Intanto però le cose della Repubblica precipitavano a rovina. Fallito
l’assalto di San Josè e costretti a levarne l’assedio; divelti perciò
da ogni base d’operazione; stremati, più ancora che dalle sconfitte,
dalle defezioni, dalle discordie, dalle malattie; stretti sempre più
nella cerchia di ferro dagli eserciti imperiali, dei quali per colmo
d’improvvida alterezza avevano rifiutati i non disonorevoli patti, ai
Repubblicani non restava più ormai altro scampo che ritirarsi senza
frammettere indugio nei distretti montuosi e silvestri del centro
e del settentrione, in mezzo ai quali, se non ristaurar le sorti e
riafferrare la vittoria, era almeno possibile prolungare l’agonia e
differire la catastrofe.
Concentrati tutti i piccoli distaccamenti sparsi nei dintorni, la
ritirata cominciò. Era l’inverno del 1841. Il generale Canavarro,
al quale era andato a riunirsi anche Garibaldi, doveva formar la
testa della colonna e aprire la marcia, forzando innanzi a sè i passi
delle Serre che il generale dell’impero Labattue (francese d’origine)
minacciava sbarrargli; il generale Bento Gonçales doveva chiudere la
colonna guardandone, quanto era possibile, i fianchi e le spalle.
Fin però dalle prime mosse l’esercito rivoluzionario e più ancora il
cuore di Garibaldi erano stati funestati da dolorosissimo lutto. Il
Rossetti, che marciava colla guarnigione di Settembrina all’estrema
retroguardia, sorpreso dall’infaticabile Moringue, ferito e caduto da
cavallo, avendo preferito alla resa la morte, era stato brutalmente
trucidato.
La perdita era per la causa repubblicana gravissima, ma per Garibaldi
irreparabile; con il Rossetti spirava il fratello del suo cuore,
colui che nella gerarchia de’ suoi amici teneva il primo posto. Però
il suo dolore fu pari al suo amore e il compianto di Patroclo degno
d’Achille. Pure una cosa è tuttavia notabile, come nella passionata
elegia che egli consacrò alla memoria dell’estinto amico l’immagine
che più campeggia sia ancora l’Italia. Più che il prediletto de’ suoi
amici, diresti ch’egli pianga il forte cittadino, e ch’egli non senta
la propria sventura se non nella grandezza della sventura toccata
all’Italia: tanto vero che in codesti uomini fatali gli affetti
individuali, per quanto grandi, vengon sempre secondi, e che essi non
amano davvero se non l’indipendenza per cui vivono e combattono.
La ritirata intanto intrapresa nel più rigido inverno, sotto pioggie
continue, traverso laberinti senza sole e senza orme di sterminate
foreste, fu una delle più disastrose che Garibaldi abbia mai veduto.
E poichè egli ne fu insieme testimonio e narratore, e la pittura
ch’egli ne fa, malgrado la rozzezza del pennello e il disordine della
composizione, o forse appunto per questo, ci appare piena di verità e
di vita, così la lasceremo narrare a lui stesso:
«Noi conducevamo per tutta provvista alcune vacche al laccio, non
trovandosi animali negli ardui sentieri che dovevamo percorrere. Per
le pioggie quasi perenni in quelle montagne, gonfi oltremodo erano i
fiumi, e molti bagagli si perdevano, trasportati dalla corrente nel
passaggio. Marciavasi con pioggia e senza alimenti; accampavasi senza
alimenti e con pioggia. Tra un fiume e l’altro coloro che rimasti erano
colle vacche ebbero carne, gli altri nulla. La fanteria specialmente
pativa, mancandole pure il miserando pasto della carne di cavallo.
Furonvi scene da inorridire. Molte donne, secondo l’uso del paese,
seguivano la truppa, e con esse i bambini. Pochi bambini uscirono dalla
foresta. Alcuni erano stati raccolti da’ cavalieri, che pochi tra i
fortunati avevano potuto salvare il cavallo e con esso una creatura
abbandonata dalla madre, morta o morente di fame, di fatica, di freddo.
Anita abbrividiva all’idea di perdere il nostro Menotti, che salvammo
per un miracolo. Nel più arduo della strada e nel passo de’ fiumi io
portava il mio povero figlio di tre mesi in un fazzoletto a tracolla,
procurando di riscaldarlo coll’alito. D’una dozzina d’animali tra
cavalli e muli, che servivano per cavalcatura e pel mio equipaggio,
e che con noi erano entrati nella selva, con due soli cavalli ero
rimasto e due muli; il resto era caduto per stanchezza. Le guide per
colmo di sciagura avevano sbagliato la strada, e questo fu uno dei
motivi per cui più difficilmente varcammo quella terribile foresta
delle Antas.[47] Siccome si procedeva avanti senza trovar mai il
fine di quella maledetta piccada,[48] io rimasi nella selva coi due
muli pure stanchi, coll’intenzione di salvarli facendoli avanzare a
poco a poco ed alimentandoli con foglie di taquara.[49] Mandai Anita
con un domestico e col bambino, perchè cercassero l’uscita del bosco
ed alimento per ambi. I due cavalli che ci rimanevano, cavalcati
alternativamente dalla coraggiosa, salvaronmi il tutto. Essa giunse
fuori della _piccada_, e per fortuna trovò alcuni de’ miei soldati
con un fuoco acceso, cosa non facile per la pioggia continua e per la
povera condizione a cui eravamo ridotti.
»I miei compagni, a cui era riuscito asciugare alcuni de’ cenciosi
loro panni, presero il bambino, l’involsero, lo riscaldarono e lo
tornarono in vita, quando la povera madre già poco ne sperava. Con
amorevole sollecitudine si diedero que’ buoni militi a cercare pure
dell’alimento, con cui ambedue si riconfortarono. Io faticai invano
per salvare i due animali, e terminai per abbandonarli spossati, e già
molto deteriorato io stesso, varcai il resto della selva a piedi. Al
nono giorno della nostra entrata nella _piccada_ appena trovavasi fuori
la coda della nostra divisione, e pochissimi cavalli d’ufficiali eransi
potuti salvare. Il nemico, che ci aveva preceduti fuggendo, aveva
lasciato nella stessa foresta delle Antas alcuni pezzi d’artiglieria,
di cui non ci occupammo per mancanza di mezzi di trasporto, e
rimasero perciò sepolti in quelle spelonche chi sa per quanto tempo. I
temporali sembravano stanziati in quella selva, poichè usciti ne’ campi
dell’altopiano, Cima di Serra o Vaccaria, vi trovammo il buon tempo.
Il tempo buono ed alcuni animali bovini, trovati in que’ dintorni, ci
fecero alquanto dimenticare le fatiche passate. Nel dipartimento di
Vaccaria permanemmo alcuni giorni per aspettare la divisione di Bento
Gonçales, che vi giungeva frazionata ed assai malconcia. L’infaticabile
Moringue, informato della ritirata nostra, erasi messo ad inseguire
la retroguardia di quella divisione, incomodandola in ogni modo,
coadiuvato dai montanari, sempre accanitamente ostili ai Repubblicani.
Tutto ciò diede a Labattue il tempo sufficiente per ritirarsi e
congiungersi all’esercito imperiale. Giunsevi però quasi senza gente
per gli stessi inconvenienti incontrati da noi. Ebbe di più il nemico
uno di quelli straordinari accidenti, che racconto per la strana sua
natura. Dovendo Labattue attraversare sul suo cammino i due boschi,
conosciuti col nome di Mattos[50] Portoghese e Castillano, trovavansi
in quelli alcune delle tribù indigene, delle più selvagge che si
conoscano nel Brasile. Esse, sapendo del passaggio degl’Imperiali, li
assalirono in varie imboscate, e li danneggiarono non poco.
»Ci fecero queste sapere in seguito che erano amiche ai Repubblicani,
e veramente non c’incomodarono affatto al passaggio nostro. Vedemmo
passando i _foges_[51] ma nessuno coperto. In quei medesimi giorni
comparì fuori della foresta una donna, rubata nella sua giovinezza dai
selvaggi, e che in quell’occasione approfittò della vicinanza nostra
per salvarsi: era questa poverina nel più deplorabile stato. Intanto,
non avendo più nemici da fuggire, nè da perseguire in quelle alte
regioni, procedemmo nella nostra marcia con lentezza, mancanti quasi
totalmente di cavalli, ed obbligati a domar puledri cammin facendo. Il
corpo de’ lancieri liberti, rimasto smontato per intiero, fu obbligato
di rifarsi con puledri. Era bel vedere allora, quasi ogni giorno, una
moltitudine di quei giovani e robusti negri, domatori tutti esperti,
arrampicarsi sul dorso di selvaggi corsieri e tempestare per la
campagna, e il bruto fare ogni sforzo per isvincolarsi e gettar lontano
il carco di un tiranno, e l’uomo, ammirabile di destrezza, di forza, di
coraggio, ingambarsi siccome tanaglia, battere, spingere, e stancare
alfine il superbo figlio del deserto. In quella parte dell’America il
puledro, giunto appena dal campo, s’inlaccia, s’insella, s’imbriglia, e
lo cavalca il domatore. In pochi giorni è capace di ricevere il morso.
I più renitenti riescono buoni cavalli come qualunque altro in poco
tempo, salvo poche eccezioni. Ma difficilmente riescono ben domati dai
soldati, massime nelle marce, ove non si può avere comodo nè cura per
ben domarli.
»Passati i Mattos Portoghese e Castillano, scendemmo nella provincia
di Missione, dirigendoci sopra Cruz-Alta, capoluogo di quella piccola
città su d’un altopiano, ben costrutta ed in bella posizione, siccome
bella è tutta quella parte dello Stato di Rio Grande. Da Cruz-Alita
marciammo a San Gabriel, ove si stabilì il quartier generale, e si
costrussero baracconi per accampare l’esercito.
»Sei anni d’una vita di disagi[52] e di avventure non mi avevano
sgomentato quando ero solo; ma l’avere una famigliuola, l’essere così
lontano da tutte le mie relazioni antiche e da’ parenti, di cui non
sapevo nulla da anni, mi fecero nascere il desiderio di avvicinarmi ad
un punto onde sapere alcuna cosa, massime de’ genitori, il cui affetto
avevo potuto dimenticare un momento, ma che vivamente pur sempre
esisteva nell’anima mia. Poi nulla sapevo dell’Italia! Poi abbisognava
migliorare la condizione della mia cara e del bambino. Mi decisi
adunque di passare a Montevideo, almeno temporariamente, e ne chiesi
il permesso al Presidente, come pure di fare una piccola truppa di buoi
per le spese.»
Ed eccolo così _truppiere_ o conduttore di buoi. Ottenuto facilmente
dal Ministro della guerra di fare una razzía di quanto bestiame
selvatico gli cadesse nelle mani (poichè siamo in paese, dove la
proprietà dell’animale errante è di chi lo toglie), gli vien fatto di
radunarne all’_estancia_ del Coral de Pedras novecento capi, e con
questa enorme mandria s’incammina, scendendo il corso dell’Uruguay,
per Montevideo. Ma nel traversare il Rio Negro comincia a perdere
una gran quantità di buoi; poi un’altra buona parte gliela frodano i
_Capataz_, sicchè fatta la rassegna s’avvede che non gliene restano più
di cinquecento; onde minacciato dalla probabilità di perdere anche il
rimanente, si decide a macellarli per venderne le cuoia: magro negozio
pur quello, poichè non arrivò ad intascare che un centinaio di scudi,
appena bastevoli alle necessità del lungo viaggio.
A San Gabriele però ha una felice ventura; incontrato Francesco Anzani,
di cui più volte gli era suonato all’orecchio il nome, come d’uno dei
più valorosi Italiani che abitassero l’America, si esalta al racconto
delle sue avventure; ammira la nobiltà del suo animo, si innamora del
suo carattere, e gli fa nel suo cuore il posto che il Rossetti aveva
occupato. L’Anzani dal canto suo si compiace di quel giovane bello,
prode, entusiasta, e ne presentisce l’alto destino; i due eroi poco
prima estranei, sono in un’ora amici: continuano il viaggio assieme;
assieme dividono il pane, il letto, le vesti: l’Anzani ha una camicia
sola, ma due paia di pantaloni; Garibaldi invece un sol pantalone in
cenci e due camicie, e barattano a vicenda la camicia ed il pantalone
superflui. Al Salto dell’Uruguay però sono costretti a dividersi, ma
per riunirsi fra breve. Garibaldi continua il viaggio e al cominciare
del 1842 rientra con Anita in Montevideo, dove il mutato governo gli
sta garante d’un asilo sicuro, e in breve gli si aprirà un campo più
vasto di nuovi cimenti e di nuove glorie.