Arrivato all’_estancia_, invece del fattore (_Capataz_), trova
una donna; una bella donna, a quanto pare, e per di più poetessa.
S’immagini la meraviglia del nostro corsaro nello scoprire là, in mezzo
al deserto, una donna che parlava l’italiano, che sapeva a memoria
squarci di Petrarca, di Dante, di Tasso, che faceva dei versi essa
stessa. L’incendio fu subitaneo: ella gli leggeva i suoi versi, egli
li ammirava; ella sfoggiava la sua perizia nell’italiano, egli metteva
in mostra tutto il po’ di spagnuolo che possedeva; ella gli donava un
volume delle poesie di Quintana, egli forse.... ma il marito arrivò, ed
era tempo.
Nè l’aneddoto mi sarebbe parso meritevole di memoria, se non fosse un
primo indizio del grande potere che la donna esercitò sull’appassionata
fantasia dell’eroe nizzardo. La storia aneddotica degli amori di
Garibaldi non la conosciamo, nè la vogliamo conoscere. Lasciamo a
cui piace il raccontarla; ma il concetto ch’egli ebbe della donna
e dell’amore, la storia ideale del suo cuore amante, è lineamento
essenziale del suo carattere, e prima o poi ci sarà mestieri
consacrarle un capitolo di questo libro.
Allora, stretto in poche parole il contratto, il _Capataz_ gli dà
bell’e squartato e spellato il bove, di cui aveva bisogno; Garibaldi
ne sciorina a guisa di tenda sul palo della sua zattera i quarti, e si
avventura nel fiume.
Ma naturalmente il ritorno sarà ancora più periglioso dell’andata.
Al flagello dei marosi s’unisce ora l’avversità della corrente, e a
un certo punto essa è tanto furiosa, che porta la fragile tavola a
deriva e minaccia travolgerla. Fortunatamente però la goletta mossagli
incontro riesce a gettargli una cima, e il nostro corsaro giunge alla
fine a riafferrare il suo bordo fra le grida di giubilo e i battimani
de’ suoi affamati compagni, forse più ansiosi, dirà egli, con insolita
ironia, della sorte del bove che di quella del loro capitano.
«Sazio del cibo il natural talento,» passata la notte alla Sonda, circa
sei miglia a mezzodì della punta di Jesus-Maria, i guardieri della
Luisa segnalano in sul far del giorno due barche verso Montevideo. In
sulle prime Garibaldi le crede amiche e non ci bada; poi avvedutosi
che non portavano bandiera rossa, segno convenuto fra i rivoluzionari,
entra in qualche sospetto, e ad ogni buon conto comanda di mettere alla
vela e di far portare le armi in coperta.
E la precauzione fu provvida. La maggiore delle due barche veniva
innanzi coll’andatura quieta e grave d’un bastimento mercantile;
quando, giunta a pochi passi dalla _Luisa_, getta, per così dire, la
maschera; una voce squillante s’innalza dal suo bordo che intima al
legno corsaro la resa, mentre il ponte si copre, come per incanto, di
uomini armati, che senza aspettar risposta commentano l’intimazione
della voce con una salva di moschetteria. La cosa era ormai palese. Il
governo della Repubblica Orientale aveva comandato di perseguitare i
corsari, e le due barche misteriose erano due lancioni della Repubblica
mandati ad eseguire l’ordine. Non c’era dunque che una risposta.
«All’armi,» grida Garibaldi; e mentre spara egli stesso il primo colpo
di fucile, ordina di _bracciare in vela da prua_ col manifesto disegno
di scivolare, bordeggiando, fra i due lancioni. Allora un combattimento
accanito s’impegna fra i due legni, il primo, veramente il primo,
ed è deplorevole che ne manchi la data, in cui si provò Garibaldi. I
negri e i marinai stranieri, zavorra dell’equipaggio, si rimpiattano
nella stiva, ma i sette italiani che aveva a bordo, Fiorentino, Luigi
Carniglia, Pasquale Lodola, Giovanni Lamberti, Maurizio Garibaldi e
due Maltesi, fanno, dietro al suo esempio, prove di disperato valore.
A un certo punto uno de’ lancioni, fidente nella superiorità del
numero, tenta un arrembaggio; e già alcuni de’ suoi più arditi sono
montati sulle impavesate di destra della brava goletta, ma invano;
pochi colpi di moschetto e di sciabola li rovesciano e li fanno
saltare in mare. Intanto però Garibaldi s’era accorto che la goletta
non aveva risposto alla manovra da lui ordinata, e voltatosi per
ripetere l’ordine al timoniere, vede il timone abbandonato e a pochi
passi il bravo Fiorentino, stato fin’allora al governo, steso morto da
una palla nel petto. Garibaldi indovina l’accaduto e si slancia egli
stesso al timone; ma ne ha appena afferrata la barra, che un’altra
palla gli traversa il collo, e lo stramazza, fuor di sensi, sul ponte.
Per la _Luisa_ poteva essere quella l’ultima ora, se i cinque Italiani
superstiti, guidati dall’intrepido Carniglia, un genovese gigantesco,
non avesser continuato a combattere e tenere in rispetto i nemici;
onde i lancioni assalitori, disperati oramai di poter vincere una sì
ostinata resistenza, virarono di bordo e la goletta corsara fu salva.
Lo era il suo capitano? La ferita è gravissima: il ferito aveva
ricuperati i sensi, ma era incapace di ogni movimento. Il fido
Carniglia, il primo a corrergli accanto per soccorrerlo, l’ultimo
a staccarsene, gli chiese dove si dovesse dirigere la prua,
essendo manifesto ormai che le rive della Repubblica erano tutte
ugualmente malfide; e Garibaldi, fissati i moribondi occhi sopra
una carta, additò Santa-Fè nel Parana, nello Stato di Entre-Rios,
provincia dell’Argentina. E la nave, favorita da un vento fresco
di levante, descrisse il rombo tracciato dal capitano. Prima cura
però dell’equipaggio della _Luisa_ fu di dare sepoltura alla salma
dell’infelice compagno. Ma quale triste sepoltura le acque d’un fiume!
Oh non era quella la tomba che Garibaldi desiderava! La morte non lo
spaventava; ma se non gli era concesso morire in un angolo di terra
della sua diletta Italia, che il suo corpo non sia pasto ai pescicani,
che almeno «un sasso (diceva al fedele Carniglia) distingua le mie,
dalle infinite ossa, che per terra e per mar semina morte.[38]»