Anche l’organizzazione dello Stato Argentino era stata difficile
e laboriosa, nè era compita ancora. Quei due partiti, _Unitario_ e
_Federalista_, che vedemmo apparire fin dai giorni dell’Artigas, non
avevano posato mai, e, sotto un certo rispetto, può dirsi che vivano
tuttora. E ciò perchè non il caso li aveva formati o il capriccio degli
uomini, ma le condizioni stesse del paese. Gli Unitari volevano l’unità
e l’indivisibilità di tutti gli Stati della Plata, sotto un governo
forte ed accentrato, ma liberale e civile insieme. I Federalisti
volevano bensì l’unione, ma fondata sull’autonomia dei singoli Stati,
rispettosa delle costumanze antiche e delle consuetudini locali;
vincolata soltanto più di nome che di fatto all’autorità centrale della
metropoli. Era in sostanza la lotta delle campagne contro le città,
dei _gauchos_ contro i _ciudadanos_, e disse bene un Argentino: «della
civiltà contro la barbarie.[65]»
Certamente questi due partiti fra alcune cose giuste ne volevano
entrambi una impossibile. L’unità assoluta d’uno Stato per tante
guise disforme, congiunta ad un governo largamente liberale e civile
in un paese in gran parte barbarico, era un’utopia; dal canto opposto
l’unione senza la forza e il potere unificatore, il fascio senza il
legame, era un assurdo. Ma impossibilità, utopíe, assurdità portavano
tutte in sè stesse una fatale giustificazione; erano il frutto delle
viscere stesse del paese. Nè i cittadini di Buenos-Ayres o di Santa-Fè
potevano rassegnarsi ad un regime politico idoneo ai _gauchos_ del
Gran-Chaco, ed agli _estancieros_ del Corrientes, più che questi
potessero adattarsi alle costumanze ed alle leggi di quelli. Però
gli uomini politici che si fecero interpreti e rappresentanti di
queste due opposte tendenze, le esagerarono forse e le sfruttarono
anche a profitto de’ loro personali interessi; ma in fondo subirono
l’influsso dell’ambiente in cui essi medesimi respiravano, e obbedivano
a necessità storiche e geografiche che non era in loro arbitrio
modificare d’un colpo.
Seguire pertanto i due partiti in tutti gli accidenti della loro
acerrima lotta sarebbe lungo e increscioso insieme. In generale può
dirsi che, eccettuato il breve periodo dell’invasione dell’Artigas
nell’Argentina, la prevalenza restò alla parte unitaria.
Era forse la meno pratica, ma certamente la più nobile, la più colta
e civile. Fin dal 1820 n’aveva prese le redini il Rivadavia, uomo di
larga mente e di puri costumi e che, educato in Europa al culto delle
idee liberali e delle istituzioni civili, sperava poterne inoculare
nella sua patria i principii. E fu questo, dicono, il suo errore,
ma un nobile errore che fruttò all’Argentina la libertà di stampa,
la libertà individuale, le prime scuole, le prime banche, le prime
franchigie agli emigranti e coloni; infine quella Costituzione del 24
dicembre 1826, unitaria nell’origine e nello spirito, all’ombra della
quale la Repubblica Argentina vive ancora. Ma il partito unitario aveva
governato fin troppo. Nel 1827 le campagne mosse dai loro principali
_caudillos_, capitanate dal Quiroga, il più famoso _gaucho malo_
dell’Aroja, insorgono, in nome della perfetta libertà ed eguaglianza di
tutte le provincie, contro l’autorità del Rivadavia e lo costringono ad
abdicare.
Gli succede naturalmente un governo federale, e a presidente della
Repubblica viene eletto il colonnello Dorrego, in voce di federalista
moderato. S’intende però che nemmeno siffatto governo ebbe lunga
vita. Il colonnello argentino Lavalle si mette (nel 1829) a capo d’un
pronunciamento militare, sconfigge il Dorrego, e coltolo prigione lo
fa, con atrocità inutile, fucilare; ma il sangue frutta sangue, il
cadavere del Dorrego si rizza oramai come una barriera insormontabile
fra i due partiti, e nemmeno il Lavalle può godere a lungo del suo
trionfo. Infatti prima che quel medesimo anno finisca, Don Juan Manuel
Rosas, rimaso fino allora in fondo della scena, radunate le milizie
delle campagne ond’era capo, ritorna contro il Lavalle, lo mette in
rotta al Puente-Marquez, entra in Buenos-Ayres, assume con mano di
ferro la somma del potere, si fa eleggere presidente della Repubblica
(1830) e diviene in poco d’ora padrone dello Stato.