V.

Anche l’organizzazione dello Stato Argentino era stata difficile

e laboriosa, nè era compita ancora. Quei due partiti, _Unitario_ e

_Federalista_, che vedemmo apparire fin dai giorni dell’Artigas, non

avevano posato mai, e, sotto un certo rispetto, può dirsi che vivano

tuttora. E ciò perchè non il caso li aveva formati o il capriccio degli

uomini, ma le condizioni stesse del paese. Gli Unitari volevano l’unità

e l’indivisibilità di tutti gli Stati della Plata, sotto un governo

forte ed accentrato, ma liberale e civile insieme. I Federalisti

volevano bensì l’unione, ma fondata sull’autonomia dei singoli Stati,

rispettosa delle costumanze antiche e delle consuetudini locali;

vincolata soltanto più di nome che di fatto all’autorità centrale della

metropoli. Era in sostanza la lotta delle campagne contro le città,

dei _gauchos_ contro i _ciudadanos_, e disse bene un Argentino: «della

civiltà contro la barbarie.[65]»

Certamente questi due partiti fra alcune cose giuste ne volevano

entrambi una impossibile. L’unità assoluta d’uno Stato per tante

guise disforme, congiunta ad un governo largamente liberale e civile

in un paese in gran parte barbarico, era un’utopia; dal canto opposto

l’unione senza la forza e il potere unificatore, il fascio senza il

legame, era un assurdo. Ma impossibilità, utopíe, assurdità portavano

tutte in sè stesse una fatale giustificazione; erano il frutto delle

viscere stesse del paese. Nè i cittadini di Buenos-Ayres o di Santa-Fè

potevano rassegnarsi ad un regime politico idoneo ai _gauchos_ del

Gran-Chaco, ed agli _estancieros_ del Corrientes, più che questi

potessero adattarsi alle costumanze ed alle leggi di quelli. Però

gli uomini politici che si fecero interpreti e rappresentanti di

queste due opposte tendenze, le esagerarono forse e le sfruttarono

anche a profitto de’ loro personali interessi; ma in fondo subirono

l’influsso dell’ambiente in cui essi medesimi respiravano, e obbedivano

a necessità storiche e geografiche che non era in loro arbitrio

modificare d’un colpo.

Seguire pertanto i due partiti in tutti gli accidenti della loro

acerrima lotta sarebbe lungo e increscioso insieme. In generale può

dirsi che, eccettuato il breve periodo dell’invasione dell’Artigas

nell’Argentina, la prevalenza restò alla parte unitaria.

Era forse la meno pratica, ma certamente la più nobile, la più colta

e civile. Fin dal 1820 n’aveva prese le redini il Rivadavia, uomo di

larga mente e di puri costumi e che, educato in Europa al culto delle

idee liberali e delle istituzioni civili, sperava poterne inoculare

nella sua patria i principii. E fu questo, dicono, il suo errore,

ma un nobile errore che fruttò all’Argentina la libertà di stampa,

la libertà individuale, le prime scuole, le prime banche, le prime

franchigie agli emigranti e coloni; infine quella Costituzione del 24

dicembre 1826, unitaria nell’origine e nello spirito, all’ombra della

quale la Repubblica Argentina vive ancora. Ma il partito unitario aveva

governato fin troppo. Nel 1827 le campagne mosse dai loro principali

_caudillos_, capitanate dal Quiroga, il più famoso _gaucho malo_

dell’Aroja, insorgono, in nome della perfetta libertà ed eguaglianza di

tutte le provincie, contro l’autorità del Rivadavia e lo costringono ad

abdicare.

Gli succede naturalmente un governo federale, e a presidente della

Repubblica viene eletto il colonnello Dorrego, in voce di federalista

moderato. S’intende però che nemmeno siffatto governo ebbe lunga

vita. Il colonnello argentino Lavalle si mette (nel 1829) a capo d’un

pronunciamento militare, sconfigge il Dorrego, e coltolo prigione lo

fa, con atrocità inutile, fucilare; ma il sangue frutta sangue, il

cadavere del Dorrego si rizza oramai come una barriera insormontabile

fra i due partiti, e nemmeno il Lavalle può godere a lungo del suo

trionfo. Infatti prima che quel medesimo anno finisca, Don Juan Manuel

Rosas, rimaso fino allora in fondo della scena, radunate le milizie

delle campagne ond’era capo, ritorna contro il Lavalle, lo mette in

rotta al Puente-Marquez, entra in Buenos-Ayres, assume con mano di

ferro la somma del potere, si fa eleggere presidente della Repubblica

(1830) e diviene in poco d’ora padrone dello Stato.

Garibaldi, Vol. 1 (of 2) · 第 46 / 168 题