I vincitori di Imbituba non furono soltanto uomini. Fin dal cominciare
della zuffa si sarebbe potuto vedere sulla tolda del _Rio Pardo_ una
donna, la quale impavida al fuoco, sprezzante la morte, ora soccorrendo
i feriti, ora incorando i combattenti, ora sparando ella medesima il
suo bravo colpo di carabina, porgeva a tutti un singolare spettacolo
d’intrepidezza e di gagliardía virile. Era Anita. Si trattasse d’uno
di quegli amori di ventura e di capriccio tanto frequenti al nostro
eroe, e dir si potrebbe a tutti gli eroi, o vi scivoleremmo sopra
o ne taceremmo affatto. Ma di questa donna che fu la più durevole
e fors’anco l’unica passione vera di Garibaldi, la di cui istoria è
tanto immedesimata in quella dell’uomo del suo cuore, che molti gesti
e trionfi di lui rimarrebbero incompiuti e inesplicabili senza la
presenza e partecipazione di lei, e la cui vita fu tutta un romanzo
d’amore, di fede e di eroismo, e la morte una tragica catastrofe
d’eroico poema; di questa donna, dico, strana forse di costumi, ma
ingenua di cuore, volgare di sangue, ma nobilissima d’animo, la storia
non potrebbe tacere senza smezzare Garibaldi stesso. Quanto egli
fosse sensibile al fáscino potente dell’eterno femminile, lo vedemmo
nella capanna del _Capataz_ innanzi alla donna poetessa. E non sarebbe
stato eroe altrimenti. Come non si potrebbe concepire Achille senza
Briseide, Rolando senza la bella Alda, il Cid senza Chimene e Ruggiero
senza Bradamante; così non si concepirebbe Garibaldi senza la donna.
Le avventure delle armi traggono seco quelle dell’amore; e il sangue
ricco, la salute fiorente, il gusto della vita sciolta e perigliosa che
fanno il soldato, fanno l’amante paladino.
Bello, giovane, ardente, gagliardo, facilmente amava ed era facilmente
amato. Romantico in azione, figlio armato di Byron e di Walter Scott,
amare occultamente una vergine violentata da padre crudele, una sposa
vittima di marito brutale, consacrarle un eterno amore e portarne seco
l’immagine
Tra il furor delle tempeste,
Fra le stragi del Pirata,
strapparla a’ suoi oppressori e rapirla in una notte burrascosa sulla
groppa del suo cavallo, farne l’amazzone del suo campo e la sultana
della propria nave, era il suo sogno, la sua poesia, la forma ideale
con cui egli concepiva l’amore. Così si spiega il romanzo d’Anita; ma
si spiega anche come questo romanzo dovesse avere parecchie prefazioni.
Poco dopo il suo arrivo sul Camacua, accolto ospitalmente in casa da
una delle sorelle del Presidente, v’incontra una Manuella, bellissima
vergine, dice lui, ma destinata sposa ad un figlio del Presidente:
perciò appunto se ne infiamma fulmineamente; diventa il suo cavaliere,
il suo navalestro, il suo tacito amante; gli consacra mentalmente le
sue fatiche, le sue prodezze, la sua vita; sogna, sospira, si adorna,
si pavoneggia per lei; e quando torna vittorioso dal combattimento del
Galpon, e saputo che la fanciulla aveva chiesto tutto il giorno sue
nuove, e tremato e impallidito più volte per la sua vita, esclama «che
quest’annunzio gli era stato anche più dolce della vittoria;» e ancora
dodici anni dopo, associando nella sua mente i ricordi di Manuella e
di Anita, esclamava: «Bellissima figlia del continente, tu destinata
donna ad un altro!... A me riserbava la sorte altra brasiliana....
ch’io piango oggi e piangerò tutta la vita.... Dolce madre de’ miei
figli, mi conobbe nella sventura, naufrago!... Più che il mio merito,
la vincolarono a me le mie sciagure, e me la sacrarono per la vita!»
Scampato dal naufragio dell’Atlantico, Garibaldi raggiunse a Laguna
il generale Canavarro, a cui gli abitanti stessi rovesciato, al suo
avvicinarsi, il governo imperiale, avevano aperte le porte. Anche
Garibaldi, quindi, trovata una città amica là dove aveva temuto
trovarne una ostile, vi fu ricevuto con ogni maniera di festose
accoglienze e onorato immediatamente del comando della goletta
_Itaparika_, forte di sette cannoni. Era però mesto e abbattuto.
La perdita di tanti cari compagni, specialmente del Carniglia e del
Mutru, l’aveva piombato in una profonda tristezza. Si sentiva solo
sulla terra: un vuoto immenso pesava sul suo cuore: la vita gli pareva
insopportabile. Fu allora che gli balenò alla mente per la prima volta
l’idea del matrimonio. Fino a quel giorno la vita coniugale gli era
parsa tanto disadatta e contraria all’esistenza nomade e avventuriera
toccatagli in sorte, che l’aveva riguardata sempre come un evento
impossibile; ma dopo il naufragio dei lancioni la corrente de’ suoi
pensieri mutò: sentiva il bisogno di surrogare in qualche modo gli
amici perduti, di trovare un’anima fedele ed amante che dividesse con
lui le battaglie del destino e gli rendesse men dura la solitudine
dell’esiglio. Aveva il Rossetti, è vero, amato da lui come un fratello;
ma il Rossetti per i doveri del suo ufficio era costretto a stargli
lontano e tornavano rarissime le occasioni in cui potesse vederlo.
Oltre a ciò, l’amicizia d’un uomo, per quanto forte, non gli bastava
più; era il cuore d’una donna che gli abbisognava, d’una donna tutta,
soltanto, indissolubilmente sua: e quando la trovò, se la prese.
Una sera se ne stava con questi pensieri contemplando dal suo bordo la
riva, quando notò sul molo vicino un gruppo di donne e di fanciulle. In
sulle prime le loro figure passavano e ripassavano in confuso innanzi
a’ suoi occhi; poi a poco a poco il suo sguardo, forse il suo cuore, ne
fissò una e s’arrestò a contemplarla. Era una giovane nella pienezza
dell’età e della forza, dotata di una irregolare, ma virile bellezza:
l’ideale femminile che Garibaldi cercava. Però prima d’averle parlato
e d’averla udita parlare, per il solo effetto di quella invisibile e
magica scintilla donde è sempre nato l’amore, il Nizzardo l’amò. Ed
ella pure doveva aver notata la bionda e leonina testa del marinaio
straniero che da giorni la spiava: ella pure aveva sentito il fáscino
di quello sguardo e il tocco di quella scintilla, e dato nel suo
segreto il cuore a colui che gli offriva il suo. Però un’altra sera
Garibaldi non si contenne più; formò il suo disegno, scese a terra
e s’avviò difilato verso la casa della giovane. Il suo cuore batteva
violentemente, ma chiudeva una risoluzione incrollabile. Sulla soglia
incontrò un uomo, il quale forse per la conoscenza che aveva fatto
del prode Italiano, forse obbedendo alle costumanze di quel paese, lo
invitò ad entrare ed a prendere con lui una tazza di caffè. Garibaldi,
dice egli stesso, «sarebbe entrato anche senz’essere invitato.»
L’invito gli agevolò la parte che s’era proposta. Appena in casa, colto
il momento propizio, s’avvicinò alla giovane e le susurrò, calmo e
formidabile insieme: «Fanciulla, tu sarai mia.» Ella non rispose che un
cenno, ma conteneva un patto d’amore infrangibile.
Egli tornò, non visto, alcune sere dopo, la prese, più che non la rapì,
sotto il suo braccio, la fece salire, come a talamo inviolabile, il
bordo del suo Rio Pardo, la pose sotto la tutela formidabile de’ suoi
cannoni e de’ suoi marinai, e in faccia al cielo e al mare la giurò sua
sposa.
Ella si chiamava Anita Riberas ed era nativa di Merinos, villaggio
di quel medesimo distretto di Laguna. L’uomo che Garibaldi incontrò
sulla soglia era suo padre, e chi lo disse suo marito errò. Anita era
bensì fidanzata per volere del padre ad un uomo che non amava; ma non
era, come fu creduto, maritata. Cedendo al fato d’amore, lacerò il
cuore del padre, non ruppe fede ad alcun altro uomo. «Se vi fu colpa
(esclama Garibaldi) fu tutta mia. Se l’anima d’un innocente ha patito,
io solo devo risponderne, e ne ho risposto. Ella è morta e suo padre è
vendicato. Là presso le bocche dell’Eridano, il giorno in cui sperando
disputarla alla morte, serrai convulsamente i suoi polsi per contarne
gli ultimi battiti; raccoglieva sulle mie labbra il suo respiro
fuggitivo; stringeva un cadavere. In quel giorno conobbi tutta la
grandezza del mio fallo.[46]»