VI.

Chi era codesto Rosas? Quale giudizio può fare la storia di quest’uomo,

stimato dagli uni un grande statista, dagli altri un tirannello

brutale; paragonato a volta a volta a Nerone ed a Washington, a

Cromwell ed a Cesare Borgia; rimasto dittatore per venti anni della

patria sua, amico per qualche tempo della Francia e dell’Inghilterra,

riconosciuto e rispettato da tutte le Potenze d’Europa; imbrattato

di sangue dal capo alle piante, accompagnato per tutta la vita dalle

maledizioni di migliaia di vittime, eppure morto tranquillamente sul

suo letto in un rispettato esiglio? Se dovessimo dare una risposta

pronta, lo diremmo l’incarnazione suprema dell’americanismo spagnuolo.

Accanto al tipo più tradizionale e comune del _gaucho_ inseparabile

dal suo cavallo, dal suo pugnale e dal suo _lasso_, nomade, selvaggio,

ma onesto a suo modo, la Pampa produce tre altre varietà d’uomini

singolari.

E primo in riga, il _gaucho malo_, fratello corrotto del primo, che

avendo un bel giorno assestata una coltellata a qualche suo rivale, e

presa in seguito l’abitudine di campar la vita con quel suo strumento,

va, come un _outlow_, errando per le profondità inaccesse del suo

deserto, ottenendo talvolta l’asilo delle _estancias_ e l’ospitalità

delle _pulperias_,[66] ed aspettando una rivoluzione in cui trovare

un impiego. Poi accosto, e quasi sulle orme del _gaucho malo_, viene

il _rastreador_, una specie di can bracco umano che fa professione

di scoprire alla pesta così un animale smarrito, come un bandito

nascosto; un che di mezzo tra il bracconiere e la guardia campestre,

il vero _policeman_ della Pampa. Infine vi è il _capataz_, conduttore

o capo delle carovane, investito dell’autorità di mantenere la quiete

tra le mandre e la disciplina tra i mandriani, e che al primo atto di

capriccio o di recalcitranza degli uni o delle altre, armato come un

negriero d’una grossa frusta, la mena senza pietà sulla schiena così

degli uomini come delle bestie, e ottiene quasi sempre, mercè questo

semplicissimo regime, il ristabilimento dell’ordine.

Ora mettete insieme gl’istinti sanguinari del _gaucho malo_, la

furbería sbirresca del _rastreador_ e le abitudini di governo del

_capataz_; unite queste doti alla ricchezza ed alla potenza d’un

_estanciero_, padrone di vasti possedimenti e capo a sua volta di molti

_gauchos_, di molti _rastreadores_ e di molti _capataz_, e stendete

sopra un siffatto impasto la polvere d’un galateo signorile e la

vernice di una educazione cittadina, e avrete il Rosas.

Nato a Buenos-Ayres, di buona famiglia, ma scacciato a vent’anni

dalla casa paterna per turpe condotta, si rifugia nelle campagne

dell’Argentina e si fa in brev’ora il compagnone e l’amico dei

_gauchos_, di cui apprende le costumanze; accettato per carità d’amici

amministratore di due vaste _estancie_, arricchisce dei loro migliori

frutti; fa dell’_estancia_ sua l’asilo di tutti i _gaucho-malos_ e di

tutti i vagabondi dei dintorni, e ne diventa insieme il protetto e

il protettore. Venuta la rivoluzione, muta l’_estancia_ in caserma,

organizza i suoi _peones_, i suoi servi, i suoi banditi in uno

squadrone che chiama _colorados del Monte_, e si mette in campagna

alla cerca della fortuna. Indifferente ad ogni opinione, nè unitario

nè federalista, e pronto in sulle prime a servire tutti i partiti,

esordisce difatti armeggiando nelle file unitarie del Rivadavia;

però più mercante che soldato, comincia con un’impresa da fornitore,

nella quale guadagna al Governo 200,000 _duros_. Succeduta però la

rivoluzione federalista del 1827 e la presidenza del Dorrego, s’avvede

che il partito federalista è il più forte, e che governo federale

non altro significa che governo di quelle campagne, predominio di

quell’elemento donde egli stesso emana; e uscendo finalmente da quella

accorta penombra in cui stava fino allora nascosto, riunisce le milizie

della campagna, di cui si era fatto eleggere comandante, a quelle del

Dorrego, e spiega apertamente la bandiera federalista.

A questo punto la via dell’astuto Argentino è chiaramente segnata;

la stessa vittoria del Lavalle, la stessa morte del Dorrego fanno la

sua fortuna. L’Argentina è in preda all’anarchia. Tutti si volgono

ansiosi d’attorno a cercare una mano poderosa che la soffochi; una

volontà senza scrupoli che imponga a qualsiasi patto la pace, ed ecco

Manuele Rosas assumere in sè le parti di vendicatore del Dorrego, di

restauratore dell’ordine, di pacificatore della patria, e riuscire

egli solo a fondare il governo più durevole, che dal giorno della sua

indipendenza la Plata abbia veduto.

Ma quale fosse quel governo, a quale prezzo pagassero gli Argentini la

sua durata, è orribile a dirsi.

Il Rosas non promise a’ suoi elettori che «di governare secondo sua

scienza e coscienza,» e mantenne la parola; solamente la sua coscienza

era quella di una belva, la sua scienza quella d’un manigoldo. Appena

salito al potere, pubblica un manifesto di stile così rodomontesco che

tutti ne ridono; egli prende una dozzina di unitari, li fa fucilare

e il riso cessa immantinente. Sopprime immediatamente ogni libertà di

stampa e di parola, proibisce ogni giornale che non canti le sue lodi,

e burlone, come lo sono spesso i feroci, obbliga la _Gaçeta Mercantil_,

diario ufficiale, a ristampare per mesi il medesimo articolo che

fa il suo panegirico. Avoca nelle sue mani il potere giudiziario e

giudica a beneplacito; abolisce istituti d’insegnamento; destituisce

in massa magistrati ed ufficiali; brucia e spezza tele e statue credute

colpevoli d’allegorie ribelli; impone a tutti l’obbligo della milizia,

anche agli stranieri; decreta persino che uomini e donne, quegli

all’occhiello, queste al capo, portino un nodo rosso che distingua

i federalisti dagli unitari; «che marchi, dice un Argentino, il suo

armento.[67]»

Ma tutto ciò è nulla al paragone della persecuzione cominciata fin

dal primo giorno contro gli unitari, e proseguíta per oltre vent’anni

col medesimo accanimento. _Mueran los selvages unitarios_, fu il

grido del Rosas, e il grido ripetuto dalle campagne alle città,

dalle mille bocche d’un popolo inferocito, si tramuta in leggi di

sangue all’istante ubbidite. Le esecuzioni capitali con apparenza di

un giudizio sembrano, al confronto degli assassinii proditori e dei

massacri in massa, atti di mite e regolare legalità. Per suggerimento

e sotto la protezione dello stesso Rosas, viene costituita una società

sanguinaria detta _Mas-Horca_,[68] che riceve dal dittatore stesso

l’autorità di segnare a dito gli unitari, o quanti siano sospetti

d’esserlo, e di sterminarli. I governatori delle provincie, degni

seidi del tiranno, pubblicano decreti di questo tenore: «Tutti gli

Argentini sono autorizzati a togliere la vita agli unitari in qualunque

luogo della Repubblica;[69]» e i bandi feroci sono eseguiti. Non è una

guerra, è una caccia all’uomo, ferina e selvaggia. Gli unitari cadono a

migliaia pugnalati per le vie e per le taverne, di notte e di giorno,

nelle città e nelle campagne; e fortunati ancora i pochi che salvano

la vita colla perdita degli averi e coll’esiglio. Nè il dittatore

pensa solo a disfarsi dei nemici, ma di quanti amici abbia ragione di

sospettare rivali o di temere potenti. Così il Lopez, il Cullen muoiono

avvelenati o coltellati d’ordine suo, e persino il Quiroga, il primo

sostegno della sua fortuna, il più fedele alleato delle sue imprese, la

_tigre della Pampa_, emulo degno della sua rinomanza feroce, scompare

di una morte misteriosa, di cui il Rosas è accusato; ma che il Rosas

audacemente festeggia.

Quando finalmente, provocata dall’immane tirannide, scoppierà la

sollevazione, non degli unitari soltanto, ma di tutta la Plata, nessun

prigioniero di guerra avrà salva la vita; i vinti saranno decollati,

le loro teste infitte sulle lancie portate in trionfo, i loro stessi

cadaveri diseppelliti, mutilati, seminati a brani per i campi.

Quattordicimila, secondo le _Tavole di sangue_ dell’Indarte, è il

numero delle vittime di questo Terrore quadrilustre, e forse il pietoso

cronista non le ha potute numerare tutte. E ciò nonostante, un simile

uomo fu eletto sei volte dittatore colla forma più legale; potè anzi

rappresentare la commedia di rifiutare egli pure la croce del potere,

e di farsi pregare per accettarlo; gli riuscì infine di trattare da

paro a paro gli ambasciatori delle estere Potenze, di farsi beffe delle

loro rimostranze e persino delle loro minaccie. Lo si vide infatti

nel 1838, quando inviati dal Governo di Luigi Filippo, l’un dietro

l’altro, due agenti per reclamare contro il decreto che sforzava al

servizio militare i cittadini francesi, il Rosas cominciò col rifiutare

di ricevere il primo, col pagare di motti e di scede il secondo,

coll’infischiarsi di tutti. Fu peggio poi quando la Francia, desta

alfine al sentimento della sua dignità, spedì una squadra nella Plata

a sostenere coll’armi i suoi reclami. Allora il Rosas, lungi dallo

sgomentarsi dell’imponente minaccia, fa appello all’onor nazionale per

difendersi contro lo straniero; si lascia bloccare in Buenos-Ayres, ma

non cede alcuno de’ suoi diritti, e quantunque assalito insieme dagli

unitari del Lavalle e di Montevideo, sa stancheggiare così bene la

Francia a forza di resistenze passive, di negoziati interminabili e

d’astuzie volpine, che finisce collo strappare all’ammiraglio Mackau

il trattato del 1840, mercè il quale è lasciato come prima, despotico

padrone in casa sua, e la bandiera della grande nazione si ripiega

umiliata dinanzi al brigante della Pampa.

Perchè tutto ciò? e d’onde traeva il _gaucho_ tanto potere e tanta

forza? Lo diremo colle parole stesse di un Argentino, perchè a noi

mancherebbe la perizia e l’autorità di esprimerlo più efficacemente:

«Il Rosas non si sarebbe mai insediato sul primo scanno della

Repubblica, mai avrebbe commessi gli eccessi che hanno scandolezzato

il mondo, se nelle tradizioni coloniali, nelle condizioni fisiche

del suolo, nell’ambizione dei _caudillos_, nella profonda ignoranza

delle masse, negli odii di razza, nei ciechi e feroci istinti della

parte incolta e viziosa del popolo dei campi e delle città, nei

forviamenti dei partiti, negli interessi cozzanti d’ogni località e

nello sfasciamento dei vincoli sociali prodotto dalla guerra civile

e dall’anarchia, non avesse incontrati già pronti i ferrei anelli

di quella catena che egli seppe ribadire colla sua energia, la sua

costanza e i suoi delitti; catena tanto forte che l’Europa più d’una

volta tentò, ma non potè spezzare, e che tanto sangue, tante lacrime e

sacrifici costò ai popoli della Plata.[70]»

Garibaldi, Vol. 1 (of 2) · 第 47 / 168 题