubblico, e si decise ad
offrirgli, prima il comando della corvetta _Costitucion_, e poi di due
altri legni, il _Pereira_ ed il _Procida_, che componevano infatti la
parte più attiva della squadra repubblicana.
Garibaldi in sulle prime esitò, e diremmo quasi, rifiutò. Non tanto
forse perchè si sentisse stanco di avventure, o lo sgomentassero le
amarezze che la permalosità de’ suoi nascenti rivali gli preparava,
quanto perchè gli era rimasta nell’anima la dolce illusione che il
giorno della riscossa d’Italia non fosse lontano; ed egli voleva
tenersi affatto libero d’impegni per poter accorrere in di lei aiuto
alla prima chiamata. Poichè non conviene dimenticarsi che sotto il
poncio del _filibustiere_ batteva sempre il cuore dell’Italiano; che
l’Italia era la mèta suprema di tutti i suoi passi e la molla segreta
d’ogni sua azione; che insomma i campi d’America non erano a lui che
palestra temporanea dove esercitar il braccio e addestrare il cuore per
le battaglie, sperate non lontane, della patria sua.
Tuttavia la pertinace insistenza degli amici, i reiterati inviti del
Governo, le istanze che da ogni parte gli venivano, finirono col
vincere la sua riluttanza. Anzitutto il signor Stefano Antonini,
armatore italiano stabilito a Montevideo, gli aveva fatto formale
promessa che al primo cenno d’insurrezione in Italia gli avrebbe
fornito il bastimento col quale recarvisi; e questo argomento valse
per tutti. Oltre di questo, egli stesso s’era venuto a poco a poco
persuadendo, che se v’era causa giusta da difendere era quella di
Montevideo; se tirannia esosa da abbattere, quella del Rosas; se
impresa degna della fede d’un paladino e del braccio d’un eroe, quella
onde il popolo lo voleva suo campione. Quel che i Gabinetti diplomatici
nella volontaria loro cecità fingevano non comprendere, egli l’aveva
inteso chiaramente: sulla Plata non si combatteva soltanto per la
libertà d’una piccola Repubblica, ma per le ragioni dell’umanità
tutta quanta, e nessun uomo di cuore aveva il diritto di dire: questa
guerra non mi riguarda. Ai suoi occhi la questione era semplicissima:
si trattava di liberare la terra da un mostro, e chiunque aveva cuore
doveva tentarlo. Libere la grande Francia, la illustre Inghilterra, la
vecchia Europa e la giovine America di tollerare in pace e all’uopo di
carezzare la belva in sembiante umano, che da dodici anni desolava le
due rive della Plata; a Garibaldi siffatta libertà era negata. La sua
nobiltà lo obbligava, il sangue eroico che gli scorreva nelle vene, lo
sforzava a camminare dritto sul mostro ed a misurarsi con lui; Ercole
doveva affrontar l’idra, e Teseo non poteva sfuggire al drago.
Infine quale seduzione più imperiosa per un Italiano, che la lusinga di
far rivivere sui campi glorificati dalle battaglie dell’indipendenza
ispano-americana il nome quasi spento in Europa della patria sua;
quale tentazione più potente per l’eroe, al cui orecchio risuonavano
ad ogni istante le favolose prodezze degli Artigas, degli Alvear, dei
Saint-Martin, dei Lavalleja, che la speranza di rinnovare i medesimi
prodigi e mescolarsi nelle pagine della storia al loro stuolo glorioso!