Ma i tristi effetti della dominazione del Rosas si erano fatti sentire
già da parecchi anni anche sull’altra sponda della Plata, e vi avevano
riaperte le piaghe non per anco rimarginate della discordia e delle
guerre intestine.
Il Ribera aveva governato sino al 1835 con poca abilità amministrativa,
ma con molta onestà politica, ospitando i proscritti unitari di
Buenos-Ayres, serbandosi equanime tra le parti, sforzandosi a
pacificare il paese. Oltre di che, scaduto il termine legale del suo
potere, aveva favoreggiato egli stesso la elezione presidenziale del
generale Manuele Oribe, che pure sapeva suo rivale fin dalla guerra
d’indipendenza, che ebbe competitore nella prima nomina presidenziale,
e non fu mai suo amico. Però della soverchia generosità ebbe ben presto
a pentirsi.
L’Oribe non conosceva quella debolezza, che fu detta la memoria del
cuore. Tanto acuto di mente, quanto era grosso il suo antagonista, ma
egoista, calcolatore, freddo, all’uopo crudele, l’Oribe poteva dirsi
un Rosas in minuscolo, e il suo governo lo dimostrò immantinente.
Afferrato il potere, scacciò e perseguitò i fuorusciti argentini,
depose gli amici ed i parenti del Ribera, rifiutò a questi il governo
delle campagne per darlo ad una sua creatura; inaugurò insomma sulla
sinistra della Plata la politica federalista, intendi tirannica, che il
suo amico e protettore praticava da anni sull’altra riva.
Il Ribera non tardò ad offendersi ed allarmarsi di questa condotta
inattesa del suo successore, e quando una notte una mano di banditi
tentò assassinarlo nella sua estancia, ed egli potè credere che gli
assassini fossero stati prezzolati dal Presidente, non contenne
più la sua collera, e proclamatolo «traditore alla patria e alla
costituzione,» insorse apertamente contro di lui. Chiamati alle armi
i suoi fedeli partigiani della campagna, e ordinatili in milizie colla
prestezza con cui in quel paese basta dar un convegno agli uomini già
armati ed a cavallo per farne un esercito, si spinge contro l’Oribe,
che certo non aveva indugiato a muovergli incontro, e dopo un seguito
di sanguinosi combattimenti, lo sbaraglia completamente a Las Puntas
des Palmas (15 giugno 1837), lo rinchiude nelle mura di Montevideo, e
finalmente lo costringe, nell’ottobre del 1838, ad abdicare il potere e
ad esulare.
Conseguenza di questo fatto fu la rielezione del Ribera a capo
del governo; ma la Repubblica orientale ebbe da quell’istante due
presidenti: uno detto _costituzionale_, perchè il Ribera si gloriava
d’aver salvata la Costituzione dagli attentati dell’Oribe; l’altro
_legale_, perchè legittimamente eletto, e deposto unicamente in forza
d’una ribellione.
Due presidenti, dicemmo, ed avremmo dovuto soggiungere due partiti,
i quali ancora non avevano nome e sembianze certe, fuorchè quelle di
fazioni personali, ma che tra poco prenderanno e l’una cosa e l’altra;
e col nome di _Blancos_, o sostenitori di una maggiore autonomia
delle provincie, ma dell’assoluta indipendenza della Repubblica, e
di _Colorados_, o fautori d’un governo più accentrato, ma insieme
d’una federazione fra gli Stati della Plata, continueranno, tra molta
confusione d’idee e sterilità di opere, a combattersi ed a lacerarsi
fino ad oggi.
S’intende pertanto da sè che l’Oribe riparasse presso il Rosas, e
che resolo partecipe de’ suoi risentimenti e de’ suoi propositi,
ne ottenesse facilmente la protezione e l’aiuto. Il Rosas infatti
aveva due possenti ragioni per far sua la causa del proscritto
Presidente dell’Uruguay: anzitutto vendicare la lunga offesa che
il Ribera avevagli fatta di raccogliere e proteggere quei selvaggi
unitari ch’erano riusciti a scampare alle sue ugne feroci; poscia
effettuare l’antico e non mai celato suo disegno, proseguíto da tanta
parte de’ suoi concittadini, di annettere anche la Banda Orientale
alla Repubblica Argentina, o per lo meno di sottometterla al suo
protettorato.
Intanto però che il Rosas s’apprestava a fornire d’armi e d’armati
l’Oribe per una spedizione nell’Uruguay, era egli stesso bloccato
in Buenos-Ayres dalla squadra francese dell’ammiraglio Leblanc, e
minacciato al tempo medesimo dall’altra Banda della Plata da una
crociata federalista. La capitanava quello stesso Lavalle che il Rosas
aveva sconfitto e costretto ad andare in bando nel 1830; l’avevano
promossa tutti gli Argentini esuli con lui a Montevideo; l’aiutava
di sottomano il presidente Ribera; eran pronte a parteciparvi alcune
provincie argentine, principalmente il Corrientes e l’Entre-Rios; la
sosteneva infine lo stesso incaricato di Francia, che sperava con tal
mezzo forzare il Rosas a dar ragione ai reclami che aveva fin allora
invano presentati.
In sulle prime il Lavalle sbarcato con centotrenta uomini
nell’Entre-Rios ebbe qualche fortuna; ma il Rosas non si smarrì per
questo d’animo, e mentre teneva testa risolutamente all’invasione
inviava l’Echague (quello stesso governatore d’Entre-Rios ch’era
stato benigno a Garibaldi) ad invadere con settemila uomini la Banda
Orientale che l’Oribe assaliva e sollevava per altre vie. Ma il
Ribera, che in quella guerra diretta oramai più contro la tirannide
dell’Argentino che contro l’Oribe aveva con sè tutta la grande
maggioranza del paese, mette in rotta a Chagancia, 29 decembre 1839,
l’esercito dell’Echague, sbaraglia e fuga in altri combattimenti
l’Oribe, sbratta di nemici tutto il territorio orientale, ma resta
quasi due anni improvvidamente inoperoso.[71]
In questo frattempo il Lavalle, rinforzato di nuove bande, copertamente
spalleggiato dalla flottiglia francese aveva aperto nel marzo 1840 una
nuova campagna, e dopo battuto in più scontri l’Echague, e lasciandosi
sui fianchi il Campo di Santo Lugares, dove il Rosas si era concentrato
con tutte le sue forze, s’avanza arditamente contro Buenos-Ayres.
La città, a dir vero, era difesa da poche truppe, chiusa dal mare
dai Francesi, abitata da una popolazione impaziente di scuotere il
giogo ignominioso di dieci anni; sicchè, come fu detto, il Lavalle
avrebbe forse potuto con un colpo di mano impadronirsene. Scelse
invece ritirarsi, e chiunque consideri che poco lungi dal suo fianco
stava accampato tutto l’esercito del Rosas, non potrà fargliene colpa:
nessuna scusa invece può trovarsi al Ribera, che se ne stette due anni
inerte; che lasciò passare i più bei giorni della fortuna del Lavalle
senza andare in suo soccorso; doppiamente biasimevole, poichè questo
soccorso lo promise e lo patteggiò, e non lo diede mai. Punto davvero
oscuro nella vita di codest’uomo, le cui azioni sembrano un’alternativa
di eroiche temerità e di tentennamenti senili.
Ma non fu soltanto alla ritirata del Lavalle e all’inerzia del Ribera
che il Dittatore dovette la sua salvezza. Egli ne va debitore anche
più alla Francia, la quale essendo impegnata dal suo onore a sostenere
la rivoluzione da lei stessa fin allora favorita e sussidiata, e ad
ottenere la dovuta soddisfazione ai suoi giusti reclami, si lascia
invece per due anni baloccare dall’astuto masnadiero; diserta la causa
del partito col quale aveva fino all’ultimo congiurato, e ratificando
l’umiliante trattato dell’ammiraglio Mackau cospira a rafforzare il
prestigio e la potenza di quel despota incivile che pareva dovesse
ad ogni istante annientare. E immagini ognuno se il Rosas non seppe
trar profitto da queste circostanze! Favorito dall’indugio dei suoi
nemici, reintegrato dal trattato Mackau nel favore popolare, libero
oramai di rovesciarsi con tutte le sue forze contro gli insorti, lancia
l’Echague a domare le provincie, l’Oribe a perseguitare il Lavalle, e
intraprende contro i Federalisti quella guerra di coltello senza pietà
e senza giustizia, che doveva fare degno riscontro sui Campi, alla
_Mas-Horca_ delle città. Il Lavalle tuttavia continua ad opporre per
oltre un anno la più disperata resistenza; ma dopo una serie alternata
di vittorie e di rovesci, stremato di forze, addossato all’estremo
confine settentrionale dell’Argentina è sorpreso e disfatto a Famalla
(19 settembre 1841) e non resta a lui stesso che cercare salvezza nella
fuga.
Pure il suo triste destino non era compiuto ancora. Sorpreso pochi
giorni dopo in una casa dove s’era rifugiato, è proditoriamente
assassinato, e i suoi ultimi e fidati amici non ponno che a stento
salvare il suo cadavere, difendendolo colle armi dalla ferocia dei
vincitori.
E perchè appaia in un punto solo l’odio che l’eroico soldato, due
volte campione dell’indipendenza della patria sua, aveva accumulato
sul proprio capo, e la brutale ferocia di cui erano briachi gli uomini
che lo perseguitavano, basti aggiungere sol questo, che l’Oribe mandò
a frugare tutti i luoghi dove sospettava fosse stato sepolto, affinchè
diseppellitolo gliene portassero innanzi il capo reciso; e quando seppe
che gli era stata data sepoltura in Bolivia, osò ancora reclamare la
estradizione della sua spoglia; il che, a dir vero, non poteva essere
da alcun Governo, appena umano, concesso.[72]
Franco ormai da ogni nemico interno, spente in un mare di sangue le
ultime faville dell’insurrezione federalista, al Rosas restò piena
balía di consacrarsi tutto intero all’adempimento dei disegni, a lungo
covati, contro Montevideo; e sotto la maschera di restaurare il governo
_legale_ del suo proconsole Oribe, annientare l’avanzo dei nemici
che ardivano ancora resistergli di là dalla Plata. Lasciata perciò
la cura all’Echague ed all’Urquiza, nomi che gli avvenimenti futuri
ingrandiranno, di tenere in iscacco il Ribera sull’Entre-Rios, affida
all’Oribe un esercito di quattordicimila uomini e nell’estate del 1842
lo manda ad invadere, per il Paranà, la Banda Orientale.