Quando Garibaldi rientrò a Laguna, le cose dei Repubblicani
cominciavano a volgere alla peggio. I Riograndesi non avevano saputo
cattivarsi l’affetto della provincia sorella. Il regime violento e
dispotico del generale Canavarro; il contegno duro ed oltraggioso
de’ suoi luogotenenti; i maltrattamenti, le vessazioni, le rapine
delle sue soldatesche, avevano seminato in poco tempo nell’animo dei
Sancaterinesi cagioni di malcontento da mutare il primo loro entusiasmo
per la causa repubblicana in aperta avversione; anzi la piccola città
d’Imeruy, posta sul lago dello stesso nome, aveva dato per la prima
il segnale della rivolta, e, scagliatasi in armi contro il piccolo
presidio, risollevate le insegne dell’Impero.
E ciò mentre l’esercito imperiale, rinforzato di nuove truppe,
marciava in più colonne, grosso e agguerrito, contro la capitale della
provincia, e secondato dalla squadra sempre signora della costa, quindi
degli sbocchi del lago, investiva di fronte e di fianco il debole
esercito repubblicano, e minacciava di troncargli ogni scampo.
In tali frangenti il generale Canavarro, pensando di soffocar prima
nel sangue la nascente ribellione, ordinava a Garibaldi di riprendere
a viva forza Imeruy e di abbandonarla al saccheggio. Nulla poteva
riuscire più repugnante all’indole ed all’animo di lui che quest’ordine
selvaggio; ma l’ordine era perentorio; egli era soldato e doveva
obbedire. Lo eseguì però con tutta la mitezza e, staremmo per dire, la
pietà di cui era capace. Impadronitosi, con una rapida manovra, della
città, spese tutto sè stesso per rendere meno terribile il flagello
che la minacciava. Permise il sacco delle cose, vietò rigorosamente
l’offesa alle persone; e quantunque simili divieti sia più facile
darli che farli eseguire, e frenare una soldatesca sguinzagliata,
ebbra di rapine e di vino, tocchi quasi il miracolo, pure Garibaldi vi
riuscì. Correndo di gruppo in gruppo e quasi di casa in casa, usando
cogli uni le minaccie, cogli altri le preghiere, con alcuni anche le
percosse, immaginando persino lo stratagemma di un ritorno improvviso
del nemico, dopo sforzi incredibili di energia e di pazienza ottenne
ancora non solo di far rispettare, quanto alle persone, il suo ordine,
ma di rendere assai men grave anche la devastazione delle cose e di
ricondurre quel branco di belve umane, sozze, è vero, di vino e di
furto, ma tuttavia monde di sangue innocente, a Laguna. Però di quel
giorno e di quel fatto serbò la ricordanza amara finchè visse. E benchè
egli abbia combattuto in luoghi e in tempi in cui il saccheggio era
ancora arma lecita di guerra, nè egli nè i suoi soldati si bruttarono
più di simile macchia.
Ma a Laguna trovò ciò che il suo cuore da tempo gli presagiva:
gl’Imperiali incalzanti, i Repubblicani che facevano i primi apparecchi
della ritirata. E la ritirata cominciò ben presto lenta, contrastata,
minacciosa, gloriosa anche, ma senza tregua e senza speranza di
ritorno. Non posizione o passo militare che i Repubblicani non
difendessero con ardimento, o stratagemma che lasciassero intentato;
non palmo di terra che valorosamente e spesso disperatamente
non contrastassero. Ma incalzati per acqua e per terra da forze
soverchianti; attorniati da popolazioni indifferenti od ostili; guidati
da capitani più valorosi che esperti e sotto il comando di quel Bento
Gonçales che Garibaldi stesso continua a chiamar sfortunato, forse
per non dirlo incapace, i Repubblicani non videro più un sol giorno di
completa vittoria.
Perduta Laguna, protrassero ancora nei distretti alpestri e selvosi di
Lages e Vaccaria la resistenza; ma scacciati anche da quelle alture,
tentata invano la presa di San Josè del Norte, cittadella sulla riva
settentrionale del Los Patos in mano degl’Imperiali, e che doveva dar
loro la base d’operazione, circuiti, traccheggiati, decimati dalle
morti e dalle diserzioni, andavano dispersi su nelle serre di Missiones
e di Cruz-Alta, dove restò sepolto coll’ultimo avanzo del loro esercito
il breve sogno della loro repubblica.
Quanta parte avesse Garibaldi in quella campagna, è facile indovinarlo.
Primo, se non al comando, al pericolo; ultimo solo nelle ritirate;
accettando o scegliendo in ogni combattimento la parte più rischiosa;
passando nel giorno stesso dall’acqua alla terra, dal governo di una
flottiglia al comando di uno squadrone o di un battaglione; ricco
di coraggio e fecondo di stratagemmi; a tempo arditissimo, a tempo
prudente, egli fu l’anima di quella ritirata d’oltre dieci mesi; e a
quanto appare dalle sue _Memorie_, meglio che il braccio ed il cuore,
l’unica mente che intuisse e ragionasse.
Fin dal primo giorno della ritirata, incaricato di fronteggiare sulla
laguna stessa di Santa Caterina la flottiglia nemica e di proteggere il
passaggio dell’esercito repubblicano sulla sponda meridionale, resiste
un giorno intero con tre bastimenti contro una squadra di ventidue vele
fiancheggiata di truppe di terra. Anita stessa ritta al suo fianco
colla miccia al cannone, impavida sotto la mitraglia, dà a tutti
l’esempio del valore che non conta i nemici; e quando tutti i suoi
pezzi sono smontati e i suoi legni fracassati e le coperte seminate di
morenti e di morti, fra i quali orrendamente mutilato il prode John
Griggs, manda a terra, sotto il comando d’Anita stessa, le armi, le
munizioni e gli uomini superstiti; appicca il fuoco egli medesimo ai
suoi bastimenti e si salva sopra un canotto alla riva.
Un’altra volta a Coritibani sulle rive del Pelotas, sorpresa e
sgominata la colonna colla quale egli marciava, difende con settantatrè
uomini contro cinquecento eccellenti cavalieri la ritirata, e sfilato
il grosso della colonna si ritira egli stesso traverso le fitte foreste
del Lages, combattendo due giorni e due notti, incolume, invitto.
Al combattimento di Santa Vittoria decide della giornata; alla fazione
del Taquary guida il nerbo dell’infanteria; nota da provetto capitano
i falli «dell’eroico, ma sfortunato Gonçales» e tenta invano di
ripararli; in fine all’assedio di San Josè del Norte monta tra i primi
all’assalto, s’impadronisce, in men che non si dica, di tutti i forti,
e ne sarebbe anche rimasto padrone, se l’indisciplinatezza dei soldati
sbandatisi a sbevazzare e a bottinare, lo scoppio d’una polveriera e il
sopravvenire della squadra nemica che dal lago infilava e spazzava le
vie, non l’avessero costretto a battere in ritirata.
Fu quello però l’ultimo importante combattimento di quella campagna
a cui Garibaldi partecipò. Dopo l’infelice esito di San Josè,
Garibaldi, nominato di nuovo capitano della marina repubblicana, si
fermò presso una fattoria detta San Simon, coll’intento di costruirvi
alcune di quelle barche fatte d’un sol fusto d’albero, e che colà
chiamano _canoe_, colle quali tentare di poter riprendere il lago,
su cui aveva fatto le sue prime prove, e molestarvi i nemici. Se non
che la costruzione di codeste _canoe_ essendogli andata fallita, e i
pascoli di San Simon essendo ricchi di poledri, pensò bene farne una
distribuzione, a dir vero un po’ socialista, ai suoi compagni, e dove
non aveva potuto comporre una flottiglia di barche, organizzare almeno
uno squadrone di cavalli.
Ma in mezzo a questi avvenimenti e a queste cure, un avvenimento e
una cura più importante vennero ad occuparlo e ad assorbirlo. Anita
incinta, forse dal giorno del combattimento di Santa Vittoria, dopo
aver portata a cavallo la sua creatura per nove mesi, traverso tutti
i pericoli, le privazioni, gli stenti, le fughe di quella campagna
disastrosa, il 16 settembre 1840 partorì a Mustarda presso San Simon il
suo primogenito.
Era un maschio fiorente e gagliardo, a cui il padre, sostituendo (io
credo per il primo) ai consueti santi della Chiesa, un martire della
patria, impose il nome di Menotti; e sulla cui fronte una piccola
cicatrice, riportata per una caduta da cavallo della madre, sigillava
lo stigma della sua origine tempestosa.
Ma Garibaldi aveva appena cominciato ad assaporare le gioie di padre,
che uno dei tanti accidenti onde componevasi la sua vicenda quotidiana,
venne a mettere a serio pericolo tanto la sua, quanto la vita di sua
moglie e di suo figlio, minacciando distruggere in un colpo solo il
nido della sua felicità.
Essendosi egli recato a Settembrina, villaggio distante da San Simon
alcune giornate di cammino, per provvedersi di biancheria e di vesti
per sua moglie e suo figlio ridotti quasi ignudi, e avendo occupato
nel viaggio, attraverso un paese maremmano e paludoso, maggior tempo di
quello che aveva pensato, al suo ritorno alla fattoria non trovò più nè
Anita, nè Menotti, nè alcuno. Quali si fossero la sorpresa, l’affanno,
qui potremmo dire anche lo spavento di Garibaldi, l’immaginerà chi ha
cuore. Non tardò, è vero, a scoprire tosto la cagione della scomparsa
de’ suoi cari e l’asilo in cui si erano rifugiati; ma finchè non li
ebbe riveduti ed abbracciati non ebbe pace.
Ecco pertanto come il caso era succeduto. Quello stesso colonnello
Moringue che l’aveva sorpreso al Galpon di Chargucada, riportando,
perenne ricordo del guerrigliero italiano, un braccio fracassato,
campeggiava sempre nei dintorni di Los Patos, e appunto in quei
giorni era piombato addosso, con astuzia più felice, ad un posto di
cavalleggieri repubblicani comandati da un certo Massimo, e facilmente
massacrati i soldati e il capitano, s’era spinto con una forte colonna
di cavalli nei dintorni di San Simon, spargendo il terrore in tutta la
contrada.
Ora i quaranta uomini lasciati da Garibaldi a presidio della fattoria,
erano troppo scarsi di numero per resistere ad un nemico tanto più
forte, e lontano il solo capo che poteva guidarli alla disperata
difesa, stimarono non restasse loro altro scampo che fuggire e
inselvarsi nelle foreste vicine fino al dileguarsi del nembo. E
naturalmente anco Anita dovette fuggire con loro.
Ecco dunque la novella madre, puerpera appena da dodici giorni,
costretta a balzar in groppa al cavallo e in una notte tempestosa,
coperta della semplice camicia, col suo figliuolo traverso la sella,
gettarsi alla ventura per macchie e burroni, esposta ad ogni guisa
di stenti e di pericoli, noncurante di sè, ma trepida della vita
del caro suo portato, tremante anche per la sorte di suo marito che
forse correva rischio peggiore. Fortuna volle invece che Garibaldi
la scoprisse, con tutta la sua scorta, al margine di un bosco, e
che tutta la famiglia di San Simon, un istante dispersa, potesse
ricongiungersi incolume nell’asilo da poco abbandonato. Non vi potè
per altro dimorare a lungo; chè Garibaldi, non sapremmo dire se per
ordine della Repubblica o di volontà sua, attirato sempre dall’idea di
armar in guerra le sue canoe, che gli rappresentavano in embrione un
simulacro di flotta, s’era trapiantato sulla riva del Capivari, quel
fiume, emissario del Los Patos, sul quale aveva eseguito il famoso
trasbordo dei lancioni; e colà si era dato, forse in attesa di meglio,
a trasportar gente e corrispondenze dalla riva orientale del lago
all’occidentale; operazione che, fatta sotto il tiro delle squadre
imperiali, sempre signoreggianti le acque della laguna, non doveva
essere priva nemmeno essa di emozioni e di pericoli.