Chi era codesto Rosas? Quale giudizio può fare la storia di quest’uomo,
stimato dagli uni un grande statista, dagli altri un tirannello
brutale; paragonato a volta a volta a Nerone ed a Washington, a
Cromwell ed a Cesare Borgia; rimasto dittatore per venti anni della
patria sua, amico per qualche tempo della Francia e dell’Inghilterra,
riconosciuto e rispettato da tutte le Potenze d’Europa; imbrattato
di sangue dal capo alle piante, accompagnato per tutta la vita dalle
maledizioni di migliaia di vittime, eppure morto tranquillamente sul
suo letto in un rispettato esiglio? Se dovessimo dare una risposta
pronta, lo diremmo l’incarnazione suprema dell’americanismo spagnuolo.
Accanto al tipo più tradizionale e comune del _gaucho_ inseparabile
dal suo cavallo, dal suo pugnale e dal suo _lasso_, nomade, selvaggio,
ma onesto a suo modo, la Pampa produce tre altre varietà d’uomini
singolari.
E primo in riga, il _gaucho malo_, fratello corrotto del primo, che
avendo un bel giorno assestata una coltellata a qualche suo rivale, e
presa in seguito l’abitudine di campar la vita con quel suo strumento,
va, come un _outlow_, errando per le profondità inaccesse del suo
deserto, ottenendo talvolta l’asilo delle _estancias_ e l’ospitalità
delle _pulperias_,[66] ed aspettando una rivoluzione in cui trovare
un impiego. Poi accosto, e quasi sulle orme del _gaucho malo_, viene
il _rastreador_, una specie di can bracco umano che fa professione
di scoprire alla pesta così un animale smarrito, come un bandito
nascosto; un che di mezzo tra il bracconiere e la guardia campestre,
il vero _policeman_ della Pampa. Infine vi è il _capataz_, conduttore
o capo delle carovane, investito dell’autorità di mantenere la quiete
tra le mandre e la disciplina tra i mandriani, e che al primo atto di
capriccio o di recalcitranza degli uni o delle altre, armato come un
negriero d’una grossa frusta, la mena senza pietà sulla schiena così
degli uomini come delle bestie, e ottiene quasi sempre, mercè questo
semplicissimo regime, il ristabilimento dell’ordine.
Ora mettete insieme gl’istinti sanguinari del _gaucho malo_, la
furbería sbirresca del _rastreador_ e le abitudini di governo del
_capataz_; unite queste doti alla ricchezza ed alla potenza d’un
_estanciero_, padrone di vasti possedimenti e capo a sua volta di molti
_gauchos_, di molti _rastreadores_ e di molti _capataz_, e stendete
sopra un siffatto impasto la polvere d’un galateo signorile e la
vernice di una educazione cittadina, e avrete il Rosas.
Nato a Buenos-Ayres, di buona famiglia, ma scacciato a vent’anni
dalla casa paterna per turpe condotta, si rifugia nelle campagne
dell’Argentina e si fa in brev’ora il compagnone e l’amico dei
_gauchos_, di cui apprende le costumanze; accettato per carità d’amici
amministratore di due vaste _estancie_, arricchisce dei loro migliori
frutti; fa dell’_estancia_ sua l’asilo di tutti i _gaucho-malos_ e di
tutti i vagabondi dei dintorni, e ne diventa insieme il protetto e
il protettore. Venuta la rivoluzione, muta l’_estancia_ in caserma,
organizza i suoi _peones_, i suoi servi, i suoi banditi in uno
squadrone che chiama _colorados del Monte_, e si mette in campagna
alla cerca della fortuna. Indifferente ad ogni opinione, nè unitario
nè federalista, e pronto in sulle prime a servire tutti i partiti,
esordisce difatti armeggiando nelle file unitarie del Rivadavia;
però più mercante che soldato, comincia con un’impresa da fornitore,
nella quale guadagna al Governo 200,000 _duros_. Succeduta però la
rivoluzione federalista del 1827 e la presidenza del Dorrego, s’avvede
che il partito federalista è il più forte, e che governo federale
non altro significa che governo di quelle campagne, predominio di
quell’elemento donde egli stesso emana; e uscendo finalmente da quella
accorta penombra in cui stava fino allora nascosto, riunisce le milizie
della campagna, di cui si era fatto eleggere comandante, a quelle del
Dorrego, e spiega apertamente la bandiera federalista.
A questo punto la via dell’astuto Argentino è chiaramente segnata;
la stessa vittoria del Lavalle, la stessa morte del Dorrego fanno la
sua fortuna. L’Argentina è in preda all’anarchia. Tutti si volgono
ansiosi d’attorno a cercare una mano poderosa che la soffochi; una
volontà senza scrupoli che imponga a qualsiasi patto la pace, ed ecco
Manuele Rosas assumere in sè le parti di vendicatore del Dorrego, di
restauratore dell’ordine, di pacificatore della patria, e riuscire
egli solo a fondare il governo più durevole, che dal giorno della sua
indipendenza la Plata abbia veduto.
Ma quale fosse quel governo, a quale prezzo pagassero gli Argentini la
sua durata, è orribile a dirsi.
Il Rosas non promise a’ suoi elettori che «di governare secondo sua
scienza e coscienza,» e mantenne la parola; solamente la sua coscienza
era quella di una belva, la sua scienza quella d’un manigoldo. Appena
salito al potere, pubblica un manifesto di stile così rodomontesco che
tutti ne ridono; egli prende una dozzina di unitari, li fa fucilare
e il riso cessa immantinente. Sopprime immediatamente ogni libertà di
stampa e di parola, proibisce ogni giornale che non canti le sue lodi,
e burlone, come lo sono spesso i feroci, obbliga la _Gaçeta Mercantil_,
diario ufficiale, a ristampare per mesi il medesimo articolo che
fa il suo panegirico. Avoca nelle sue mani il potere giudiziario e
giudica a beneplacito; abolisce istituti d’insegnamento; destituisce
in massa magistrati ed ufficiali; brucia e spezza tele e statue credute
colpevoli d’allegorie ribelli; impone a tutti l’obbligo della milizia,
anche agli stranieri; decreta persino che uomini e donne, quegli
all’occhiello, queste al capo, portino un nodo rosso che distingua
i federalisti dagli unitari; «che marchi, dice un Argentino, il suo
armento.[67]»
Ma tutto ciò è nulla al paragone della persecuzione cominciata fin
dal primo giorno contro gli unitari, e proseguíta per oltre vent’anni
col medesimo accanimento. _Mueran los selvages unitarios_, fu il
grido del Rosas, e il grido ripetuto dalle campagne alle città,
dalle mille bocche d’un popolo inferocito, si tramuta in leggi di
sangue all’istante ubbidite. Le esecuzioni capitali con apparenza di
un giudizio sembrano, al confronto degli assassinii proditori e dei
massacri in massa, atti di mite e regolare legalità. Per suggerimento
e sotto la protezione dello stesso Rosas, viene costituita una società
sanguinaria detta _Mas-Horca_,[68] che riceve dal dittatore stesso
l’autorità di segnare a dito gli unitari, o quanti siano sospetti
d’esserlo, e di sterminarli. I governatori delle provincie, degni
seidi del tiranno, pubblicano decreti di questo tenore: «Tutti gli
Argentini sono autorizzati a togliere la vita agli unitari in qualunque
luogo della Repubblica;[69]» e i bandi feroci sono eseguiti. Non è una
guerra, è una caccia all’uomo, ferina e selvaggia. Gli unitari cadono a
migliaia pugnalati per le vie e per le taverne, di notte e di giorno,
nelle città e nelle campagne; e fortunati ancora i pochi che salvano
la vita colla perdita degli averi e coll’esiglio. Nè il dittatore
pensa solo a disfarsi dei nemici, ma di quanti amici abbia ragione di
sospettare rivali o di temere potenti. Così il Lopez, il Cullen muoiono
avvelenati o coltellati d’ordine suo, e persino il Quiroga, il primo
sostegno della sua fortuna, il più fedele alleato delle sue imprese, la
_tigre della Pampa_, emulo degno della sua rinomanza feroce, scompare
di una morte misteriosa, di cui il Rosas è accusato; ma che il Rosas
audacemente festeggia.
Quando finalmente, provocata dall’immane tirannide, scoppierà la
sollevazione, non degli unitari soltanto, ma di tutta la Plata, nessun
prigioniero di guerra avrà salva la vita; i vinti saranno decollati,
le loro teste infitte sulle lancie portate in trionfo, i loro stessi
cadaveri diseppelliti, mutilati, seminati a brani per i campi.
Quattordicimila, secondo le _Tavole di sangue_ dell’Indarte, è il
numero delle vittime di questo Terrore quadrilustre, e forse il pietoso
cronista non le ha potute numerare tutte. E ciò nonostante, un simile
uomo fu eletto sei volte dittatore colla forma più legale; potè anzi
rappresentare la commedia di rifiutare egli pure la croce del potere,
e di farsi pregare per accettarlo; gli riuscì infine di trattare da
paro a paro gli ambasciatori delle estere Potenze, di farsi beffe delle
loro rimostranze e persino delle loro minaccie. Lo si vide infatti
nel 1838, quando inviati dal Governo di Luigi Filippo, l’un dietro
l’altro, due agenti per reclamare contro il decreto che sforzava al
servizio militare i cittadini francesi, il Rosas cominciò col rifiutare
di ricevere il primo, col pagare di motti e di scede il secondo,
coll’infischiarsi di tutti. Fu peggio poi quando la Francia, desta
alfine al sentimento della sua dignità, spedì una squadra nella Plata
a sostenere coll’armi i suoi reclami. Allora il Rosas, lungi dallo
sgomentarsi dell’imponente minaccia, fa appello all’onor nazionale per
difendersi contro lo straniero; si lascia bloccare in Buenos-Ayres, ma
non cede alcuno de’ suoi diritti, e quantunque assalito insieme dagli
unitari del Lavalle e di Montevideo, sa stancheggiare così bene la
Francia a forza di resistenze passive, di negoziati interminabili e
d’astuzie volpine, che finisce collo strappare all’ammiraglio Mackau
il trattato del 1840, mercè il quale è lasciato come prima, despotico
padrone in casa sua, e la bandiera della grande nazione si ripiega
umiliata dinanzi al brigante della Pampa.
Perchè tutto ciò? e d’onde traeva il _gaucho_ tanto potere e tanta
forza? Lo diremo colle parole stesse di un Argentino, perchè a noi
mancherebbe la perizia e l’autorità di esprimerlo più efficacemente:
«Il Rosas non si sarebbe mai insediato sul primo scanno della
Repubblica, mai avrebbe commessi gli eccessi che hanno scandolezzato
il mondo, se nelle tradizioni coloniali, nelle condizioni fisiche
del suolo, nell’ambizione dei _caudillos_, nella profonda ignoranza
delle masse, negli odii di razza, nei ciechi e feroci istinti della
parte incolta e viziosa del popolo dei campi e delle città, nei
forviamenti dei partiti, negli interessi cozzanti d’ogni località e
nello sfasciamento dei vincoli sociali prodotto dalla guerra civile
e dall’anarchia, non avesse incontrati già pronti i ferrei anelli
di quella catena che egli seppe ribadire colla sua energia, la sua
costanza e i suoi delitti; catena tanto forte che l’Europa più d’una
volta tentò, ma non potè spezzare, e che tanto sangue, tante lacrime e
sacrifici costò ai popoli della Plata.[70]»