XV.

Intanto però le cose della Repubblica precipitavano a rovina. Fallito

l’assalto di San Josè e costretti a levarne l’assedio; divelti perciò

da ogni base d’operazione; stremati, più ancora che dalle sconfitte,

dalle defezioni, dalle discordie, dalle malattie; stretti sempre più

nella cerchia di ferro dagli eserciti imperiali, dei quali per colmo

d’improvvida alterezza avevano rifiutati i non disonorevoli patti, ai

Repubblicani non restava più ormai altro scampo che ritirarsi senza

frammettere indugio nei distretti montuosi e silvestri del centro

e del settentrione, in mezzo ai quali, se non ristaurar le sorti e

riafferrare la vittoria, era almeno possibile prolungare l’agonia e

differire la catastrofe.

Concentrati tutti i piccoli distaccamenti sparsi nei dintorni, la

ritirata cominciò. Era l’inverno del 1841. Il generale Canavarro,

al quale era andato a riunirsi anche Garibaldi, doveva formar la

testa della colonna e aprire la marcia, forzando innanzi a sè i passi

delle Serre che il generale dell’impero Labattue (francese d’origine)

minacciava sbarrargli; il generale Bento Gonçales doveva chiudere la

colonna guardandone, quanto era possibile, i fianchi e le spalle.

Fin però dalle prime mosse l’esercito rivoluzionario e più ancora il

cuore di Garibaldi erano stati funestati da dolorosissimo lutto. Il

Rossetti, che marciava colla guarnigione di Settembrina all’estrema

retroguardia, sorpreso dall’infaticabile Moringue, ferito e caduto da

cavallo, avendo preferito alla resa la morte, era stato brutalmente

trucidato.

La perdita era per la causa repubblicana gravissima, ma per Garibaldi

irreparabile; con il Rossetti spirava il fratello del suo cuore,

colui che nella gerarchia de’ suoi amici teneva il primo posto. Però

il suo dolore fu pari al suo amore e il compianto di Patroclo degno

d’Achille. Pure una cosa è tuttavia notabile, come nella passionata

elegia che egli consacrò alla memoria dell’estinto amico l’immagine

che più campeggia sia ancora l’Italia. Più che il prediletto de’ suoi

amici, diresti ch’egli pianga il forte cittadino, e ch’egli non senta

la propria sventura se non nella grandezza della sventura toccata

all’Italia: tanto vero che in codesti uomini fatali gli affetti

individuali, per quanto grandi, vengon sempre secondi, e che essi non

amano davvero se non l’indipendenza per cui vivono e combattono.

La ritirata intanto intrapresa nel più rigido inverno, sotto pioggie

continue, traverso laberinti senza sole e senza orme di sterminate

foreste, fu una delle più disastrose che Garibaldi abbia mai veduto.

E poichè egli ne fu insieme testimonio e narratore, e la pittura

ch’egli ne fa, malgrado la rozzezza del pennello e il disordine della

composizione, o forse appunto per questo, ci appare piena di verità e

di vita, così la lasceremo narrare a lui stesso:

«Noi conducevamo per tutta provvista alcune vacche al laccio, non

trovandosi animali negli ardui sentieri che dovevamo percorrere. Per

le pioggie quasi perenni in quelle montagne, gonfi oltremodo erano i

fiumi, e molti bagagli si perdevano, trasportati dalla corrente nel

passaggio. Marciavasi con pioggia e senza alimenti; accampavasi senza

alimenti e con pioggia. Tra un fiume e l’altro coloro che rimasti erano

colle vacche ebbero carne, gli altri nulla. La fanteria specialmente

pativa, mancandole pure il miserando pasto della carne di cavallo.

Furonvi scene da inorridire. Molte donne, secondo l’uso del paese,

seguivano la truppa, e con esse i bambini. Pochi bambini uscirono dalla

foresta. Alcuni erano stati raccolti da’ cavalieri, che pochi tra i

fortunati avevano potuto salvare il cavallo e con esso una creatura

abbandonata dalla madre, morta o morente di fame, di fatica, di freddo.

Anita abbrividiva all’idea di perdere il nostro Menotti, che salvammo

per un miracolo. Nel più arduo della strada e nel passo de’ fiumi io

portava il mio povero figlio di tre mesi in un fazzoletto a tracolla,

procurando di riscaldarlo coll’alito. D’una dozzina d’animali tra

cavalli e muli, che servivano per cavalcatura e pel mio equipaggio,

e che con noi erano entrati nella selva, con due soli cavalli ero

rimasto e due muli; il resto era caduto per stanchezza. Le guide per

colmo di sciagura avevano sbagliato la strada, e questo fu uno dei

motivi per cui più difficilmente varcammo quella terribile foresta

delle Antas.[47] Siccome si procedeva avanti senza trovar mai il

fine di quella maledetta piccada,[48] io rimasi nella selva coi due

muli pure stanchi, coll’intenzione di salvarli facendoli avanzare a

poco a poco ed alimentandoli con foglie di taquara.[49] Mandai Anita

con un domestico e col bambino, perchè cercassero l’uscita del bosco

ed alimento per ambi. I due cavalli che ci rimanevano, cavalcati

alternativamente dalla coraggiosa, salvaronmi il tutto. Essa giunse

fuori della _piccada_, e per fortuna trovò alcuni de’ miei soldati

con un fuoco acceso, cosa non facile per la pioggia continua e per la

povera condizione a cui eravamo ridotti.

»I miei compagni, a cui era riuscito asciugare alcuni de’ cenciosi

loro panni, presero il bambino, l’involsero, lo riscaldarono e lo

tornarono in vita, quando la povera madre già poco ne sperava. Con

amorevole sollecitudine si diedero que’ buoni militi a cercare pure

dell’alimento, con cui ambedue si riconfortarono. Io faticai invano

per salvare i due animali, e terminai per abbandonarli spossati, e già

molto deteriorato io stesso, varcai il resto della selva a piedi. Al

nono giorno della nostra entrata nella _piccada_ appena trovavasi fuori

la coda della nostra divisione, e pochissimi cavalli d’ufficiali eransi

potuti salvare. Il nemico, che ci aveva preceduti fuggendo, aveva

lasciato nella stessa foresta delle Antas alcuni pezzi d’artiglieria,

di cui non ci occupammo per mancanza di mezzi di trasporto, e

rimasero perciò sepolti in quelle spelonche chi sa per quanto tempo. I

temporali sembravano stanziati in quella selva, poichè usciti ne’ campi

dell’altopiano, Cima di Serra o Vaccaria, vi trovammo il buon tempo.

Il tempo buono ed alcuni animali bovini, trovati in que’ dintorni, ci

fecero alquanto dimenticare le fatiche passate. Nel dipartimento di

Vaccaria permanemmo alcuni giorni per aspettare la divisione di Bento

Gonçales, che vi giungeva frazionata ed assai malconcia. L’infaticabile

Moringue, informato della ritirata nostra, erasi messo ad inseguire

la retroguardia di quella divisione, incomodandola in ogni modo,

coadiuvato dai montanari, sempre accanitamente ostili ai Repubblicani.

Tutto ciò diede a Labattue il tempo sufficiente per ritirarsi e

congiungersi all’esercito imperiale. Giunsevi però quasi senza gente

per gli stessi inconvenienti incontrati da noi. Ebbe di più il nemico

uno di quelli straordinari accidenti, che racconto per la strana sua

natura. Dovendo Labattue attraversare sul suo cammino i due boschi,

conosciuti col nome di Mattos[50] Portoghese e Castillano, trovavansi

in quelli alcune delle tribù indigene, delle più selvagge che si

conoscano nel Brasile. Esse, sapendo del passaggio degl’Imperiali, li

assalirono in varie imboscate, e li danneggiarono non poco.

»Ci fecero queste sapere in seguito che erano amiche ai Repubblicani,

e veramente non c’incomodarono affatto al passaggio nostro. Vedemmo

passando i _foges_[51] ma nessuno coperto. In quei medesimi giorni

comparì fuori della foresta una donna, rubata nella sua giovinezza dai

selvaggi, e che in quell’occasione approfittò della vicinanza nostra

per salvarsi: era questa poverina nel più deplorabile stato. Intanto,

non avendo più nemici da fuggire, nè da perseguire in quelle alte

regioni, procedemmo nella nostra marcia con lentezza, mancanti quasi

totalmente di cavalli, ed obbligati a domar puledri cammin facendo. Il

corpo de’ lancieri liberti, rimasto smontato per intiero, fu obbligato

di rifarsi con puledri. Era bel vedere allora, quasi ogni giorno, una

moltitudine di quei giovani e robusti negri, domatori tutti esperti,

arrampicarsi sul dorso di selvaggi corsieri e tempestare per la

campagna, e il bruto fare ogni sforzo per isvincolarsi e gettar lontano

il carco di un tiranno, e l’uomo, ammirabile di destrezza, di forza, di

coraggio, ingambarsi siccome tanaglia, battere, spingere, e stancare

alfine il superbo figlio del deserto. In quella parte dell’America il

puledro, giunto appena dal campo, s’inlaccia, s’insella, s’imbriglia, e

lo cavalca il domatore. In pochi giorni è capace di ricevere il morso.

I più renitenti riescono buoni cavalli come qualunque altro in poco

tempo, salvo poche eccezioni. Ma difficilmente riescono ben domati dai

soldati, massime nelle marce, ove non si può avere comodo nè cura per

ben domarli.

»Passati i Mattos Portoghese e Castillano, scendemmo nella provincia

di Missione, dirigendoci sopra Cruz-Alta, capoluogo di quella piccola

città su d’un altopiano, ben costrutta ed in bella posizione, siccome

bella è tutta quella parte dello Stato di Rio Grande. Da Cruz-Alita

marciammo a San Gabriel, ove si stabilì il quartier generale, e si

costrussero baracconi per accampare l’esercito.

»Sei anni d’una vita di disagi[52] e di avventure non mi avevano

sgomentato quando ero solo; ma l’avere una famigliuola, l’essere così

lontano da tutte le mie relazioni antiche e da’ parenti, di cui non

sapevo nulla da anni, mi fecero nascere il desiderio di avvicinarmi ad

un punto onde sapere alcuna cosa, massime de’ genitori, il cui affetto

avevo potuto dimenticare un momento, ma che vivamente pur sempre

esisteva nell’anima mia. Poi nulla sapevo dell’Italia! Poi abbisognava

migliorare la condizione della mia cara e del bambino. Mi decisi

adunque di passare a Montevideo, almeno temporariamente, e ne chiesi

il permesso al Presidente, come pure di fare una piccola truppa di buoi

per le spese.»

Ed eccolo così _truppiere_ o conduttore di buoi. Ottenuto facilmente

dal Ministro della guerra di fare una razzía di quanto bestiame

selvatico gli cadesse nelle mani (poichè siamo in paese, dove la

proprietà dell’animale errante è di chi lo toglie), gli vien fatto di

radunarne all’_estancia_ del Coral de Pedras novecento capi, e con

questa enorme mandria s’incammina, scendendo il corso dell’Uruguay,

per Montevideo. Ma nel traversare il Rio Negro comincia a perdere

una gran quantità di buoi; poi un’altra buona parte gliela frodano i

_Capataz_, sicchè fatta la rassegna s’avvede che non gliene restano più

di cinquecento; onde minacciato dalla probabilità di perdere anche il

rimanente, si decide a macellarli per venderne le cuoia: magro negozio

pur quello, poichè non arrivò ad intascare che un centinaio di scudi,

appena bastevoli alle necessità del lungo viaggio.

A San Gabriele però ha una felice ventura; incontrato Francesco Anzani,

di cui più volte gli era suonato all’orecchio il nome, come d’uno dei

più valorosi Italiani che abitassero l’America, si esalta al racconto

delle sue avventure; ammira la nobiltà del suo animo, si innamora del

suo carattere, e gli fa nel suo cuore il posto che il Rossetti aveva

occupato. L’Anzani dal canto suo si compiace di quel giovane bello,

prode, entusiasta, e ne presentisce l’alto destino; i due eroi poco

prima estranei, sono in un’ora amici: continuano il viaggio assieme;

assieme dividono il pane, il letto, le vesti: l’Anzani ha una camicia

sola, ma due paia di pantaloni; Garibaldi invece un sol pantalone in

cenci e due camicie, e barattano a vicenda la camicia ed il pantalone

superflui. Al Salto dell’Uruguay però sono costretti a dividersi, ma

per riunirsi fra breve. Garibaldi continua il viaggio e al cominciare

del 1842 rientra con Anita in Montevideo, dove il mutato governo gli

sta garante d’un asilo sicuro, e in breve gli si aprirà un campo più

vasto di nuovi cimenti e di nuove glorie.

Garibaldi, Vol. 1 (of 2) · 第 39 / 168 题